Democrazia, politica e morale

21 dicembre 2011 13:03 9 comments

Oggi assistiamo ad una importante crisi non solo economica, ma prima ancora morale ed etica. Nella confusione generale e nella lotta impari tra forti e deboli, ricchi e poveri, la stessa democrazia sembra messa in pericolo.

Di Antonella Di Lisa

In un periodo di confusione e di forti difficoltà , come è il momento che stiamo attraversando, forse è utile rispolverare sinteticamente il concetto e il pensiero della dottrina sociale della Chiesa sulla democrazia e sul rapporto tra politica e morale.

Un giudizio esplicito e articolato è contenuto nell’enciclica “Centesimus annus” di Giovanni Paolo II. In essa si afferma che: “La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno. Tuttavia, l’enciclica prosegue specificando che un’autentica democrazia è possibile soltanto in uno Stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona umana”.
Infatti, la comunità politica trova la sua autentica dimensione nel riferimento al popolo, che non è una moltitudine amorfa, una massa inerte da manipolare e strumentalizzare, bensì un insieme di persone. Quest’ultimo “vive della pienezza della vita degli uomini che lo compongono, ciascuno dei quali … è una persona consapevole delle proprie responsabilità e delle proprie convinzioni” (Pio XII, Radiomessaggio natalizio).

Gli appartenenti ad una comunità politica pur essendo uniti organicamente tra loro come popolo conservano un’insopprimibile autonomia a livello di esistenza personale e dei fini da perseguire.

Considerare la persona umana come fondamento e fine della comunità politica significa adoperarsi, innanzitutto, per il riconoscimento ed il rispetto della sua dignità mediante la tutela e la promozione dei diritti fondamentali ed inalienabili dell’uomo. La piena realizzazione del bene comune richiede che la comunità politica sviluppi, nell’ambito dei diritti umani, una duplice e complementare azione di difesa e di promozione: da un lato, si deve evitare che, attraverso la preferenza data alla tutela dei diritti di alcuni individui o gruppi sociali, si creino posizioni di privilegio; dall’altro, si deve pure evitare che, nell’intento di promuovere gli accennati diritti, si arrivi all’assurdo risultato di ridurre eccessivamente o renderne impossibile il genuino esercizio (Giovanni XXIII, Pacem in Terris).

Una comunità è solidalmente fondata quando tende alla promozione integrale della persona e del bene comune; in questo caso, il diritto viene definito, rispettato e vissuto anche secondo le modalità della solidarietà e della dedizione al prossimo. La giustizia richiede che ognuno possa godere dei propri beni e dei propri diritti e in questo senso può essere considerata la misura minima dell’Amore (San Tommaso D’Aquino, Summa theologiae).

La convivenza diventa tanto più umana quanto più è caratterizzata dallo sforzo verso una più matura consapevolezza dell’ideale verso cui essa deve tendere, che è la “civiltà dell’Amore” (Paolo IV, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace).

L’uomo è una persona, non solo un individuo. Con il termine persona si indica una natura dotata di intelligenza e di volontà libera: è dunque una realtà ben superiore a quella di un soggetto che si esprime nei bisogni prodotti dalla mera dimensione materiale.

Pertanto, un popolo deve essere caratterizzato in primo luogo dalla condivisione di vita e valori, che è fonte di comunione a livello spirituale e morale (Giovanni XXIII, Pacem in terris).

È, infatti, necessario, per realizzare la democrazia, che si verifichino le condizioni per la promozione sia delle singole persone mediante l’educazione e la formazione ai veri ideali, sia della “soggettività” della società mediante la creazione di strutture di partecipazione e di corresponsabilità.

Un’autentica democrazia non è solo il risultato di un rispetto formale di regole, ma è frutto della convinta accettazione dei valori che ispirano le procedure democratiche: la dignità di ogni persona umana, il rispetto dei diritti dell’uomo, l’assunzione del “bene comune” come fine e criterio regolativi della vita politica. Se non vi è consenso generale su tali valori, si smarrisce il significato della democrazia e si compromette la sua stabilità (Giovanni Paolo II, Centesimus annus).

A tal proposito, la dottrina sociale individua uno dei rischi maggiori per le attuali democrazie proprio il relativismo etico, il quale induce a ritenere inesistente un criterio oggettivo ed universale per stabilire il fondamento e la corretta gerarchia dei valori, e una democrazia senza valori, come dimostra la storia, si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo (Giovanni Paolo II, Centesimus annus).

La democrazia è fondamentalmente “un’ordinamento” e, come tale, uno strumento e non un fine. Il suo carattere “morale” non è automatico, ma dipende dalla conformità alla legge morale a cui, come ogni altro comportamento umano, deve sottostare: dipende cioè dalla moralità dei fini che persegue e dei mezzi di cui si serve (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae).

L’autorità politica deve lasciarsi guidare dalla legge morale: tutta la sua dignità deriva dallo svolgersi nell’ambito dell’ordine morale, “il quale si fonda in Dio, che ne è il primo principio e l’ultimo fine” (Giovanni XXIII, Pacem in Terris).

L’autorità deve riconoscere, rispettare e promuovere i valori umani e morali essenziali. Essi sono innati, scaturiscono dalla verità stessa dell’essere umano ed esprimono e tutelano la dignità della persona: valori, pertanto, che nessun individuo, nessuna maggioranza e nessuno stato potranno mai creare, modificare o distruggere (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae).

Questi ultimi non trovano fondamento in provvisorie e mutevoli “maggioranze” di opinione, ma devono essere semplicemente riconosciuti, rispettati e promossi come elementi di una legge morale obiettiva, legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo e punto di riferimento normativo della stessa legge civile. Coloro che hanno responsabilità politiche non devono dimenticare o sottovalutare la dimensione morale della rappresentanza, che consiste nell’impegno di condividere le sorti del popolo e nel cercare la soluzione dei problemi sociali. In questa prospettiva, autorità responsabile significa anche autorità esercitata mediante il ricorso alle virtù che favoriscono la pratica del potere con spirito di servizio: pazienza, modestia, moderazione, carità, sforzo di condivisione (Giovanni Paolo II, Christifideles laici).

Un’autorità esercitata da persone in grado di assumere autenticamente come finalità del proprio operare il bene comune e non il prestigio o l’acquisizione di vantaggi personali.

Tra le deformazioni del sistema democratico, la corruzione politica è una delle più gravi, perché tradisce al tempo stesso i principi della morale e le norme della giustizia sociale; compromette il corretto funzionamento dello Stato, influendo negativamente sul rapporto tra governanti e governati; introduce una crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni pubbliche, causando una progressiva disaffezione dei cittadini nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti, con il conseguente indebolimento delle istituzioni. La corruzione distorce alla radice il ruolo delle istituzioni rappresentative, perché le usa come terreno di scambio politico tra richieste clientelari e prestazioni dei governanti. In tal modo, le scelte politiche favoriscono gli obiettivi ristretti di quanti possiedono i mezzi per influenzarle ed impediscono la realizzazione del bene comune di tutti i cittadini (Giovanni Paolo II, Sollecitudo rei socialis).

In conclusione, l’arte del governo non può essere separata dalla morale, poiché proprio il rispetto dei valori, il riferimento all’etica, la centralità della persona, rendono la politica utile, veramente “sociale” e quindi autentica.
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