I cristiani persecutori secondo Filoramo e Cardini

10 febbraio 2012 13:55 15 comments

di Marco Invernizzi

La Bussola quotidiana, 10-02-2012

Si sta riaprendo un’antica ferita all’interno del mondo cattolico e della cultura occidentale in generale. Riguarda le conseguenze della conversione al cristianesimo dell’imperatore Costantino (274-337), avvenuta il 28 ottobre 312, a Ponte Milvio, nei pressi di Roma, e dell’editto di Milano dell’anno successivo, con il quale cessarono le persecuzioni anticristiane e i cittadini dell’impero romano ottennero il diritto alla libertà religiosa. La polemica è antica ma è stata riaccesa da recenti pubblicazioni, come il libro di Giovanni Filoramo, docente di Storia del cristianesimo all’università di Torino e autore di importanti studi sulla storia delle religioni (La croce e il potere. I cristiani da martiri a persecutori, Laterza 2011), oppure quello di Franco Cardini, famoso medievista (Cristiani perseguitati e persecutori, Salerno, 2011).

Entrambi riprendono una vecchia tesi, certamente suffragata da molti fatti realmente accaduti ma forzata e in fondo ideologica, secondo la quale il Vangelo di Cristo sarebbe stato tradito dall’accettazione, da parte della Chiesa Cattolica, della cultura ellenistico romana. Grazie a questo sposalizio, appunto iniziato con la conversione di Costantino, il cattolicesimo avrebbe conquistato il potere imperiale e i cattolici da perseguitati sarebbero diventati persecutori. Non solo, ma la religione cristiana sarebbe diventata la religione ufficiale dell’impero e, 70 anni dopo l’Editto di Milano, l’imperatore Teodosio (347-395) avrebbe rinnegato il diritto alla libertà religiosa facendo del cristianesimo una religione di Stato.

Le conseguenze di queste posizioni sono gravi nel senso che portano alla richiesta, tipica di ogni forma di modernismo o di progressismo, di slegare il cristianesimo dall’abbraccio empio con il pensiero greco-romano, permettendogli di ritornare alla purezza delle origini, alla Chiesa povera e senza potere. Non soltanto, ma questa posizione, come spiega Filoramo, comporta anche la critica della Chiesa che, sempre all’epoca di Costantino, definisce la propria professione di fede, il Credo niceno-costantinopolitano che ancora recitiamo la domenica durante la Messa così come lo ha sostanzialmente riproposto il servo di Dio Paolo VI nel 1968. Una Chiesa che diventa dogmatica, che esprime una dottrina ufficiale e autoritaria attraverso un Magistero, e che quindi condanna come eretici coloro che non la accettano.

Papa Benedetto XVI sostenne esattamente il contrario nel celebre discorso all’università di Ratisbona (12 settembre 2006), dove ricordò la provvidenzialità dell’incontro della cultura greca e romana con il cristianesimo, sia per l’apporto filosofico al legame fra la fede e la ragione, sia per l’apporto giuridico e politico proveniente dal diritto romano.

Ovviamente, sostenere l’impostazione che con Costantino si verifica una rottura nella storia della Chiesa significa mettere in discussione tutta la storia successiva della cosiddetta “Chiesa costantiniana”, fino ai nostri giorni, sia rifiutandola o comunque criticandola, come fanno le diverse espressioni del progressismo, sia al contrario accogliendola e disprezzando invece la cosiddetta “setta giudaica” delle origini, che sarebbe il primo cristianesimo, come per esempio fanno certi tradizionalisti paganeggianti, come Julius Evola (1898-1974).

La domanda più importante è dunque se il cristianesimo debba o no “incarnarsi” nella storia, se debba diventare cultura e quindi una civiltà. Naturalmente questa sua incarnazione non preserva i protagonisti, cioè i cristiani che compiono il passaggio di fare diventare cultura la fede, dalle tentazioni che subiscono tutti gli uomini: l’uso improprio del potere, la dipendenza dal denaro o dal sesso, l’ipocrisia, il familismo per fare soltanto alcuni esempi.

Così come nei primi tre secoli vi sono stati i lapsi, cioè coloro che hanno ceduto di fronte alla persecuzione rinnegando Cristo, dopo vi saranno coloro che useranno la fede per ragioni personali e comunque la infangheranno con azioni violente o meschine. La purificazione della memoria voluta dal beato Giovanni Paolo II aveva proprio questo obiettivo, purificare la fede e la Chiesa dalle incrostazioni prodotte dai cristiani nel corso della storia. E naturalmente questo non significa identificare il cristianesimo, che consiste nel seguire Cristo, vero Dio e vero uomo, con la cultura e con la civiltà che sono nate dalla predicazione del Vangelo. Significa però tenere ben presenti le parole di Giovanni Paolo II del 16 gennaio 1982: «Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».

La seconda domanda riguarda la libertà religiosa, che i cristiani avrebbero negato dopo averne beneficiato con l’Editto di Milano. Ne parlava spesso la grande storica di questa epoca (e grande cattolica), Marta Sordi, autrice di diversi saggi sul rapporto fra Chiesa e impero romano e in particolare di un libro bello e importante, I cristiani e l’impero romano (Jaca Book, 2004) che merita senz’altro di essere letto e diffuso. La studiosa dell’Università Cattolica ripeteva spesso che l’idea di libertà religiosa stentò a penetrare fra i cristiani perché gli imperatori romani, sebbene convertiti, avevano una concezione politica della religione, un’eredità etrusca, per cui questa doveva ottenere il bene della comunità attraverso la pax deorum, cioè regolamentando «per legge, con grande attenzione, il rapporto con la sfera del divino».

Così lo spiega anche Alberto Barzanò, uno dei tanti allievi della grande storica, che ha raccolto queste riflessioni in un bel libro di documenti, che bisognerebbe leggere e fare leggere al fine di comprendere questo passaggio decisivo della nostra civiltà e per affrontare adeguatamente una battaglia culturale imminente (Il cristianesimo nelle leggi di Roma imperiale, Paoline, 1996).

Il diritto della persona di scegliere la religione da professare nella libertà e senza pressioni da parte dello Stato era un concetto evangelico, ma ancora troppo distante dalla cultura romana e ci vorranno secoli perché potesse imporsi. Ma questo poté avvenire proprio grazie all’inculturazione della fede, a quel lavoro lento e paziente che sarà la prima evangelizzazione, come fa notare un altro grande storico dell’epoca, Paolo Siniscalco nel suo Il cammino di Cristo nell’Impero romano (Laterza, 2009), confrontando la mentalità romana assunta dagli imperatori dopo Costantino, a cui interessava la sottomissione alla legge più che la conversione delle coscienze, con la lenta penetrazione del messaggio cristiano «nell’intimo degli uomini per diventare poi operante nel tessuto della società».

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