Maternità e lavoro: oltre alla RAI c’è di più

24 febbraio 2012 10:27 0 comments

Centro Italiano Studi Famiglia

21 febbraio 2012

Viviamo in un Paese a volte strabico, questo si sa. Le donne, poi, lo sperimentano in prima persona quando diventano madri. Santificate sull’altare della maternità, infangate sul posto di lavoro. Ho visto inappuntabili imprenditori stracciarsi le vesti parlando del congedo di maternità. Obbligatorio, e non.

Ieri il tema è tornato di grande attualità grazie a una denuncia sporta attraverso il blog Errori di Stampa: nei contratti di collaborazione a Partita IVA sarebbe stata inclusa una clausola nella quale è prevista la rescissione del contratto in caso di “infortunio, malattia, gravidanza…”. Dal che si deduce, in prima battuta, che infortunio, malattia e gravidanza pari sono.

Ma la gravidanza è una malattia?

I dirigenti RAI si sono affrettati a rispondere che tale clausola è inserita in un contratto di collaborazione a Partita IVA, e quindi non si tratta di lavoro subordinato, non contravviene cioè in modo formale al divieto di licenziamento in caso di gravidanza. Ma l’argomentazione appare degna di Totò, più che altro. Perché qui abbiamo il secondo capo della questione, l’altro sintomo dello strabismo tutto italiano: un lavoratore a Partita IVA è a tutti gli effetti, formalmente, un libero professionista. Ma così, evidentemente, non si sentono nei confronti di “mamma Rai” i numerosi giornalisti con contratti di collaborazione a Partita Iva – giornalisti per i quali “mamma RAI” è forse, con tutta probabilità, l’unico committente.

Ma dunque, per dirla ancora con Totò, siamo liberi professionisti o precari?

D’altronde, paradossalmente, c’è anche chi precario non è e gode di tutti i diritti della maternità, tavolta anche degli obblighi dell’astensione dal lavoro, come racconta la giornalista del Sole24Ore Anna Zavaritt sul suo blog: intercettata ad appena 1 mese e mezzo dalla nascita del suo ultimo figlio a una riunione di lavoro sulla conciliazione, le è stato detto che “non poteva” essere presente, dato che si trovava in astensione obbligatoria per maternità.

Ma siamo sicuri che non sia possibile una via di mezzo?

Tento tre risposte, che sono anche tre passaggi culturali che porterebbero a cambiare radicalmente la visione della maternità, del lavoro, e del posto delle madri nel mondo del lavoro in Italia. Senza il primo passaggio che implica una vera e propria rivoluzione copernicana sulla concezione della maternità, certamente, anche gli altri due non trovano alimento e sostegno

1. La gravidanza NON è una malattia. Anzi, a dirla tutta, la cosa più offensiva della clausola inserita nel contratto RAI è proprio la sostanziale assimilazione di gravidanza e malattia. Tutti quanti dovremmo iniziare a ribellarci a questa costante, continua assimilazione.

2. Il tema di maternità e contratti di lavoro precari rimane in tutta la sua attualità. Una donna con contratti a termine, di qualsiasi tipo, sa che con tutta probabilità dovrà affrontare il trade-off tra la decisione di avere un figlio e il rinnovo del contratto di lavoro. Forse basterebbe aggiungere una clausola (in positivo, questa volta) nei contratti di lavoro a termine che obbliga al prolungamento del contratto di lavoro per 6 mesi, in caso di gravidanza (e NON di malattia e infortunio!).

3. La flessibilità anche nei congedi di maternità. L’utilizzo delle nuove tecnologie, il lavoro mobile, percorsi di rientro soft… Si interrompe quell’idilliaca simbiosi tra madre e figlio? Siamo sicuri che le madri non preferirebbero avere flessibilità per un anno e magari anche di più, laddove è possibile, invece di rimanere in obbligatoria cinque mesi, con l’ansia di non trovare più la scrivania una volta tornate in ufficio, dove poi devono altrettanto obbligatoriamente soggiornare per 8 ore di fila, senza via d’uscita? Il che significa, stravolgere l’organizzazione del lavoro per come viene pensata oggi in Italia. Il che significa anche, togliere tutti gli alibi.

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