Lasciateci essere ungheresi

17 gennaio 2012 19:23 6 comments

Tempi, 4 maggio 2011

di Rodolfo Casadei

Difesa della vita fin dal suo concepimento, cristianesimo e famiglia come fondamenta della nazione. Al governo di Budapest è bastato ricordare l’identità del paese nel preambolo della nuova Carta per inimicarsi mezza Europa.

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«O Signore, benedici gli ungheresi. Noi siamo orgogliosi del fatto che mille anni fa il nostro re, Santo Stefano, ha fondato lo stato ungherese su solide fondamenta, e reso il nostro paese parte dell’Europa cristiana. (…) Riconosciamo il ruolo che il cristianesimo ha svolto nella conservazione della nostra nazione. Rispettiamo tutte le tradizioni religiose del nostro paese. (…) Teniamo per certo che la famiglia e la nazione forniscono la struttura fondamentale della comunità, nella quale i valori preminenti sono la lealtà, la fede e l’amore. (…) Onoriamo le conquiste della nostra costituzione storica e onoriamo la Sacra Corona, che incarna la continuità costituzionale dello Stato ungherese e l’unità della nazione».

Ecco, voi provate ad approvare, se ne avete il coraggio, anche con una maggioranza schiacciante superiore ai due terzi del vostro parlamento, una nuova costituzione introdotta da un preambolo come questo, e vi troverete contro non solo i nostalgici del comunismo di casa vostra, i socialisti e i laicisti dell’opposizione interna, che in fondo fanno il loro lavoro.

Ma anche il secondo e il terzo gruppo parlamentare del Parlamento Europeo (cioè i socialisti e i liberaldemocratici europei), il mitico Martin Schulz e l’ex primo ministro belga Guy Verhofstadt, il viceministro degli Esteri tedesco, Anmesty International e il Corriere della Sera. Che vi daranno dei reazionari, degli omofobi, degli ultranazionalisti pronti a scatenare guerre coi paesi vicini, dei fondamentalisti cristiani decisi ad abrogare l’aborto legale, dei fautori della svolta autoritaria.

E chissenefrega se la vostra era l’ultima costituzione fra quelle dei paesi dell’Est a essere rimasta quasi identica a quella scritta dagli stalinisti nel 1949, più di vent’anni dopo la fine del comunismo. Loro la spulceranno e cercheranno ogni pretesto per infamarvi e per chiedere all’Unione Europea di mettervi in riga. Perché una costituzione che annovera fra i suoi capisaldi la protezione della vita del feto sin dal concepimento, la promozione della famiglia, rappresentata dall’unione in matrimonio fra un uomo e una donna, la proibizione delle pratiche eugenetiche, la sottolineatura dei doveri dei genitori verso i figli ma anche di quelli dei figli verso i genitori anziani, la limitazione costituzionale all’indebitamento dello Stato non oltre il 50 per cento del PIL, uno stemma nazionale centrato sulla Santa Corona e su Santo Stefano, simboli dell’eredità storica cristiana dell’Ungheria, e infine l’invocazione della responsabilità di fronte a Dio e agli uomini dei parlamentari che approvano la Costituzione, fa girare le scatole a parecchia gente nell’Europa di oggi. E allora ogni pretesto è buono per sparare bordate, ogni approssimazione o falsità servirà alla causa.

Prendiamo la questione delle radici cristiane. Secondo Zita Gurmai, presidente delle donne socialiste europee e membro della Commissione per gli affari costituzionali del Parlamento europeo, «La costituzione adottata impone una visione conservatrice e cristiana alla società ungherese». Un comunicato stampa dell’Alde, l’Associazione dei liberali e democratici per l’Europa che riunisce i partiti più laicisti del Parlamento europeo (come i liberali belgi e i liberaldemocratici britannici), lancia l’allarme: «In base al testo, il catalogo dei diritti umani contenuto nella Costituzione deve essere interpretato sulla base di specifici valori come… il ruolo primario delle famiglie tradizionali nella società e l’importanza del cristianesimo nel conservare la nazione ungherese». Persino sull’autorevole Wall Street Journal abbiamo dovuto leggere che «La nuova costituzione riflette un insieme di valori cristiano-conservatori, discriminando chi non condivide queste idee».

Ai soloni che siedono con poco merito sui seggi dell’Europarlamento (il Wall Street Journal si è corretto il giorno dopo con un intervento del vice primo ministro ungherese) andrebbe ricordato che in Europa (nel senso di Unione Europea e altri paesi dell’Europa occidentale) quasi una decina di paesi si appellano a Dio nella loro costituzione o addirittura prevedono una religione di Stato e una Chiesa di Stato: al primo gruppo appartengono la Germania e la Polonia, al secondo paesi come la Grecia (religione ufficiale quella cristiano-ortodossa), l’Irlanda e Malta (paesi cattolici in base alla Costituzione), il Regno Unito (che, come è noto, non ha una costituzione, ma il cui monarca è anche capo della Chiesa anglicana), Danimarca, Norvegia e Islanda (nelle quali la locale Chiesa evangelica luterana è ufficialmente Chiesa di Stato).

Dai socialisti e dai liberaldemocratici europei, convinti che i richiami a Santo Stefano e al ruolo del cristianesimo nella formazione dell’identità magiara compromettono i diritti umani degli ungheresi, ci aspettiamo una dichiarazione di guerra all’Irlanda, la cui Costituzione esordisce con le parole «Nel nome della Santissima Trinità, dalla quale proviene ogni autorità e alla quale, come termine finale, tutte le azioni degli uomini e degli stati devono riferirsi…».

Ma tale dichiarazione non arriverà, perché in tutte le costituzioni dei paesi citati, compresa quella appena approvata in Ungheria, i diritti di chi pratica religioni diverse da quelle che rappresentano simboli nazionali sono garantiti da specifici articoli costituzionali.

Altrettanto surreale la polemica sull’aborto e sui matrimoni omosessuali, che la nuova costituzione ungherese metterebbe fuori legge, in contrasto coi “valori europei” (parola dell’ex primo ministro belga Guy Verhofstadt). Si schiera anche AmnestyAmnesty International (AI), che in un tempo lontano si occupava di prigionieri di coscienza e di diritti politici conculcati, ha scritto una lettera al governo ungherese per metterlo a parte della propria preoccupazione. Sul sito dell’organizzazione la lettera non c’è, e i contenuti si conoscono solo dal sito internet ungherese Politics.hu.

Pare dunque che AI sia molto turbata perché «le clausole che mirano a proteggere il feto potrebbero finire per indebolire i diritti delle donne. Tutti i regolamenti che proteggono la vita prima della nascita dovrebbero essere compatibili con una legislazione che garantisca i diritti delle donne», e perché «la definizione del matrimonio come associazione fra un uomo e una donna impedirebbe di estendere il termine alle coppie dello stesso sesso in futuro» e «la proibizione di matrimoni omosessuali va contro le tendenze internazionali ed europee».

Preso atto che AI ha esteso l’elenco dei diritti umani al diritto all’aborto e al diritto al matrimonio omosessuale (che non compaiono in nessuna Dichiarazione internazionale dei diritti umani), vale la pena ricordare ai soloni di Londra (e al Corriere della Sera del 18 aprile) che la legge ungherese che autorizza le interruzioni di gravidanza si chiama dal 1992, almeno nella traduzione inglese, “Legge sulla protezione della vita fetale”, e contiene un articolo, confermato da varie sentenze della Corte costituzionale, che recita: «La vita del feto dovrà essere rispettata e protetta dal momento del concepimento», e che sia la donna che il feto hanno «diritto ad assistenza e protezione». Questa legge è talmente restrittiva che in base a essa attualmente in Ungheria si registrano circa 40 mila aborti procurati all’anno, contro 90 mila nascite (uno dei rapporti più sbilanciati in Europa).

Morale della favola: sia chi spera sia chi teme che la nuova costituzione ungherese ostacoli l’aborto legale si dia una calmata. Non succederà niente del genere. La polemica è strumentale. Come quella sui matrimoni omosessuali: l’Ungheria presunta omofoba è dotata di una legge sulle coppie di fatto che comprende anche quelle in cui i partner sono dello stesso sesso. I paesi europei che hanno creato il paradosso giuridico e linguistico dei “matrimoni omosessuali” sono solo sette: l’Ungheria sta semplicemente con la maggioranza.

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Quelli che vogliono il referendum

La stessa malafede si riscontra nelle accuse sulla presunta natura sciovinista e “irredentista” della nuova costituzione, che nel preambolo contiene il seguente articolo: «Guidata dalla nozione di una singola nazione ungherese, l’Ungheria sentirà responsabilità per il destino degli ungheresi che vivono fuori dai suoi confini, contribuirà alla sopravvivenza e allo sviluppo delle loro comunità, sosterrà i loro sforzi per preservare la loro identità ungherese e promuoverà la cooperazione fra loro e l’Ungheria».

Secondo la socialista europea Gurmai queste affermazioni «agiscono contro la stabilità regionale nell’Europa centrale e possono condurre a conflitti con paesi vicini (Slovacchia e Romania, dove vivono minoranze ungheresi, ndr)». Secondo la baronessa liberaldemocratica britannica Sarah Ludford queste pretese sono «irredentiste e molto pericolose».

Peccato che la vecchia costituzione stalinista del 1949 vigente fino a lunedì scorso, contro la quale nessun parlamentare europeo ha mai obiettato, dicesse le stesse cose con parole diverse: «La Repubblica d’Ungheria si sentirà responsabile per il destino degli ungheresi che vivono fuori dai suoi confini e promuoverà il rafforzamento dei loro legami con l’Ungheria». Davvero suona più rassicurante?

E questa non è l’unica euroamnesia: l’Austria continua a considerarsi potenza tutelare degli interessi degli altoatesini che vivono in Italia, anche dopo la “quietanza liberatoria” con cui ha riconosciuto che lo Stato italiano ha adempiuto agli impegni per l’autonomia contenuti nel Trattato di Parigi del 1946, e sta pensando di inserire questo ruolo nella costituzione. Nessuno in Europa, tranne l’Italia, se ne scandalizza.

Molte altre critiche vengono formulate contro la costituzione approvata dai deputati della coalizione fra il partito Fidesz del primo ministro Viktor Orban e il Kdnp (Partito popolare cristiano-democratico, volutamente dimenticato da chi continua a scrivere di «costituzione approvata solo dal partito di governo», come il portavoce dei socialisti europei per gli affari costituzionali Enrique Guerrero Salom), ma una su tutte suona particolarmente paradossale: i liberaldemocratici dell’Alde così come le opposizioni ungheresi lamentano il fatto che, essendo stato approvato da più dei due terzi dei parlamentari, il nuovo testo costituzionale non sarà sottoposto a referendum.

Questa è davvero bella. Delle 23 costituzioni entrate in vigore nei paesi dell’Europa dell’Est dopo la fine del comunismo, solo 10 sono state sottoposte a referendum popolare. E venendo all’Europa occidentale, non è mai stata sottoposta a referendum, né prima né dopo la riunificazione, la Costituzione tedesca, il paese che ha osato criticare la costituzione ungherese per bocca del viceministro degli Esteri Werner Hoyer.

Quella che avrebbe dovuto essere la Costituzione europea è stata messa ai voti solo in quattro dei 27 paesi della Ue, dopodichè è stata ribattezzata “trattato” per aggirare il voto contrario dei cittadini francesi e olandesi.

E questi hanno ancora il coraggio di parlare?

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