Le parole di frate asino

21 febbraio 2012 09:23 3 comments

di Costanza Miriano

Il Timone – gennaio 2012

Qualche giorno fa, lo ammetto, ho mormorato una parolaccia. Con una raffinata operazione di alta ingegneria ergonomica ero riuscita a far cadere, nell’ordine, il citofono sulla fronte, la tazza a terra, il caffè sulla gonna pulita – questo sì che è talento – salutando il figlio maggiore che usciva per andare a scuola. Gli altri tre dormivano. Credevo. Immediatamente da sotto una coperta arriva una vocina: «Mamma, ti ho sentita. Con questa ti sei giocata il buono per il 2012». Ma non stava dormendo, il disgraziato, il figlio numero due? I pargoli, non c’è verso, vigilano sempre su di noi, anche quando sembrano distratti, anche da tre stanze più in là.

Il fatto è che in casa nostra le parolacce sono severamente vietate, ma c’è un bonus annuale in caso di situazione eccezionale. Il regolamento non specifica quanto debba essere eccezionale il momento, visto che, per dire, una volta, dopo essere caduta correndo, ho osservato le mie ginocchia devastate, bisognose di diversi punti di sutura e mi sono concessa solo un «mannaggia al mondo». Si vede che l’altra mattina ero stanca.

Devo dire che il regolamento è applicato abbastanza fedelmente, a casa, e anche gli amici dei figli sanno che da queste parti si modera il linguaggio, e se si vuole anche discutere, o fare gli spiritosi, o dimostrare di essere grandi (è questo per gli adolescenti lo scopo del turpiloquio) bisogna spremere un po’ il cervello, e scegliere le parole giuste.

Il punto è proprio questo: certe parole servono solo a chi è ignorante, non conosce quelle giuste, a chi per pigrizia non le vuole cercare, o a chi proprio non ci arriva. Sono scorciatoie, che poi è un po’ quello che penso della volgarità in generale: chi fa per esempio campagne pubblicitarie con donne nude o con il Papa che bacia l’imam, evidentemente non è creativo, non ha idee, e forse non vende neanche un prodotto buono, sennò non avrebbe bisogno di colpire la gente a pugni in faccia.

Ma c’è qualcosa di ancora più profondo: chi parla male ragiona male. Le parole sono fari della realtà, la ordinano, la orientano, le danno una forma. Lo sappiamo bene noi cristiani, discepoli del Verbo che era in principio e che si è fatto carne. E in principio Dio ha creato il mondo ‘dicendo’, chiamando all’esistenza alcune cose («Dio disse: “sia la luce”. E la luce fu», «Dio disse: “sia il firmamento», ecc.).

Le parole dunque, anche le nostre con la p minuscola, hanno un peso e vanno scelte bene.

È vero, ho tanti amici che intercalano una parolaccia ogni sette, otto secondi. Anche qualche amica, per la verità, e mi dispiace perché se «nella sua purezza luminosa la donna è come uno specchio che riflette il volto dell’uomo, glielo rivela e così lo corregge», come dice Pavel Evdokimov (e come dice san Paolo nella lettera ai Corinzi, «la donna è gloria dell’uomo»), sentire una donna che parla a parolacce mi intristisce di più. Comunque, so bene che diversi di questi amici mi precederanno di molte spanne nel regno dei cieli, e che il linguaggio non sarà forse la prima cosa di cui saremo chiamati a rispondere; ma di tutto, comunque, risponderemo.

Ci sono parolacce che non offendono nessuno – la mia, quella del bonus per il 2012, per dire, era indirizzata a me stessa e alla mia agilità da circense – mentre ci sono parole pulite che possono ferire più della spada. Si può essere eleganti e crudeli, si può offendere col sorriso sulle labbra, e di ogni iota renderemo conto (ora che ci penso, ho in mente giusto un piccolo elenchino da aggiungere alla mia prossima confessione). Ci sono peraltro anche parolacce che servono per dare i giusti nomi alle cose: Dante non avrebbe potuto certo all’Inferno definire la prostituta Taide «una signora di facili costumi». Una parola è un giudizio sulla realtà e il peccato va chiamato col suo nome, infatti nelle altre cantiche di parolacce non c’è traccia.

Di quelle dette per offendere, però, renderemo conto: il Vangelo è chiaro, non la si passa liscia neanche se si dice «pazzo» al fratello.

Quanto a quelle invece dette con leggerezza, credo che siano così diffuse perché viviamo immersi in un clima di generalizzato spontaneismo. Tutto quello che «mi viene», per il solo fatto che «mi viene così», è autorizzato. Mi sembra che non ci sia più, neanche a un livello semplicemente esteriore, una forma da salvaguardare; una forma che se a volte poteva nascondere ipocrisia (il verminaio interiore che abbiamo tutti dentro è sempre lo stesso, in ogni tempo), tuttavia ci salvaguardava da un’eccessiva auto-indulgenza. Era come uno scheletro che custodiva le nostre parti “molli”, le quali ai nostri giorni invece sembrano autorizzate ad essere aggressivamente espresse ed esposte ai quattro venti, per il solo fatto di esistere. E non è un bello spettacolo.

Adesso non vorrei avventurarmi in un terreno non mio, ma mi sembra evidente che in qualche modo questo atteggiamento, lo spontaneismo, sia figlio della rivolta anti-autoritaria di cui uno dei pilastri è stata anche la psicanalisi. Spadroneggiando per tutto il ‘900, Freud e i suoi hanno inventato una nuova idea di uomo, invitandolo a far emergere liberamente tutto quello che aveva dentro – battezzato “inconscio” e autorizzato a esprimersi senza freni – , come se un sentimento, una parola, una pulsione, un’inclinazione, per il solo fatto di esistere abbiano il diritto assoluto di cittadinanza, la necessità di essere vissute in pieno, di dispiegare tutta la loro pulsione vitale.

Non mi pare che questo abbia portato grandi risultati.

Noi che sappiamo invece che esiste il peccato originale, e che tutto ciò che è impuro viene dall’interno dell’uomo, come dice Gesù, sappiamo che dobbiamo vagliare quello che ci viene da dentro. E se non sempre è facile farlo con i pensieri – in questo stiamo con Freud – sulle parole e le azioni invece dobbiamo provare a mantenere il controllo.

Per esempio: il Vangelo, che a differenza dei testi del nume tutelare della psicanalisi è davvero il libretto di istruzioni dell’essere umano, ci invita ad amare i nemici. Se intendiamo l’amore come un sentimento che sgorga spontaneo dal cuore è evidente che il comandamento di Gesù è impossibile da seguire. Ma amare è solo in parte provare slancio e trasporto. È molto di più volere e cercare il bene dell’altro (come dice già Aristotele), e volere il bene del nemico è possibile (tra l’altro, se il nemico è malvagio, volere il suo bene significa volere anche la sua redenzione).

Il Vangelo nella sua sapienza ci indica cosa fare, non cosa provare spontaneamente. E tutti noi almeno una volta nella vita, sforzandoci di obbedire, abbiano certo verificato come il cuore, la testa, il pensiero, e perché no anche l’inconscio, alla fine seguano docilmente la via indicata dalle nostre azioni e dalle nostre parole. Al Vangelo si obbedisce, al contrario di ciò che pensa la coscienza moderna dell’uomo occidentale, piegando la volontà con la pratica, vigilando sulle azioni e le parole, certi che il pensiero e il cuore, dal quale invece provengono i propositi malvagi (Mt 15,19), piano piano seguiranno, addomesticati e ammansiti dalle nostre mani, dai piedi, dalla lingua. Olio di gomito. I nostri gesti concreti ci convertiranno. Prima di partire per l’impresa forse tocca dare una strigliata a quel frate asino, il corpo (lingua compresa), come lo chiamava san Francesco, che almeno, a differenza della mente, possiamo dominare.

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