Cosa insegna la lunga lotta fra Chiesa e comunismo

2 febbraio 2012 09:55 33 comments

Vita e Pensiero n. 6, novembre-dicembre 2011

Nella guerra del blocco sovietico al cattolicesimo e al Vaticano, il martirio cristiano toc­cò nuove vette di sacrificio. E il riesame della Ostpolitik di Roma, da Pio XII a Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, ci consegna una lezione anche per l’oggi.

di George Weigel

Il martirio è parte integrante della vita cristiana fin dagli Atti degli apostoli. Tuttavia, nell’immaginario Collettivo di molti Cristiani, l’idea di “martirio” è confinata al cristiane­simo del I secolo. Questo è un vero e proprio fraintendimento della storia e della geogra­fia del martirio. Il totalitarismo moderno ha provocato uno spargimento di sangue in odium fidei di grandezza molto maggiore di qualunque altro sperimentato in passato. La Commissione per i nuovi martiri del Grande Giubileo del 2000 è arrivata alla conclusione che nel XX secolo c’è stato verosimilmente il doppio di martiri rispetto ai precedenti di­ciannove secoli messi insieme.

La stragrande maggioranza di questi martiri del XX secolo ha dato la propria vita per Cri­sto a opera del comunismo. Grazie alla nuova situazione politica creatasi al di là della Cortina di ferro, è ora possibile descrivere nel dettaglio questa guerra quasi dimenticata da parte del comunismo contro il cristianesimo e svelare alcuni dei suoi segreti, un tem­po sconosciuti. Poiché si trattò di una guerra sotterranea, così come di uno sterminio di massa. Coinvolse spie e capi dello spionaggio, “talpe” e agenti influenti, propaganda, di­sinformazione e altre “misure attive” come campi di lavoro forzato e pallottole nella nuca.

Nel corso dello scorso decennio, è iniziato il lavoro di ricerca negli archivi dei governi dell’era comunista e delle organizzazioni di polizia segreta a Berlino, Varsavia, Budapest, Praga, e anche brevemente a Mosca. Il mio lavoro sulla biografia di Giovanni Paolo II mi ha messo in contatto con studiosi che hanno scavato lungo questo filone di informazioni, alcuni dei quali hanno condiviso con me materiali di ricerca e intuizioni. Così, negli ulti­mi anni, e tramite l’accesso a messaggi in codice e memoriali prima top-secret, sono sta­to in grado di “origliare” mentre il capo della Stasi Markus Wolf e il numero uno del Kgb Yuri Andropov congetturavano sulla minaccia rappresentata dall’elezione nel 1978 di un pontefice polacco: congetture che presero forma sulla base delle relazioni inoltrate dal­le talpe dei governi del blocco comunista infiltrate in Vaticano.

Ho potuto inoltre “assistere” ai negoziati tra il governo comunista polacco e la Santa Sede sui termini e le condizioni della seconda visita pastorale di Giovanni Paolo nel suo Paese natale; e ho potuto “stare a guardare” il tentativo da parte della Suba Bezpieczest­wa (Sb, la polizia segreta polacca) di influenzare tali negoziati ricattando il pontefice. Questo nuovo materiale resosi disponibile ha inoltre gettato nuova luce sugli sforzi da parte della diplomazia del Vaticano per trovare un modus vivendi con i governi comuni­sti, persino nel momento in cui quei governi stavano intensificando i propri tentativi di infiltrarsi in Vaticano.

È tutto materiale da film di spionaggio. Tuttavia, è accaduto davvero. Il modo in cui fu condotta la guerra del comunismo contro il cattolicesimo, le forme della resistenza da parte ecclesiastica che fallirono, e le strategie di resistenza che ne seguirono, contengo­no tutti importanti lezioni per il futuro, anche se di per sé servono a chiarire l’immediato passato. Quel passato richiede attenzione e rispetto a causa dei numerosi sacrifici umani che esso ha comportato. Richiede inoltre la nostra attenzione riguardo a quanto ci può insegnare sul coinvolgimento del cattolicesimo, nel XX secolo, in nuove minacce alla libertà religiosa.

In una conversazione durante una cena verso la fine del 1996, Stanislaw Dziwisz, a lungo segretario di Giovanni Paolo II, disse, a proposito della lotta da parte della Chiesa catto­lica contro il comunismo in Polonia, che «bisogna capire che si è sempre trattato di una contrapposizione tra “loro” e “noi”». Come dire, la lotta tra comunismo e cattolicesimo non fu limitata a contrapposizioni episodiche, né poteva essere compresa attraverso una semplice analogia con la dialettica parlamentare tra governo e opposizione. Fu guerra sempre, tutto il tempo. Questa era certamente la visione del problema da parte dei co­munisti.

Fin dall’inizio della rivoluzione bolscevica, i leader del comunismo sovietico consideraro­no la Chiesa cattolica come una minaccia ai loro programmi e interessi. Agli occhi di Le­nin e dei suoi successori (incluso Yuri Andropov, l’unico dirigente del Kgb a diventare lea­der dell’Urss), la Chiesa cattolica rappresentava una vasta e ricca cospirazione senza scrupoli di portata internazionale, i cui obiettivi includevano la fine del comunismo e la distruzione dello Stato dei lavoratori. Nel secondo dopoguerra, quando gli Stati Uniti erano conosciuti negli ambienti del Kgb come «l’avversario principale», si capì che la Chiesa cattolica costituiva un formidabile nemico ideologico.
La sua influenza era temuta per ciò che avrebbe potuto fare nei confronti dell’ingerenza sovietica in vari Paesi del Patto di Varsavia. I suoi legami storico-culturali con il senti­mento nazionale in Lituania e in Ucraina minavano l’egemonia interna di Stalin. Ed era noto come essa rappresentasse uno degli ostacoli principali agli obiettivi sovieti­ci su sca­la mondiale, inclusa l’esportazione della rivoluzione marxista-leninista nel Terzo mondo, specie in America Latina.

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I riflessi di Guerra fredda

La guerra del comunismo contro il cattolicesimo si intensificò in maniera esponenziale negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale, quando il Nkdv (predecessore del Kgb) cercò di cambiare la mentalità delle popolazioni dei Paesi dell’Europa centrale e orienta­le destinati a gravitare nell’orbita sovietica. Fu in questi anni, per esempio, che venne architettata e diffusa dai servizi segreti sovietici la storia della presunta indifferenza di Pio XII verso le sorti della comunità ebraica europea e delle sue aperte simpatie per il nazismo tedesco. Si riteneva infatti che distruggere la reputazione del Papa fosse utile a preparare il terreno per il trionfo del nuovo uomo socialista a est dell’Elba.

In questa stagione di brutalità, il clero e i religiosi consacrati – uomini e donne – in tutti i territori dominati dal potere sovietico furono oggetto di vessazioni, imprigionati e uccisi solo pochi mesi dopo essere stati liberati dai torturatori nazisti. Alcuni degli eroi della resistenza alla lotta del comunismo contro la libertà religiosa del primo decennio sono tutto sommato ben conosciuti: il primate polacco Stefan Wiszynski, che portò avanti la vigorosa lotta del proprio Paese contro i tentativi da parte del Partito comunista di tra­sformare la Chiesa in un satellite del Partito polacco dei lavoratori; il primate ungherese Jozef Mindszenty, il simbolo vivente del crollo delle speranze del suo popolo dopo che i carri armati russi stroncarono la rivoluzione ungherese del 1956; il primate ceco Josef Beran, che sopravvisse a tre campi di concentramento nazisti per poi essere fatto prigio­niero dal regime comunista polacco; il leader croato del cattolicesimo iugoslavo, Alojzije Stepinac, il quale, come Mindszenty, sopportò il peso del classico processo-farsa per poi essere alla fine condotto al martirio; il gesuita slovacco Jàn Chryzostom Korec, consacra­to clandestinamente vescovo nel 1951 a 27 anni, che passò trent’anni ad ammi­nistrare il culto in clandestinità, cosa che lo fece finire di frequente nei campi di lavoro. Tuttavia, la più brutale campagna comunista contro la Chiesa cattolica nell’immediato periodo post-bellico non è ancora così ben conosciuta.

Essa coinvolse la Chiesa cattolica greca dell’Ucraina, bizantina dal punto di vista liturgi­co e organizzativo, ma in piena comunione con il vescovo di Roma: era temuta da Stalin come la culla della coscienza nazionale ucraina e veniva detestata dai vertici dell’orto­dossia russa per la sua vicinanza a Roma. I cattolici di rito greco furono intrappolati in un tranello politico-ecclesiastico che si ritorse pesantemente su di loro quando, nel 1946, si tenne un Sobor – un concilio ecclesiastico – illegittimo a Leopoli, nell’Ucraina occidenta­le. Messo in piedi dalla polizia segreta sovietica con la benedizione del patriarcato della Chiesa ortodossa russa di Mosca, il Sobor di Leopoli cancellò quanto sancito dall’Unione di Brest nel 1596, che aveva portato i cattolici ucraini alla piena comunione con la Chie­sa di Roma, e stabilì che questa Chiesa locale era stata “riunificata” alla Chiesa ortodos­sa. In un colpo solo, quattro milioni di cattolici ucraini che rifiutarono questa riunifica­zione divennero la più grande comunità religiosa illegale e clandestina del mondo. Mi­gliaia di cattolici di rito greco, inclusi numerosi sacerdoti e tutti – tranne due – i dieci vescovi ucraini di rito cattolico morirono nei gulag.

L’elezione di Angelo Roncalli come Giovanni XXIII nel 1958 segnò l’inizio di una nuova fase di questo scontro. Roncalli era convinto che la Chiesa avesse sofferto di un certo immo­bilismo negli ultimi anni di pontificato di Pio XII, mentre nei primi anni questi era stato quasi un riformista, incoraggiando i movimenti liturgici, dando nuovo impeto agli studi biblici e cercando di fare in modo che la Chiesa considerasse se stessa in termini biblici e teologici, piuttosto che canonici e di diritto.
Roncalli credeva che se questi tentativi provvisori di riforma fossero stati destinati a fare presa, le energie che essi rappresentavano avrebbero dovuto essere focalizzate attraver­so un concilio ecumenico. Questa sollecitudine da parte del Papa nei confronti del rinno­vamento della vita interna del cattolicesimo si scontrò immediatamente con il problema del conflitto fra comunismo e Chiesa: come avrebbero potuto i vescovi al di là della Cor­tina di ferro prendere parte al Concilio Vaticano II?

Questo si rivelò essere meno problematico di quanto si pensasse, poiché il Kgb e i servizi segreti a esso affiliati all’interno dei Paesi del Patto di Varsavia videro il Vaticano II come un’opportunità di infiltrarsi all’interno del Vaticano. La preoccupazione di Giovanni XXIII riguardo alla partecipazione dei rappresentanti dei Paesi dell’Europa centrale e orientale al Vaticano II e la sua convinzione che fosse tempo di testare la possibilità di relazioni diplomatiche meno gelide tra Mosca e la Santa Sede si combinarono dando vita a quella che fu no­ta come la nuova Ostpolitik del Vaticano. La necessità della Ostpolitik, a sua volta, sembrò addirittura più impellente nel momento in cui l’apertura del Vaticano II coincise con la crisi dei missili a Cuba.

Forse il peggiore tentativo da parte del blocco sovietico di manipolare i lavori del Vatica­no II coinvolse una vecchia conoscenza, il cardinale polacco Wiszynski. Durante le sue prime due sessioni di lavoro, il Concilio aveva dibattuto su come si dovesse discutere ri­guardo alla Beata Vergine Maria: attraverso un documento separato o inglobando la ri­flessione sul ruolo di Maria nella storia della salvezza all’interno della Costituzione dog­matica della Chiesa? Il colonnello Stanislaw Morawski, direttore del IV Dipartimento dei servizi segreti polacchi, incaricato delle attività contro la Chiesa, vide in questi dibattiti l’opportunità di danneggiare la reputazione di Wiszynski agli occhi dell’episcopato mon­diale. Così, Morawski stese un memoriale accusando Wiszynski di una visione dottrinale dubbiosa riguardo a Maria. Questo memoriale, intitolato Su alcuni aspetti del culto della Vergine Maria in Polonia, venne fatto circolare fra tutti i vescovi presenti al Vaticano II, distribuito su larga scala in Europa, e considerato come autentico dai giornalisti che seguivano il Concilio. La presenza del primate polacco al Vaticano II ne uscì almeno temporaneamente indebolita.

Precedentemente alla sua elezione come pontefice, anche Karol Wojtyla fu oggetto di un minuzioso e attento esame da parte sia della Sb polacca sia del Kgb sovietico. Come qualunque altro seminarista e sacerdote nella Polonia post-bellica, Wojtyla aveva un fa­scicolo della Sb a lui dedicato e una spia che lo osservava fin dal suo ingresso nella vita ecclesiastica; il fascicolo aumentò di spessore, così come aumentarono i suoi osservato­ri, dopo la consacrazione di Wojtyla a vescovo ausiliario di Cracovia nel 1958. Durante i successivi vent’anni, la Sb arrivò a detestare e a temere Wojtyla persino più di quanto non avesse temuto il cardinale Wiszyhski. Non si trattava del fatto che Wiszynski stesse perdendo il proprio smalto: il balletto diplomatico tra Wiszynski e il regime era una con­tesa in cui entrambe le parti erano note l’una all’altra. Con Wojtyla invece il regime non fu mai in grado di capire cosa sarebbe potuto accadere. E quando l’arcivescovo di Craco­via mise la propria voce alla difesa dei diritti umani di tutti, cominciò a essere visto come una minaccia persino maggiore di quella rappresentata da Wiszynski.
Nel novembre del 1973, il IV Dipartimento della Sb diede vita a un Gruppo D Indipenden­te, al quale fu assegnato il compito di disintegrare il cattolicesimo in Polonia attraverso un attacco coordinato all’integrità della Chiesa. Il leader del Gruppo D Indipendente, il colonnello Konrad Straszewski, era stato per anni il contatto presso la polizia segreta di uno dei colleghi di Wojtyla all’Università Cattolica di Lublino. E poi ci fu spazio per la brutalità: monsignor Andrzej Bardecki, consigliere ecclesiastico del quotidiano cattolico «Tygodnik Powszechny», fu picchiato a sangue una sera da alcuni uomini della Sb (o che a essa si ispiravano), dopo che aveva lasciato una riunione alla quale aveva partecipato anche il cardinale Wojtyla. Facendo visita in ospedale il giorno successivo al sacerdote più vecchio di lui, l’arcivescovo disse: «Tu hai preso il mio posto, sei stato picchiato al posto mio» (Interessante da notare, la Sb non tentò mai di sobillare gli amici laici di Woj­tyla, mostrando così una forma tipicamente comunista di clericalismo).

La Sb non riuscì a scoprire le ordinazioni clandestine di sacerdoti per il servizio liturgico segreto in Cecoslovacchia che il cardinale Wojtyla portava avanti a Cracovia. Ma la poli­zia sapeva, e non avrebbe potuto esserne contenta, dei frequenti contatti stretti dall’ar­civescovo con dissidenti politici laici (e talvolta agnostici) a metà degli anni Settanta. In una conferenza delle agenzie di servizi segreti del blocco sovietico del 1975 organizzata dal Kgb, i servizi segreti polacchi, ungheresi e cecoslovacchi, convocati a pianificare ul­teriori attività contro il Vaticano, riferirono tutti di «significativi posizionamenti di agen­ti» in Vaticano, mentre gli ungheresi misero gli altri in guardia sul fatto che Wojtyla, come Papa, sarebbe stato un oppositore particolarmente pericoloso.

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Spy-Story in Vaticano

Yuri Andropov evidentemente era d’accordo. Subito dopo l’elezione di Giovanni Paolo II il 16 ottobre 1978, il Kgb spedì in Polonia alcuni agenti clandestini, noti nel giro come “gli illegali”, per radunare quanti agenti potevano. Uno di loro, Oleg Petrovich Buryen (“De­revlyov”), si spacciò per il rappresentante di una casa editrice canadese interessata ai missionari polacchi in Asia e si sforzò assiduamente di frequentare padre Józef Tischner, amico di vecchia data del Papa e studioso di filosofia. La Sb polacca, dal canto suo, mise la propria firma in occasione dell’elezione del suo compatriota a vescovo di Roma schie­rando nella Città Eterna un agente particolarmente sofisticato, Edward Kotowski (“Pie­tro”), al quale, nei tre anni precedenti, era stato impartito un addestramento intensivo perché imparasse la lingua italiana e al quale era stato detto di imparare tutto ciò che poteva sulla Santa Sede.

Operando clandestinamente sotto la copertura di un incarico diplomatico presso l’amba­sciata polacca a Roma, “Pietro” coltivò una rete estesa di contatti in Vaticano, inclusi uo­mini che avevano perlomeno qualche accesso agli appartamenti papali. “Pietro” raccontò in seguito allo storico polacco Andrzej Grajewski che, durante i primi anni del pontifica­to di Giovanni Paolo II, più della metà dei diplomatici che lavoravano presso l’ambasciata polacca a Roma era di fatto al servizio della Sb, come gli impiegati di stanza a Roma del­la linea aerea di Stato polacca, delle agenzie di viaggio, i membri di missioni commer­ciali, e vari altri.
Giovanni Paolo II ebbe il sospetto che la Santa Sede fosse stata violata dai servizi segreti del blocco sovietico, e modificò la routine della giornata papale in modo da prendere al­cune misure di risposta. Materiali che avessero a che fare con la Polonia o con altre que­stioni delicate non furono più archiviati per la consultazione rapida presso la Segreteria di Stato; essi vennero conservati nell’appartamento papale, dove non vi era la possibili­tà, per coloro che seminavano zizzania, di aggirarsi furtivamente. Papa Wojtyla inoltre si rifiutò di dettare gli appunti delle conversazioni da tenere con esponenti di spicco come il ministro degli Esteri Andrei Gromyko, evidentemente preoccupato del fatto che questi appunti potessero finire nelle mani sbagliate lungo il percorso dei documenti papali al­l’interno della curia. Così il Papa e il suo segretario Stanislao rimanevano insieme ogni sera a rivedere gli appuntamenti e i colloqui della giornata, con Dziwisz che redigeva una serie di diari sotto il suo controllo nell’appartamento papale.

Di particolare interesse per tutti i servizi segreti del blocco sovietico fu l’intenzione da parte del Papa di visitare la Polonia nel giugno 1979. Prima della visita, la Sb polacca mise in piedi una colossale operazione, la Lato-79, che mirava a inserire almeno una tal­pa nella commissione ecclesiastica incaricata dell’organizzazione del viaggio papale. In questa occasione, la Sb operò in stretta collaborazione con la Stasi, il cui capo leggenda­rio, Markus Wolf, aveva la propria risorsa in Vaticano: un benedettino tedesco, Eugen Brammertz (“Lichtblick”), che lavorava per l’edizione tedesca de «L’Osservatore Romano». Mentre il Papa si trovava in Polonia, infiammando una rivoluzione delle co­scienze che presto si diffuse attraverso la regione, la Sb schierò 480 agenti solo a Craco­via per monitorare gli eventi e guastarli per quanto potevano.

L’intensità della preoccupazione mostrata prima e durante il pellegrinaggio papale del giugno 1979 trovò riscontro a Mosca, dove il Kgb tacciò il Papa di «sovversione ideologi­ca». Mosca si mostrò particolarmente infastidita dal fatto che Giovanni Paolo II si fosse riferito a se stesso come «Papa slavo»; questo portò il Politburo del Partito comunista russo a concludere, cosa che sarebbe sembrata una sorpresa per i diplomatici del Vatica­no, che la Santa Sede aveva lanciato una nuova battaglia ideologica contro i Paesi socia­listi. Cinque mesi più tardi, la segreteria del Comitato centrale del Partito comunista ap­provò un piano articolato in sei punti, intitolato Decisione di operare contro le politiche del Vaticano nelle relazioni con gli Stati Socialisti, che includeva una campagna di misu­re attive in Occidente per «dimostrare che la leadership del nuovo Papa, Giovanni Paolo II, è pericolosa per la Chiesa cattolica».

In questo contesto, le misure attive significavano propaganda, campagne di disinforma­zione, estorsione, e il tentativo di convincere la stampa mondiale che il Papa rappresen­tasse una minaccia per la pace. I timori da parte sovietica si intensificarono in modo esponenziale l’anno seguente, con il sorgere del movimento di Solidarnosc – un’iniziativa che Andropov cercò immediatamente di influenzare tramite l’infiltrazione di nuovi agenti in Polonia. L’avvertimento del Papa contro l’invasione sovietica anti-Solidarnosc in Polo­nia nel dicembre 1980 aggiunse tuttavia un ulteriore capo di imputazione all’atto d’accu­sa che alla fine fu presentato a Giovanni Paolo da Mehmet Ali Agca il 13 maggio 1981.

Il fallimento dell’attentato non segnò tuttavia la fine della guerra del comunismo contro Giovanni Paolo II. Tale guerra prese una brutta piega durante i difficili negoziati che pre­cedettero il secondo pellegrinaggio papale in Polonia nel giugno 1983, quando il Paese si trovava ancora sotto la legge marziale. Desiderosa di tenere il coltello dalla parte del manico, la Sb decise di ricattare Giovanni Paolo II. Lo strumento designato fu un diario fasullo, che si diceva essere stato redatto da un’impiegata, ora deceduta, in servizio in passato presso l’arcivescovado di Cracovia, ai tempi del mandato di Wojtyla, nel quale la redattrice, una certa Irina Kinaszewska, riportava di essere stata l’amante dell’arcivesco­vo.

Il piano fu svelato quando Grzegor Piotrowski del Gruppo D Indipendente, l’uomo incari­cato di posizionare il diario nella casa di un eminente prelato di Cracovia, ubriaco fradi­cio dopo essere riuscito a intrufolarsi nell’abitazione, ebbe un incidente in auto e disse alla polizia stradale come erano andate le cose. Parte della trama cominciò a trapelare fuori dagli ambienti di polizia, così come dalla cancelleria di Cracovia, quando il diario fasullo venne scoperto e riconosciuto per ciò che era davvero. Così il piano di estorsione nei confronti del Papa si distrusse da solo.
L’affare del diario dimostra quanto profondamente la Sb (e il governo polacco) temevano Giovanni Paolo II, persino in un Paese sotto la legge marziale, e quanto erano disposti a cadere in basso pur di compromettere la sua autorità morale. Per ciò che riguarda il ca­pitano Piotrowski, sarebbe riapparso un anno e mezzo dopo – nei panni dell’uomo che picchiò a sangue padre Jerzy Popiuszko e gettò il suo corpo martoriato nel fiume Vistola.

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Lezioni dal passato

Quali lezioni possiamo ricavare dall’esperienza della Ostpolitik del Vaticano negli anni Sessanta e Settanta per quanto concerne i rapporti della Chiesa con Cina, Vietnam e Cuba oggi? Quali lezioni possiamo ricavare da tale esperienza riguardo alla lotta per la sopravvivenza della Chiesa nel mondo arabo islamico? E, per portare la questione all’in­terno di un ambito nel quale i leader politici dell’Occidente non si vogliono avventurare, il faccia a faccia della Chiesa con il comunismo ci offre delle lezioni sul rapporto della Chiesa nel XXI secolo con il laicismo aggressivo e radicale e con i suoi tentativi di gettare le basi di ciò che Benedetto XVI ha chiamato «dittatura del relativismo»?

Riflettendo su tali questioni, bisognerebbe riconoscere che il tentativo da parte cattoli­ca di trovare un modus vivendi (o, per dirla con Casaroli, un modus non moriendi) con il potere comunista, raramente, se non addirittura mai, ha dato frutti significativi. Infatti, il problema del rapporto della Chiesa con i sistemi politici che cercano di riempire tutto lo spazio disponibile all’interno della società va collocato molto prima della nascita del bolscevismo russo. La pacificazione a prezzo di pesanti concessioni non funzionò ai tem­pi di Napoleone; non funzionò con i regimi anticlericali in Messico o in Spagna; non fun­zionò con l’Austria del dopo Anschluss; perciò non dovrebbe essere stata una sorpresa che non potesse funzionare con il comunismo.

Una resistenza efficace, dal canto suo, era basata su un forte senso di identità cattolica, abbinato a una certa accortezza politica come quella mostrata da Wyszynski e Wojtyla – una accortezza che metteva insieme la fermezza nella visione strategica con la flessibili­tà tattica. Gli sforzi di Wyszynski di trovare uno spazio nel quale la Chiesa polacca rigua­dagnasse la propria forza dopo la Seconda guerra mondiale non furono sempre apprezza­ti in Vaticano alla fine degli anni Quaranta, quando la visione strategica era chiara – il comunismo deve essere sconfitto – ma non altrettanto bene furono comprese le circo­stanze tattiche proprie della Polonia. La situazione venne ribaltata negli anni Settanta, con il Vaticano che premeva per una flessibilità (mirata a stabilire relazioni diplomatiche formali tra la Santa Sede e il Partito popolare polacco), mentre Wyszynski intraprendeva una linea tattica dura, temendo giustamente i tentativi da parte comunista di attuare un divide et impera lasciando i diplomatici della Santa Sede a fare inconsapevolmente la parte delle pedine sulla scacchiera.

Da parte sua, Karol Wojtyla fu sufficientemente accorto da comprendere che il fatto di designare segretario di Stato l’architetto della Ostpolitik di Paolo VI, Agostino Casaroli, comportava dei vantaggi di ordine tattico per la Chiesa. Mentre il Papa predicava la ne­cessità di una rivoluzione morale contro esponenti del regime comunista, Casaroli porta­va avanti la sua opera diplomatica, negando così ai comunisti la possibilità di accusare la Chiesa di essere venuta meno al proprio impegno verso il dialogo. Giovanni Paolo e Casa­roli formarono una squadra formidabile, anche se non esattamente nei termini in cui Ca­saroli (che una volte disse, malinconico, «vorrei aiutare questo Papa, ma lo trovo così di­verso») avrebbe voluto.

Infine, la ferocia dell’assalto del comunismo nei confronti della Chiesa, nel quale per la prima volta dai tempi di Diocleziano i cristiani furono dati in pasto ai leoni e crocifissi, ci offre un’importante lezione sulle politiche ultramondane votate alla moderna tecnologia in società sprovviste di punti di riferimento morali trascendenti che forniscono un con­trollo culturale sul potere statale. I massacri delle guerre di religione in Europa hanno avuto luogo quasi quattro secoli fa; i massacri ancora maggiori del comunismo del XX se­colo sono vivi a memoria d’uomo. Questa evidenza storica può essere fatta valere a Wa­shington, a Bruxelles e in diverse capitali europee quando viene diffuso l’allarme riguar­do al pericolo insito nel fatto di portare in piazza la discussione su un argomento morale di matrice religiosa.

La guerra del comunismo contro la Chiesa fu uno sporco affare, nel quale il martirio cri­stiano raggiunse nuove vette di sacrificio. I pastori e il mondo laico cristiano, con pro­fondo impegno e con accortezza politica, alla fine sono riusciti ad avere la meglio sul co­munismo. Il sangue dei martiri, tuttavia, è stato il seme della vittoria di Cristo. Il loro sacrificio e ciò che noi possiamo imparare da tutto ciò riguardo alle virtù cardinali della fortezza e del coraggio non deve essere mai dimenticato.

(Traduzione di Gabriele Ripamonti e Serena Spelta)

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Gorge Weigel è Distinguished Senior Fellow al Centro di Etica e Politica pubblica di Wa­shingron, dove è titolare della cattedra William E- Simon sulle questioni cattoliche. È autore di una monumentale biografia di Giovanni Paolo II, Testimone della speranza (2005), e diversi saggi politico-culturali, come La Cattedrale e il Cubo (2006). Questo te­sto è stato pubblicato integralmente sulla rivista americana «First Things», nel cui Board siede lo stesso Weigel.

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