Lavoro e speranza

18 febbraio 2012 18:53 0 comments

La speranza di un mondo migliore si fonda sulla speranza del Paradiso. Mancando questo (il Paradiso) viene meno quello (il mondo migliore). Non sono io a dirlo ma Papa Benedetto XVI nell’enciclica “Spe Salvi”.

La modernità – intesa come il tentativo di rendere il pensiero dell’uomo fondamento di tutto, nell’illusione di fare dell’uomo il dio di se stesso – ha sviluppato il culto dell’immanenza. Ha cancellato il Paradiso e la vita eterna ed ha trasferito quella speranza nella costruzione del paradiso in terra.

Chi ci ha preceduto nella Fede sapeva di essere “precario” su questa terra, dove cercava di progredire, di migliorare ma sapendo che la sola vera e perfetta gioia sarebbe stata nei beni celesti. Si impegnava al massimo proprio sapendo che vivendo bene sulla terra avrebbe ottenuto il Paradiso.

Il Paradiso, affermava Chiara Lubich, è una casa che si costruisce di qua (sulla terra) per abitare di là (in cielo).

In che misura il culto dell’immanenza, del paradiso in terra, ci ha portato a disdegnare la realtà della nostra “precarietà”? Ed in che misura questo concetto di “definitività” che ci viene dal costruire il paradiso in terra si trasferisce, in campo lavorativo, ad esempio, nell’idea del “posto fisso”?

Ho dei parenti (come tanti di noi) in Canada. Uno di essi mi confidò una volta che mai avrebbe sopportato l’idea di lavorare sempre nella stessa azienda: sarebbe stata una vera condanna. Capisco però che è un discorso che non tutti possono fare.

Notava Nicola Porro, in un articolo del 3 febbraio scorso, che la nostra idea di lavoro è immersa in diverse “irrealtà” (lui le chiama, addirittura “balle”).

La prima di queste è che il lavoro è un diritto. Come sono lontane le parole di San Paolo: «Quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi».

«Il lavoro – scrive Porro – è piuttosto un dovere. Un dovere che si conquista, che ci completa e che ci permette di vivere. Ma l’idea che il lavoro sia dovuto (e poi da chi?) è l’utopia di una società pianificata e dunque povera. Ci sono i diritti sul lavoro. È ovvio. Il lavoro non si crea dal nulla. Lo forniamo a delle imprese, che grazie al nostro lavoro prosperano. Se bastoniamo le imprese, il lavoro semplicemente scompare».

Il secondo ritorno alla realtà, sempre secondo Porro, è che oggi le imprese nascono e muoiono, prosperano e vanno in crisi, a tassi molto più rapidi che nel passato.

«Da circa vent’anni – è sempre Porro che scrive – l’impresa italiana è allergica al posto fisso. Per il semplice motivo che l’impresa italiana non ha essa stessa alcuna garanzia di poter continuare ad operare nel tempo. Le imprese non sono eterne. La capacità degli imprenditori che sono sul mercato non è solo quella di vendere prodotti apprezzati con guadagno, ma soprattutto quella di riuscire a farlo per un periodo lungo. Siamo sicuri che Apple tra vent’anni sarà di successo come oggi? Ce lo auguriamo, ma non è certo. Erano forse sicuri i finlandesi che la loro Nokia avrebbe continuato in eterno ad essere leader dei telefonini? Forse sì, ma avrebbero sbagliato».

Ne riporto ancora una. «L’idea, di chi non ha mai lavorato, è che il lavoro e l’economia si reggano su decisioni pubbliche. Stabilisco che detta fabbrica (Termini Imerese per dirne una) debba continuare a produrre le auto nonostante l’azienda la voglia chiudere. Stabilisco che talaltro imprenditore non possa spostare la sua produzione in paesi confinanti con un decreto legge. L’idea, insomma, che lo Stato conservi i posti di lavoro per conto di terzi. Più che la via per la schiavitù, questa è la strada adottata negli ultimi cinquant’anni per portare sull’orlo del fallimento il nostro paese. La politica industriale, in poche parole, è una grande fregnaccia: è lo strumento con il quale la politica maschera la propria volontà di controllo sul mercato, attraverso una locuzione forbita. Sia chiaro lo Stato è indispensabile. Alcune scelte strategiche si debbono fare (mettersi nelle condizioni di avere energia a bassi prezzi è una di queste), ma ritenere che a Roma qualcuno possa azzeccare la futura evoluzione del mercato meglio degli imprenditori stessi è pura follia».

L’unico settore che sfugge a queste regole, in Italia, è l’impiego pubblico. Qui l’abuso di forme flessibili di lavoro sono un vero abominio.

Mi fermo qui. Prima però trascrivo una curiosa testimonianza. È tratta da un articolo di Massimo Giardina pubblicato da “Tempi” il 3 ottobre 2011. Racconta di una conversazione che ebbe con un amico statunitense il quale affermava: «Voi italiani non vi capisco, sopratutto non comprendo l’idea che avete del lavoro. Per me il lavoro è uno scambio: da una parte c’è chi offre una posizione professionale poiché ne ha necessità, dall’altra c’è chi a seguito di una remunerazione adeguata è disposto ad accettare. Soprattutto, nel momento in cui il mio datore non ha più bisogno di me, non comprendo perché debba continuare a pagare una prestazione che non necessità più».

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Post Scriptum: «Noi oggi abbiamo spesso un po’ paura di parlare della vita eterna. Parliamo delle cose che sono utili per il mondo, mostriamo che il Cristianesimo aiuta anche a migliorare il mondo, ma non osiamo dire che la sua meta è la vita eterna e che da tale meta vengono poi i criteri della vita. Dobbiamo capire di nuovo che il Cristianesimo rimane un “frammento” se non pensiamo a questa meta […] e dobbiamo di nuovo riconoscere che solo nella grande prospettiva della vita eterna il Cristianesimo rivela tutto il senso. Dobbiamo avere il coraggio, la gioia, la grande speranza che la vita eterna c’è, è la vera vita e da questa vera vita viene la luce che illumina anche questo mondo». (Benedetto XVI – Omelia per la S. Messa con la Pontificia Commissione Biblica, 17 aprile 2010)

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