Come salvare l’Europa (non l’euro) col realismo della scolastica

12 gennaio 2012 09:24 23 comments

di Roberto de Mattei
Il Foglio del 23/12/2011

DAL MEDIOEVO ALLA “SCUOLA AUSTRIACA”, UNA CRITICA IN NOME DELLA TRADI­ZIONE ALLA MONETA NATA CONTRO L’ETICA.

La principale preoccupazione del governo Monti sembra oggi quella di “salvare l’euro”, nella con­vinzione che dalla salute della moneta unica dipenda il benessere economico dell’Italia e dell’Euro­pa. Il problema che l’Italia e l’Europa avrebbero di fronte sarebbe monetario e lo strumento per ri­solverlo di natura fiscale.
La leva del cambio e la leva fiscale sono infatti i due strumenti principali delle manovre economi­che dei governi. E poiché la leva del cambio è stata sottratta ai paesi che hanno adottato l’euro, a essi non resta che la leva fiscale, in attesa che anche questa venga trasferita a Bruxelles. Il passaggio finale dall’Euromoneta all’Eurotassazione scaturisce peraltro dal ruolo attribuito alla Banca centrale europea dal Trattato di Maastricht, di cui Mario Monti fu acceso fautore.

La riflessione sul ruolo della moneta e delle banche che ne detengono l’uso e la produzione si impone dunque per meglio comprendere il processo di costruzione europea. A chi volesse approfondire il tema, consiglio la lettura del libro del professore Jörg Guido Hülsmann, “L’etica della produzione di moneta” (Solfanelli, Chieti 2011). L’autore è un brillante esponente della scuola austriaca di econo­mia, una corrente, fondata da Carl Menger (1840-1921), che nel suo sviluppo incontra il realismo della tradizione scolastica.

Autori come Ludwig von Mises (1881-1973) e Murray N. Rothbard (1926-1995), che non partono da presupposti teorici, ma da una analisi pratica della circolazione monetaria, confermano le tesi già esposte dal primo trattato scientifico sulla moneta, il “Tractatus de origine, natura, iure et mutationi­bus monetarum” del vescovo francese Nicolas Oresme (1323-1382). Gli scolastici come Oresme non misero in discussione la legittimità della produzione della moneta in sé, ma affermarono che, come nel caso del suo uso, questa produzione deve rispettare alcune regole etiche.

Quanto oggi sta accadendo è la conseguenza della separazione tra etica ed economia, che si è ac­compagnata, nell’età moderna, a una altrettanto netta dissociazione tra la politica e la morale. Limi­tiamoci ad alcune considerazioni storiche. La moneta nasce come il mezzo di scambio più idoneo a sostituire il baratto, inteso come scambio di merce contro merce.

Il mezzo di scambio è anch’esso una merce, che però, per venire spontaneamente adottata, deve avere alcune specificità: essere facilmente utilizzabile ed essere desiderata, oltre che per la facilità di uso, per quanto vale in se stessa, indipendentemente dal suo potere di scambio. Fu questo il caso, in tutte le civiltà, di alcuni metalli, come l’oro, l’argento o il rame, che proprio per queste caratteri­stiche possiamo definire “monete naturali”.

Nella maggior parte delle epoche e dei luoghi della storia d’Europa, le monete d’argento erano quel­le più diffuse per i pagamenti quotidiani, mentre le monete d’oro si usavano per i pagamenti più im­portanti e quelle di rame per transazioni di minor valore.

Nel XVII secolo, con l’istituzione della Banca di Amsterdam (1609) e della Banca di Inghilterra (1694), nasce il sistema bancario, fondato sulla cartamoneta e garantito dallo stato. La Banca di Amsterdam cominciò a emettere note di carta, le quali certificavano che il possessore era proprietario legale di una data quantità di argento deposi­tato nei forzieri della Banca.

Queste banconote si potevano cambiare in qualsiasi momento in argento agli sportelli della banca, dietro una semplice domanda del portatore della nota cartacea. Tuttavia, per motivi di comodità, la gente preferiva fare i suoi acquisti con le banconote, che certificavano il possesso della somma d’ar­gento custodita dalla banca. Gli istituti di credito, a questo punto, iniziarono a mettere in circolazio­ne una massa di cartamoneta molto superiore alla riserva aurea o argentea conservata nei loro for­zieri, chiedendo agli stati sovrani di assicurare valore legale a questa cartamoneta.

Nacque il modello di banca “a riserva frazionaria”, in cui gli stati assicurano protezione legale alle banche, mentre queste ultime emettono moneta secondo le direttive economiche dei governi. La riserva frazionaria, su cui si regge il sistema bancario moderno, è la percentuale dei depositi bancari che la banca è tenuta a detenere per legge, un tempo sotto forma aurea, oggi di contanti o di attività facilmente liquidabili.

Questa riserva obbligatoria che all’inizio era di circa il 20 per cento si è progressivamente ridotta a meno del 2 per cento, per consentire, a vantaggio delle banche, l’espansione del credito, pur senza una base reale sottostante. Il premio Nobel per l’economia Maurice Allais (1911-2010) ne ha spiega­to bene i meccanismi. La riserva frazionaria costituisce un formidabile strumento di politica mone­taria, come i tassi di interesse, e soprattutto arricchisce enormemente chi produce e presta moneta.

Hülsmann spiega come le istituzioni monetarie moderne non sono venute alla luce per necessità economica, in maniera spontanea e fisiologica, ma perché consentono a una lobby di politici e ban­chieri di perseguire i propri fini politici e arricchirsi a spese di tutti gli altri stati sociali. Questo spie­ga la fortuna dei sistemi di cartamoneta che attualmente dominano la scena in tutti i paesi del mon­do.

Pretendere di spiegare la storia degli ultimi due secoli in termini puramente finanziari sarebbe tutta­via riduttivo: bisognerebbe inserire questo processo in un più ampio quadro, collegandolo alla fon­dazione della Gran Loggia di Londra, nel 1717, e, negli stessi anni, allo sviluppo della filosofia dei­stica inglese. Qui ci basta sottolineare come nel corso del XVIII e del XIX secolo, dopo l’Inghilter­ra, anche in altri paesi, come la Francia e la Germania, l’evoluzione del sistema monetario seguì strade simili: monopolio dell’oro, banche a riserva frazionata a servizio delle finanze statali, corso legale delle banconote, mentre i banchieri prosperavano sotto la tutela dello stato.

Per rafforzare il sistema, il cancelliere tedesco Bismarck alla fine del XIX secolo aprì le porte al si­stema monetario conosciuto come gold standard, che prevedeva la convertibilità delle monete in oro, considerato come il fondamento del sistema economico. La scelta dell’oro come moneta stan­dard negli scambi internazionali era dovuta agli stati nazionali, le cui Banche centrali in oro detene­vano interamente le proprie.

Dopo la Grande guerra si ebbe il gold exchange standard, un sistema che riduceva a due sole ban­che, la Fed americana e la Banca di Inghilterra, il ruolo di banche mondiali. Tutte le valute nazionali erano essenzialmente certificati a riserva frazionaria coperti dall’oro, attraverso il dollaro america­no. Anche il sistema progettato nel 1944 a Bretton Woods, dopo la seconda guerra mondiale, era un gold exchange standard, basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte riferite al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all’oro.

Si arrivò però alla creazione di un solo forziere centrale, la Fed statunitense, unica banca in grado di convertire le proprie banconote in oro. Per consentire una certa partecipazione degli stati alla dire­zione dell’ordine economico mondiale furono create due burocrazie internazionali sopravvissute fino a oggi: la Banca mondiale e il Fondo monetario Internazionale (Fmi).

Il sistema di Bretton Woods crollò, nel 1971, quando la Fed rifiutò, per il futuro, di convertire in oro i dollari detenuti dalle altre Banche centrali. Gli stati nazionali, liberi da ogni vincolo, iniziarono a emettere ad libitum cartamoneta, producendo inflazione e accumulando debito pubblico. L’abban­dono del sistema di Bretton Woods permetteva infatti di creare ex nihilo qualsiasi somma di danaro, senza limiti etici o economici, sulla sola base del credito concesso ai governi dalle Banche centrali, produttrici nazionali di cartamoneta. Di fronte all’esplosione dell’indebitamento, banchieri e uomini politici decisero di creare un nuovo sistema monetario.

Si arrivò così al Trattato di Maastricht (1992), che prevedeva l’introduzione di una moneta unica eu­ropea, la creazione di un Sistema di banche centrali (Sebc) e l’istituzione di una banca centrale eu­ropea (Bce), come unica istituzione capace di autorizzare l’emissione di banconote e stabilire la loro quantità. Nel 1997, un anno prima dell’introduzione dell’euro, fu stipulato tra i paesi della Ue il Pat­to di stabilità e crescita (Psc), detto anche Trattato di Amsterdam, con l’obiettivo di limitare, attra­verso l’imposizione di sanzioni, il disavanzo pubblico degli stati.

Contestato, nel 2003, da Germania e Francia, gli stessi paesi che oggi ne reclamano il rispetto, il Patto di stabilità non ha mai funzionato, perché il problema non è l’indebitamento, ma è la moneta. L’euro, gestito dalla Bce, pur non essendo la moneta sovrana di nessuno stato nazionale, si regge solo perché gode il privilegio di una speciale protezione legale da parte di tutti. La soluzione, secon­do la scuola austriaca, sta nel ritorno, non alle banconote nazionali, ma alla moneta reale, in Europa e negli stati nazionali. Una società libera e rispettosa della proprietà privata dovrebbe accogliere una molteplicità di monete naturali lasciando alle persone la scelta del migliore mezzo di scambio tra le alternative possibili.

La cartamoneta non potrebbe reggere la concorrenza delle monete naturali, ricche di un valore in­trinseco, cioè capace di essere sempre rimonetizzate. “Non occorre cambiare gli strumenti quali le banconote, la cartamoneta e l’organizzazione delle banche centrali – scrive Hülsmann – ma le nor­me legali sotto cui operano le Banche centrali e sotto cui si produce la cartamoneta. Occorre abolire i privilegi legali delle Banche centrali e delle autorità monetarie”.

Il problema è in realtà più vasto perché non basta abolire i privilegi legali, se non si mutano i princì­pi di fondo della società moderna, che ha sostituito il primato della metafisica e della morale con quello abnorme dell’economia. Non si tratta di utopia, ma di un ritorno al reale: quel reale che deve essere ritrovato su tutti i piani e a tutti i livelli, dall’economia alla politica, dall’arte alla filosofia. Gli utopisti definiscono utopia tutto ciò che si discosta dai loro sogni deformi. Ma al di fuori del reale c’è solo la follia autodistruttiva di chi oggi guida l’Europa.

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