Capitalismo, figlio del cristianesimo

13 gennaio 2012 11:00 63 comments

di Francesco Agnoli

La Bussola quotidiana, 6 gennaio 2012

Cosa sia questo benedetto capitalismo è difficile da dire. Benedetto da tanti, come fonte di ricchezza e progresso, maledetto da tanti altri, perché portatore di ingiustizie sociali, consumismo, avidità. Proverò così, senza grandi ambizioni, a dare uno sguardo cattolico, partendo dalla storia.
Eviterò di parlare del mondo antico, dei fenici, dei romani, dei cartaginesi ecc., anche se è innegabile che situazioni di “precapitali­smo”, ci furono anche nel mondo antico. Mi limiterò quindi a quello che è considerato in linea di massima l’origine del capitalismo: il Vecchio Mondo, l’Europa cristiana.

Sia che si sposi la dottrina di Max Weber, almeno secondo la volgarizzazione e semplificazione con cui viene spesso presentata, sia che si accetti, per esempio, quella di Rodney Stark, che invece fa risalire il capitalismo al mondo cattolico, un dato è certo: il capitali­smo, vedremo poi di che tipo, nasce nella e dalla civiltà cristiana.
Basterebbe mettere un attimo la testa fuori dal Vecchio Mondo e dal Nuovo, che ne è in parte figlio, per capirlo. Si pensi alle culture animiste nella loro versione originaria: in esse, come rilevato di continuo da missionari, viaggiatori, mercanti, si vive alla giornata; non esiste neppure l’idea del risparmio, dell’edificare non dico una casa resistente al posto di una capanna, ma anche condizioni che permettano una qualche stabilità futura.
L’attività dei missionari, in tutta la storia, mira all’evangelizzazione, ma non per caso porta sempre con sé sviluppo e progresso, istru­zione e cultura del lavoro e del dovere.
Ricordo la sensazione provata durante una vacanza a santo Domingo, vedendo che i locali, una volta venduto un quadro o un oggetto a noi turisti, chiudevano il negozio e gioendo come bambini ci dicevano: “già stasera mi spendo tutto”.

Se dall’animismo passiamo alle religioni orientali, accade qualcosa di analogo: fatalismo, sistema delle caste e quant’altro, bloccano qualsiasi possibilità di capitalismo, mobilità sociale ecc… In India ancora oggi si può nascere paria, con un determinato lavoro presta­bilito, bruciare i cadaveri o pulire le fogne, e lo si farà questo tutta la vita.

Cosa allora ha permesso all’Europa cristiana di partorire una cultura così diversa? Direi che i motivi sono vari: senza dubbio, come si è accennato, hanno influito anche l’eredità romana, greca ecc, ma, molto di più, la concezione cristiana.
L’idea biblica della creazione, infatti, comporta alcune conseguenze essenziali: l’uomo è libero; tutti gli uomini hanno la stessa digni­tà; l’uomo, essendo ad immagine e somiglianza di Dio, è chiamato a collaborare, ogni giorno, alla creazione; il lavoro è sì una male­dizione (dovuta al peccato originale), ma nello stesso tempo una benedizione, un mezzo per la purificazione e la santificazione; il cor­po e la materia, in quanto create e volute da Dio, sono “buoni”; il mondo è affidato all’uomo, re del creato, perché se ne sia il signore.

Non è difficile capire, poste queste premesse, perché la civiltà cristiana abbia prodotto progresso, tecnica, ricchezza, sapere, tutte cose che vanno insieme. L’Europa cristiana ha infatti generato sia il capitalismo, che la tecnica per dominare il creato: si pensi alle inven­zioni già medievali degli occhiali, del camino, dell’aratro pesante ecc. Ha prodotto le scuole e le università, dove poi è nata la scienza moderna.
Un certo capitalismo, dunque, è una creazione del cristianesimo.
Soffermiamoci un po’ meglio ancora su questo fatto.

In ordine cronologico possiamo partire già dalla Roma imperiale. Gli ideali della Chiesa, scrive Christopher Dawson nel suo “La for­mazione della civiltà cristiana”, erano opposti a tutte le principali connotazioni della società imperiale più antica: il lusso dei ricchi, la pigrizia e la dissolutezza dei poveri e l’oppressione degli schiavi. Essa fece tutto quanto in suo potere per sostituire il dovere e l’o­nore del lavoro al classico disprezzo del lavoro manuale e delle “vili arti meccaniche”, eredità della cultura ellenistica. Arrossiamo solo per il peccato, dice san Giovanni Crisostomo, ma ci gloriamo del faticoso lavoro manuale. Siamo discepoli di Uno che fu alleva­to nella casa di un carpentiere, di Pietro il pescatore e Paolo il fabbricante di tende. Mediante il lavoro ci allontaniamo dai cattivi pen­sieri del cuore, siamo capaci di aiutare i poveri, cessiamo di bussare importunamene alla porta di altri e diamo compimento a quella parola del Signore: “È meglio dare che ricevere”.

Questa posizione fu ripresa soprattutto dai monaci, in particolare i discepoli di san Benedetto, che nei primi secoli, oltre a valorizzare e praticare, anche quando erano di famiglia nobile, il lavoro manuale, tanto disprezzato dagli antichi, “mutarono le loro economie di sussistenza rendendole altamente produttive, e loro stessi divennero protagonisti specializzati di reti di scambio commerciale in rapi­da espansione” (Rodney Stark).

Poi, dopo l’epoca del caos, delle invasioni barbare, vi furono la rinascita dell’anno Mille, e la teologia di san Tommaso e dei france­scani, che approfondirono la materia dell’economia. Il luogo dove questa rinascita assume caratteristiche eccezionali è l’Italia, cioè il cuore stesso del cattolicesimo.

In Italia nascono le repubbliche marinare – Pisa, Amalfi, Genova e Venezia – e con esse una nuova stirpe di mercanti, di commercianti, di avventurieri. Sempre in Italia, in particolare in Toscana, nascono le banche. “Presto – ricorda Stark – le imprese italiane monopoliz­zarono il commercio, l’attività bancaria, e, in misura minore, il settore manifatturiero di tutta l’Europa occidentale. La potenza com­merciale italiana, al suo apice tra la fine del XIII secolo e il XIV secolo, si stendeva fino all’Inghilterra, alla Russia meridionale, alle oasi del Sahara, all’India e alla Cina. Si trattava del maggior impegno economico che il mondo avesse mai conosciuto” (p. 169-170).

L’Italia di questi secoli è la patria della cattolicità, dunque, ma anche quella dei mercanti, degli artigiani, delle monete più diffuse (dal fiorino allo zecchino d’oro), delle scuole contabili più avanzate del mondo….
Basterebbero questi pochi dati, insieme a qualche figura, da Marco Polo sino a Cristoforo Colombo, per annullare qualsiasi slogan se­condo cui il capitalismo sarebbe nato dall’etica calvinista. Il calvinismo, semmai, come vedremo, ha contribuito ad avvelenare il ca­pitalismo.

Ma come avviene tutta questa esplosione di attività, di conoscenza, di ricchezza? Per capirlo possiamo leggere due autori italiani di questo periodo. Da una parte Dante, che critica la “gente nova e i subiti guadagni”, cioè la smania di arricchirsi dei mercanti; dall’al­tra Boccaccio, l’uomo che vivrà poi con passione il ritorno alla fede, ma che nel Decamerone, opera eminentemente “laica”, si esalta dinnanzi non solo all’abilità dei mercanti e dei banchieri, ma anche di fronte alla loro mancanza di scrupoli e ai loro inganni.
Dante non è un immobilista, fuori del mondo, con la testa nei suoi regni ultraterreni. Al contrario è un uomo che vive la vita terrena, anche quella politica ed economica, con partecipazione. La vita terrena non è per lui l’unica realtà, ma è pur sempre la realtà che ci è data per meritarne e guadagnarne un’altra.
In Dante quindi, possiamo rintracciare un’altra parte della visione cattolica, che deriva dal Vangelo: libertà, individualità, dominio della natura ecc., sì, senza mai dimenticare che la Terra non è il Paradiso, che all’uomo nulla giova “guadagnare il mondo intero”, se perde l’anima.

Ciò significa che nel cristianesimo c’è dell’altro, rispetto a quanto detto sino ad ora: c’è spazio per la vita contemplativa, oltre che per la vita attiva; c’è spazio per la Provvidenza, per cui al fedele è chiesto di pregare “per il pane quotidiano”, ma anche di guardare i gi­gli del campo, e gli uccelli del cielo: “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro…” (Matteo, 6, 24-34).

Nel Vangelo – accanto al “chiunque non lavora neppure mangi” di san Paolo (2 Tess.3,10) e accanto al “Chiunque lavora è meritevole della sua mercede” (Matt.10, 10) -, c’è anche il “guai a voi ricchi”; c’è la parabola dell’avido che muore prima di godersi tutto ciò che ha accumulato; c’è la celebre proposizione per cui “è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago che un ricco entri nel re­gno dei cieli”.
Nell’interpretazione autentica della Chiesa, queste immagini evangeliche non hanno portato al pauperismo, ma certo hanno determi­nato una attenzione molto forte al rischio insito nella libertà e nell’intraprendenza cristiana: la possibilità appunto di scambiare le creature per il Creatore, le ricchezze, che possono essere mezzo buono, per il fine. La Chiesa non ha mai condannato la ricchezza in sé, ma l’avidità, l’attaccamento disordinato ai beni terreni, l’egoismo.

Con quali effetti? La condanna dell’usura ma nello stesso tempo anche la creazione dei monti di pietà e dei monti dei pegni; l’atten­zione, doverosa, al povero ed al malato, incapace di guadagno, visti entrambi come alter Christus; l’obbligo del digiuno, per imparare il distacco del cuore, e dell’elemosina, per far fruttare nel bene ogni ricchezza.

Ecco, di qui, la faccia esaltante del capitalismo italiano: ricchezza, ma anche tanta arte, tanta come mai nessuna forma di capitalismo ne ha prodotta; libertà di impresa, ma anche corporazioni, che tutelavano lavoratori, consumatori, regolando orari di lavoro, impeden­do una concorrenza sleale, persino vietando la pubblicità… Poi, specie nell’Ottocento, per far fronte alla rivoluzione industriale, le cooperative, le casse rurali, le scuole professionali, le case per prostitute e disadattati…

Il cristianesimo, come ricordava Max Scheler, esalta il lavoro, ma ricorda che il lavoro è in funzione dell’uomo, e non viceversa. Inol­tre condanna la ricerca del guadagno fine a se stesso e l’accumulazione illimitata, ricordando sempre all’uomo che ha anche una natu­ra spirituale; che vive non una vita individualistica, ma calato in una dimensione comunitaria, accanto ai suoi fratelli; che vi è un re­gno dei cieli ad attenderlo, perché la vita terrena non dura in eterno.

L’effetto di questo “capitalismo cattolico” sono personaggi, magari senza scrupoli e furbi come il Ser Ciappelleto di Boccaccio, ma anche come Folco Portinari, il ricco mercante che incalzato dalla domestica Monna Tessa, per la salvezza della sua anima dona i soldi necessari a costruire l’ospedale di santa Maria Nuova, in Firenze.
Fermiamoci un attimo su questi ricchi mercanti: molti di loro, nell’euforia del guadagno e dei soldi, perdono di vista il fine ultimo, cristianamente parlando, della loro esistenza. Ma c’è una intera società che glielo ricorda. Così alcuni fanno grandi donazioni, per opere di bene; altri, come Pietro Bernardone, resistono in faccia all’amore per la povertà del figlio Francesco; altri, come il citato Por­tinari, o come Francesco Datini, creatore dell’Ospedale degli Innocenti, opera allora unica in Europa, dedicano parte delle loro ric­chezze agli altri, orfani, poveri, malati e bisognosi. Se si osserva la storia di questi secoli, queste figure sono veramente numerose e convivono, non a caso, con i fondatori di scuole, di ospedali, di luoghi di carità.

Non mancano, poi, coloro che vivono con senso di colpa l’aver accumulato per tutta la vita, e non riuscendo a staccarsi dalle loro ric­chezze, le donano però, per testamento, ai poveri: pauperes Christi eredes nostros instituimus. I mercanti dell’Inghilterra anglicana, o del mondo protestante, raramente faranno qualcosa di simile.

Non è finita: pensiamo alle corporazioni ed alle confraternite, anch’esse contemporanee alla nascita del capitalismo italiano. Entram­be univano, alla dimensione individuale, quella comunitaria. Entrambe prevedevano il mutuo soccorso e un tempo dedicato alla carità e all’elemosina. Nelle Confraternite, in cui si medita sulla vita eterna, la morte, la Passione di Cristo, persone di ogni classe sociale, ricchi e poveri, nobili e plebei, si trovano, insieme, gomito a gomito, per dedicarsi agli altri.
Intanto nelle ricche città del Nord Italia, i governi impongono leggi suntuarie: lo sfoggio delle ricchezze non è produttivo, ma non è neppure morale.

Cosa cambia, allora, nel tempo? Cosa rovina questo quadro, che non sarà paradisiaco, perché pur sempre terreno, ma in cui le luci, an­che oggi visibili nell’arte e in ciò che resta delle antiche istituzioni di carità, sono veramente tante?
Anzitutto c’è una spiegazione umana: le ricchezze, che in sé sono buone, danno facilmente alla testa e l’uomo, specie quello terreno, poco spirituale, facilmente finisce per divenirne non padrone, ma servitore.

Ci sono poi motivazioni religiose e storiche.
Qui entrano in gioco anzitutto certo Rinascimento, con la sua condanna della vita contemplativa, che prelude a certo iper-attivismo successivo; in secondo luogo calvinismo, protestantesimo e secolarizzazione. Il calvinismo, come si sa, trasforma le ricchezze, il be­nessere generato dal lavoro in un segno di benedizione (di conseguenza il povero è colui che è in qualche modo fuori dalla benevolen­za di Dio). Il protestantesimo, in generale, dichiara l’inefficacia e l’inutilità delle opere buone, anche quelle più o meno riparatorie di un Portinari o di un Datini; inoltre promuove una visione individualistica del rapporto con Dio, che si traduce, come è ovvio, nell’in­dividualismo tout court. Nello stesso tempo elimina il sacerdozio e la Chiesa, segno tangibile ed evidente del soprannaturale nel mon­do, del nostro essere fatti per l’eternità, ma anche della dimensione anche comunitaria, ecclesiale, della Fede. L’ “ora et labora” bene­dettino, si rovescia, prima nel “labora et ora”, poi soltanto nel “labora”.

Di qui il tempo sottratto sempre più alla preghiera, al culto, ma anche alla famiglia, al tempo del pranzo e delle feste. Di qui – come notavano un filosofo come Scheler, attento osservatore del mondo tedesco, ed uno storico come Leo Moulin – una scarsa sensibilità, tipicamente nordico-protestante, per le “gioie più nobili della vita, per le soffuse forme di godimento che animano la famiglia, la casa, l’amicizia, per la ricreazione e per il riposo, ricchi di significato”.

Tra le conseguenze inevitabili di questo nuovo spirito, c’è questa: il povero diviene una minaccia, un nemico dell’ordine. Non è un caso che l’Europa cattolica del XVII secolo – disprezzata dai protestanti come “festaiola” e “mondana”, e, nello stesso tempo, come “superstiziosa” e “credulona” – veda la nascita di ordini dediti a scuole, orfani ed ospedali, mentre al nord sorgono come funghi le workhouses, le case di lavoro, dove vengono rinchiusi bambini, orfani, vecchi, malati, persone improduttive, costrette a terribili lavori forzati. Siamo all’anteprima dello sfruttamento minorile che nell’ “anglicana” Inghilterra conoscerà livelli inauditi, grazie alla dottri­na liberale (la prima legge importante che in Gran Bretagna eleva l’età minima per l’impiego nelle fabbriche a 10 anni è del 1878).

C’è da fare un’ulteriore considerazione: il protestantesimo, così come l’anglicanesimo, subordina la Chiesa al potere statale (generan­do così, nel breve periodo, solitamente, una forte secolarizzazione). Lo Stato, a sua volta, agisce pro domo sua. Anche qui non è un caso che il colonialismo più duro sia quello degli stati protestanti, Inghilterra e Olanda, in cui compaiono Compagnie commerciali che hanno potere di fare guerre, che gestiscono eserciti, che trafficano schiavi. Un colonialismo, quello inglese, ad esempio in India, che Edmund Burke (1729-1797) descriveva così: “Noi non abbiamo alcun tipo di pregiudizio compensativo, di quelli grazie ai quali una fondazione di carità compensa nel tempo i poveri per la rapina e l’ingiustizia di un giorno. L’Inghilterra non ha eretto chiese, né ospedali, né palazzi, né scuole; l’Inghilterra non ha costruito ponti, non ha fatto strade… Ogni conquistatore di qualsiasi altro genere ha lasciato dietro di sé qualche monumento, di Stato o di beneficenza. Fossimo scacciati oggi dall’India non resterebbe nulla per dire che è stata posseduta, durante l’inglorioso periodo del nostro dominio, da qualcosa di meglio di un orangutang o di una tigre”.

Andiamo brevemente alle origini del capitalismo anglosassone, destinato ad una supremazia secolare. All’origine vi è Enrico VIII, la confisca delle terre comuni e delle terre della Chiesa, su cui spesso vivevano molti poveri. Il sovrano requisisce tutto, vende e regala a nobili e ricchi, creando così, a sostegno del suo scisma, il primo embrione del capitalismo inglese. Anche monasteri ed ospedali, uni­che forme di Welfare, vengono confiscati. Roy Porter, storico della medicina, ricorda che l’Inghilterra rimane due secoli indietro ri­spetto all’Italia nel campo dell’assistenza ai malati e delle strutture di accoglienza.
Nel contempo, in quella che sarà la patria della rivoluzione industriale, la mannaia cala sui marginali: decine di migliaia di vagabondi vengono decapitati e leggi ogni giorno più draconiane vengono poste a tutela della proprietà privata, sempre più accumulata nelle mani di pochi, e per questo sempre più minacciata. Basti dire che tra il 1560 ed il 1601 i mendicanti inviati nella prigione londinese di Bridewell si decuplicano. Intanto le corporazioni vengono smantellate del tutto, ed anche le festività religiose si riducono, per fare spazio agli affari.

Sarà Elisabetta I, compiendo un altro passo in avanti nella degenerazione del capitalismo, nella creazione di quell’odioso spirito bor­ghese che inquina tutto ciò che lambisce, a stabilire un patto d’acciaio tra la Corona, Francis Drake e suo cugino John Hawkins, pirati e commercianti di schiavi (tanto che lo stemma del secondo rappresentava un nero in catene): entrambi, costoro, ricchi oltre misura e perciò degni di essere accolti tra la nobiltà. Prende corpo sempre più il motto Business is business, non a caso in inglese, evidente in tutta la sua mostruosità, per fare un solo esempio, nelle guerre dell’oppio.

Inevitabile, alla luce di questi fatti, concordare con Ettore Gotti Tedeschi e Rino Cammilleri che nel loro “Denaro e paradiso. I catto­lici e l’economia globale” (Lindau), dimostrano che il protestantesimo non ha creato il capitalismo, come vorrebbe qualcuno, ma le sue più evidenti degenerazioni: affarismo, legge del più forte, laissez faire…

Se così stanno le cose non è ora difficile scorgere il formarsi, per opposizione al capitalismo materialista e senza limiti dei liberisti, il materialismo, anch’esso ateo, dei socialisti.

Marx scrisse molto osservando la sua patria, la Germania protestante e secolarizzata, e l’Inghilterra, zeppa di ingiustizie sociali, di al­colismo, di disperazione, oltre che di ricchezze mirabolanti e di ascese incredibili. Zeppa di libertà, si dice spesso, ma per chi poteva permettersele, non per gli altri, né per i lavoratori, né per le donne ed i bambini impiegati nelle fabbriche, né per i cattolici, né per gli irlandesi…

Cosa fece Marx, l’uomo secondo cui “l’accumulatore di tesori, dal momento che il suo ascetismo è congiunto con la sua energica la­boriosità, è essenzialmente di religione protestante e, specialmente, puritano”? Riprese il primato dell’economia, in parte già formula­to da Kant, teorizzatore di un mondo guidato da mercanti e banchieri, e sostenne che essa è la struttura della realtà. Giocava dunque sullo stesso terreno dei suoi avversari, incapace di proporre una visione globale dell’umano. Anche questa volta non è un caso che il comunismo sovietico, applicazione più o meno fedele del marxismo ateo, secondo cui il lavoro “è il creatore di ogni progresso e di ogni cultura”, è stato solo questo: capitalismo di stato, corsa allo sviluppo selvaggio, abrogazione dei sindacati, stakanovismo, indu­strializzazione accelerata e campi di concentramento (gulag). “Il lavoro rende liberi” ricordiamolo, era il motto non solo dei lager na­zional-socialisti, della Germania protestante e industrializzata, ma anche dei luoghi di reclusione sovietici, come lo è oggi dei laogai cinesi.

Ridotto a creatura che lotta per il suo personale benessere, che poi, indirettamente, gioverà anche agli altri, dai liberisti, l’uomo comu­nista non conosce alcuna nobilitazione dal momento che viene definito come sola materia, come homo oeconomicus, e la sua reden­zione viene fatta derivare da un cambiamento della struttura economica soltanto.
Anche in questo il comunismo non è morto, ci ha lasciato, esattamente come il capitalismo borghese, l’idea che per cambiare la realtà occorra cambiare non il cuore dell’uomo, ma il suo portafoglio (chi lo vuole più grosso e chi lo vuole “in comune”).

A questo si oppone lo spirito cattolico, che dà al lavoro ed al capitale il loro giusto peso. Uno spirito presente, ancora, seppure sempre meno, nel popolo forse più segnato dal cattolicesimo, quello italiano: un popolo di persone con i più alti tassi di risparmio del mondo; con regioni come il Veneto e la Lombardia, già all’avanguardia nel Medioevo, ancora tra le più ricche del globo; un popolo che ha i più alti tassi al mondo di casa di proprietà… ma anche un popolo che ama ancora l’arte, la bellezza, le feste; che ha dato sino ad oggi alla famiglia, al volontariato, alla fede uno spazio irrinunciabile.

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