Karol Wojtyla e la democrazia

28 febbraio 2012 12:14 1 comment

Dal libro: Memoria e identità, Capitolo 22 (pag. 155-162)

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D. La rivoluzione francese ha diffuso nel mondo il motto «libertà, uguaglianza, fratellanza» come programma della moderna democrazia. Qual è, Santo Padre, la Sua valutazione del sistema democratico nella sua attuale edizione occidentale?

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R. Le riflessioni svolte finora ci hanno avvicinati ad una questione che sembra essere particolarmente significativa per la civiltà europea: è la questione della democrazia, intesa non soltanto come sistema politico, ma anche come atteggiamento mentale e costume. La democrazia si radica nella tradizione, greca, benché nell’antica Ellade non avesse lo stesso significato che ha assunto nei tempi moderni.

È nota la distinzione classica fra le tre possibili forme di regime politico: monarchia, aristocrazia e democrazia. Ognuno di questi sistemi offre una propria risposta alla domanda circa il soggetto originario del potere. Nel sistema monarchico, tale soggetto è un individuo, sia egli re, imperatore o principe sovrano. In quello aristocratico il soggetto è un gruppo sociale, che esercita il potere sulla base di particolari titoli di merito, come, ad esempio, il valore in battaglia, il lignaggio, la ricchezza. Nel sistema democratico, invece, soggetto del potere è l’intera società, il «popolo», in greco demos.

E ovvio che non essendo possibile una gestione diretta del potere da parte di tutti, la forma democratica di governo si avvale dell’opera di rappresentanti del popolo, designati mediante libere elezioni. Tutte e tre le forme di esercizio del potere hanno avuto una loro realizzazione nella storia delle varie società, e continuano ad averla anche oggi, benché la tendenza contemporanea si orienti decisamente verso il sistema democratico come meglio rispondente alla natura razionale e sociale dell’uomo e, in definitiva, alle esigenze della giustizia sociale. È infatti difficile non riconoscere che, se la società è composta di uomini, e ogni uomo è un essere sociale, si deve attribuire a ciascuno una partecipazione — anche se indiretta — al potere.

Guardando alla storia polacca, è possibile osservare il graduale passaggio dall’uno all’altro di questi tre sistemi politici, e anche la loro progressiva compenetrazione. Se lo Stato dei Piast ebbe carattere prima di tutto monarchico, sin dai tempi degli Jagelloni la monarchia divenne sempre più costituzionale e, quando la dinastia si estinse, il governo, pur restando monarchico, si appoggiò su un’oligarchia costituita dalla classe nobiliare. Poiché tuttavia la nobiltà era relativamente estesa, si dovette ricorrere ad una forma di elezione democratica di coloro che avrebbero dovuto rappresentare i nobili. Ne derivò una sorta di democrazia nobiliare. Così dunque la monarchia costituzionale e la democrazia nobiliare convissero per vari secoli nello stesso Stato. Se nelle fasi iniziali questo costituì la forza dello Stato polacco-lituano-ruteno, con il trascorrere del tempo e il mutare delle condizioni si rivelarono in modo crescente gli scompensi e le debolezze di tale sistema, che finirono per portare alla perdita dell’indipendenza.

Quando tornò nuovamente ad essere libera, la Repubblica Polacca si costituì in Stato a regime democratico con un presidente ed un parlamento composto di due camere. Dopo la caduta della cosiddetta Repubblica Popolare di Polonia nel 1989, la Terza Repubblica ha fatto ritorno a un sistema analogo a quello vigente prima della Seconda guerra mondiale. Quanto al periodo della Polonia Popolare, occorre dire che, nonostante la qualifica di «democrazia popolare», il potere era di fatto nelle mani del partito comunista (oligarchia di partito), e il primo segretario di tale partito era nello stesso tempo la prima carica politica del Paese.

Questo sguardo retrospettivo alla storia delle varie forme di governo ci consente di meglio comprendere il valore anche etico-sociale dei presupposti democratici di un sistema.

Mentre nei sistemi monarchici e oligarchici (per esempio nella democrazia nobiliare polacca), una parte della società (spesso la stragrande maggioranza) è condannata ad un ruolo passivo o subordinato perché il potere è nelle mani di una minoranza, ciò non dovrebbe avvenire nei regimi democratici.

Davvero non avviene? Certe situazioni che si verificano in democrazia giustificano la domanda.

In ogni caso, l’etica sociale cattolica appoggia, in linea di principio, la soluzione democratica, perché più rispondente, come ho già rilevato, alla natura razionale e sociale dell’uomo. Si è tuttavia lontani — è bene precisarlo — dal «canonizzare» questo sistema.

Resta vero, infatti, che ciascuna delle soluzioni ipotizzabili — la monarchica, l’aristocratica e la democratica — può, a determinate condizioni, servire alla realizzazione di ciò che è scopo essenziale del potere, cioè il bene comune. Presupposto indispensabile di ogni soluzione è, comunque, il rispetto delle norme etiche fondamentali.

Già per Aristotele la politica non è altro che etica sociale ciò significa che sarà frutto dell’esercizio delle virtù civiche se un dato sistema di governo non si corromperà. Diverse forme di degenerazione dei sistemi menzionati hanno già trovato le loro qualifiche nella tradizione greca. Così, nel caso di degenerazione della monarchia si parla di tirannia, e per le forme patologiche di democrazia Polibio ha coniato il termine «oclocrazia», cioè dominio della plebaglia.

Dopo il tramonto delle ideologie del XX secolo, e specialmente dopo la caduta del comunismo, le speranze delle varie nazioni si sono aggrappate alla democrazia. Ma proprio a questo proposito è opportuno chiedersi che cosa dovrebbe essere una democrazia. Spesso si sente ripetere l’affermazione secondo cui con la democrazia si realizza il vero Stato di diritto. In questo sistema, infatti, la vita sociale è regolata dalla legge stabilita dai parlamenti che esercitano il potere legislativo. In tali consessi si elaborano le norme che definiscono il comportamento dei cittadini nei vari ambiti della convivenza. Ogni settore della vita, com’è ovvio, attende un’adeguata legislazione che ne assicuri l’ordinato sviluppo. Uno Stato di diritto attua in questo modo il postulato di ogni democrazia: quello di formare una società di cittadini liberi che insieme perseguono il bene comune.

Detto questo, può tuttavia essere utile richiamarci ancora una volta alla storia di Israele.

Ho già parlato di Abramo come dell’uomo che ebbe fede nella promessa di Dio, ne accolse fiduciosamente la parola e divenne così il padre di numerose nazioni. È significativo, da questo punto di vista, che ad Abramo si richiamino sia i figli e le figlie di Israele che i cristiani. A lui si rifanno anche i musulmani. Va subito precisato, tuttavia, che alla base dello Stato d’Israele, come società organizzata, non c’è Abramo ma Mosè. Fu Mosè a condurre i suoi connazionali fuori dalla terra d’Egitto divenendo, durante il cammino nel deserto, autentico artefice di uno Stato di diritto nel senso biblico della parola. È questo un argomento che merita di essere posto in evidenza: Israele, come popolo eletto da Dio, era una società teocratica, per la quale Mosè non era soltanto il capo carismatico, ma anche il profeta. Suo compito era di costruire a nome di Dio le basi giuridico-religiose dell’esistenza del popolo.

Punto chiave in questa opera di Mosè fu l’evento che ebbe luogo ai piedi del monte Sinai. Là fu stipulato il patto di alleanza tra Dio e il popolo d’Israele sulla base della Legge data da Dio a Mosè sul monte. Essenzialmente, la Legge era costituita dal Decalogo, le dieci parole, i dieci princìpi di comportamento, senza i quali nessuna comunità umana, nessuna nazione e neppure la stessa società internazionale può realizzarsi.

I comandamenti, scolpiti sulle due tavole che Mosè ricevette sui Sinai, sono infatti impressi anche nel cuore dell’uomo.

Lo insegna san Paolo nella Lettera ai Romani: «Quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza» (2,15). La Legge divina del Decalogo ha valore vincolante come legge di natura anche per coloro che non accettano la Rivelazione: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, onora tuo padre e tua madre… Ognuna di queste parole del codice del Sinai prende le difese di un bene fondamentale della vita e della convivenza umana. Se si pone in dubbio tale legge, la convivenza umana diventa impossibile, e la stessa esistenza morale dell’uomo è messa a repentaglio.

Mosè che scende dal monte portando le tavole dei comandamenti non ne è l’autore. Egli è piuttosto il servitore e il portavoce della Legge che Dio gli ha dato sul Sinai.

In base ad essa egli formulerà poi un codice di comportamento molto dettagliato, che consegnerà ai figli e alle figlie d’Israele nel Pentateuco.

Cristo ha confermato i comandamenti del Decalogo come fondamento della morale cristiana, indicandone la sintesi nei precetti dell’amore di Dio e del prossimo. E nota, peraltro la nozione onnicomprensiva del termine «prossimo» che Egli presenta nel Vangelo. L’amore a cui il cristiano è impegnato abbraccia tutti gli uomini, compresi i nemici.

Quando stavo scrivendo il saggio Amore e responsabilità il più grande comandamento del Vangelo mi si presentò come una norma personalistica. Proprio perché l’uomo è un essere personale, non è possibile adempiere a quanto è doveroso nei suoi confronti se non amandolo. Come è l’amore il supremo precetto nei confronti di Dio Persona, così non può essere che l’amore il dovere fondamentale verso la persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio.

Proprio questo codice morale proveniente da Dio, codice sanzionato nell’Antica e nella Nuova Alleanza, è anche l’intangibile base di ogni legislazione umana in qualunque sistema e, in particolare, in quello democratico.

La legge stabilita dall’uomo, dai parlamenti, e da ogni altra istanza legislativa umana, non può essere in contraddizione con la legge di natura cioè, in definitiva, con l’eterna Legge di Dio.

San Tommaso offre della legge la ben nota definizione: «Lex est quaedam rationis ordinatio ad bonum commune, ab eo qui curam communitatis habet promulgataLa legge è un ordinamento della ragione promulgato in vista del bene comune da colui che ha la cura della comunità». In quanto «ordinamento della ragione», la legge poggia sulla verità dell’essere: la verità di Dio, la verità dell’uomo, la verità della stessa realtà creata nel suo insieme.

Questa verità è la base della legge naturale. Ad essa il legislatore aggiunge l’atto di promulgazione. È quanto avvenne sul Sinai per la Legge di Dio, è quanto avviene nei parlamenti per le varie forme di interventi legislativi.

Tocchiamo a questo punto una questione di essenziale importanza per la storia dell’Europa nel XX secolo. Fu un parlamento regolarmente eletto ad acconsentire alla chiamata di Hitler al potere nella Germania degli anni Trenta, fu poi lo stesso Reichstag che, con la delega dei pieni poteri (Ermächtigungsgesetz) a Hitler, gli aprì la strada per la politica d’invasione dell’Europa, per l’organizzazione dei campi di concentramento e per l’attuazione della cosiddetta «soluzione finale» della questione ebraica, cioè l’eliminazione di milioni di figli e di figlie d’Israele.

Basta richiamare alla memoria anche solo questi eventi, a noi vicini nel tempo, per vedere con chiarezza che la legge stabilita dall’uomo ha limiti precisi, che non può valicare. Sono i limiti fissati dalla legge di natura, mediante la quale è Dio stesso a tutelare i fondamentali beni dell’uomo. I crimini hitleriani hanno avuto la loro Norimberga, ove i responsabili sono stati sottoposti a giudizio e puniti dalla giustizia umana. Non sono pochi, tuttavia, i casi in cui quest’ultimo adempimento manca, anche se rimane sempre il supremo giudizio del Legislatore divino.

Un profondo mistero avvolge il modo in cui la Giustizia e la Misericordia si incontrano in Dio nel giudicare gli uomini e la storia dell’umanità. E proprio in questa prospettiva, come ho già rilevato, che ci si deve interrogare, all’inizio di un nuovo secolo e di un nuovo millennio, circa alcune scelte legislative decise nei parlamenti degli odierni regimi democratici. Il riferimento più immediato è alle leggi abortiste.

Quando un parlamento autorizza l’interruzione della gravidanza, consentendo la soppressione del nascituro, commette un grave sopruso nei confronti di un essere umano innocente e privo, oltre tutto, di qualsiasi capacità di autodifesa. I parlamenti che approvano e promulgano simili leggi devono essere consapevoli di spingersi oltre le proprie competenze e di porsi in palese conflitto con la Legge di Dio e con la legge di natura.

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