Mi chiamo Andrea e ce l’ho fatta: sono uscito dall’omosessualità

15 marzo 2012 11:16 26 comments

uccronline.it

13 marzo, 2012

Andrea Ferrameo è un giovane ragazzo ex omosessuale. In questo articolo racconterà la sua storia e l’uscita dall’omosessualità, ed è pronto a tutto. Sa bene che ci saranno reazioni violente, che si sosterrà che lui non esiste e se esiste che non è mai stato omosessuale, e se è stato omosessuale allora non è mai uscito, perché nell’omosessualità si entra ma nessuno può permettersi di uscire. Sa che questo testo verrà analizzato per tentare di trovare prove della finzione. Sa delle discriminazioni che subisce Luca Di Tolve, sa che Adamo Creato è stato diffamato perfino su “Il Fatto Quotidiano” dove hanno parlato di “guarigione” e “terapie” senza che lui ne avesse mai fatto cenno. Ma, come dicevamo, si aspetta già tutto questo e non ha paura delle intimidazioni mediatiche, vuole solo raccontare di sé.

di Andrea Ferrameo*
*ex omosessuale

Quello che mi accingo a scrivere è il racconto del percorso che ho seguito nella mia vita e spero che questo possa essere d’aiuto per chiunque si pone, si è posto o si porrà le mie stesse domande e non si accontenta delle prime risposte. Quello che ho vissuto è simile a migliaia di altre storie; è come un copione che si ripete, a volte con qualche variante, altre con qualche colpo di scena ma alla fine è sempre la stessa storia e il risultato è sempre la stessa frase: “Io sono omosessuale”.

Sono un ragazzo che dalla adolescenza, anche prima, ha iniziato ad avere le prime curiosità, le prime pulsioni verso miei coetanei dello stesso sesso e nel frattempo cercava di reprimere quel mostriciattolo dentro che cresceva sempre più forte. Sono un ragazzo che ha fatto tutte le cose che fanno i ragazzi: sport, catechismo, scuola, amici ma soprattutto amiche, flirt e poi nelle mura di casa la scoperta dell’erotico, la pornografia, la masturbazione. Quando all’età di 18 anni trovai finalmente un fidanzato e feci outing con la mia famiglia praticamente, si potrebbe dire, ero già a buon punto nella mia emancipazione! Poi discoteca, la mia relazione duratura (4 anni), amici e compagni di università che mi e ci accettavano, cena coi genitori di lui o col fratello e padre proprio (eh, le mamme!), a casa sua nei week end e la speranza di andare a convivere assieme, psicologa per capirti meglio, vacanze, letture, sesso (fedele). In effetti l’ambiente delle discoteche o delle conoscenze gay è molto divertente, spensierato, ci si sente vittime della società con la missione di cambiare il mondo. Si sente un forte appoggio dai mass media e un forte desiderio degli eterosessuali di mostrarsi friendly. Devo anche dire che, appena trovi il fidanzato, spesso te ne stai volentieri fuori da quell’ambiente per poi tornarci una volta scoppiato per rimorchiare. D’altronde puoi farlo quasi solo in discoteca e in chat. Quello che desideravo era di vivere normalmente la mia condizione e relazione.

Il Gay pride era qualcosa che mi incuriosiva vedere, ma non ne condividevo le modalità di svolgimento. Gli intrattenimenti in discoteca li trovavo volgari e troppo centrati sul sesso. Spesso, se leggevo la testimonianza di qualche ex-gay e leggevo quanto promiscuo fosse stato il suo passato, pensavo che il suo fosse più un rifiuto per queste situazioni pesanti, non tanto il frutto di un percorso profondo che prescindeva dell’esperienza gaia più o meno centrata sul sesso. Poi un giorno, non sai bene come, ma il tuo cervello decide che è il momento di dare un perché a quella strana sensazione che hai dentro. Io lo figuravo come un ago che mi bucava il cuore, una sensazione non chiara ma che ogni tanto si faceva più forte, ogni tanto era lieve lieve, ma comunque sempre lì. Un senso di vuoto misto a tristezza che non mi lasciava mai troppo entusiasta delle cose belle che vivevo, e mi rendeva malinconico nell’affrontare la realtà. Una domanda che aspettava una risposta, che forse nessuno può sapere ma che comunque ti scava: “sono veramente felice? Le mie scelte mi appagheranno negli anni a venire?”. Perché farsi una domanda del genere, qualcuno si chiederà. Pensateci un attimo, ogni qual volta vedete un depresso, uno in miseria, un drogato, pluri-divorziato, pluri-infelice, maniaco e così via, anche nei casi più leggeri. Ognuno di loro ha subito e fatto delle scelte che passo dopo passo lo hanno portato alla propria condizione. Se poteste capire dalla loro vita quali sono state le scelte che ha scavato loro la fossa del fallimento, ve ne stareste ben lontani da ripercorrere gli stessi passi, giusto? Così la vedo io.

A un certo punto iniziai quindi ad analizzare le scelte della mia vita e il presupposto per trarre delle buone conclusioni era quello di essere sinceri al 100%, anche sarebbe stato scomodo. Allora vidi che il sesso non era proprio il non plus ultra, ma non a livello prestazionale, proprio a livello pratico: oltre il piacere intenso, alla fine tutti quei preservativi, quei fazzoletti, quel gel, quelle fitte di dolore, quei odori sgradevoli in effetti, mi pesavano. Forse fare l’amore non doveva avere tutto quel bagaglio scomodo. Forse il pensarmi dopo 10 anni senza figli e dopo 50 senza nipoti mi dava davvero dolore e non ci sarebbe stata adozione ad alleviare la consapevolezza che, come una mamma non lo sarei mai stato e, di privarne una creatura proprio non mi sarebbe andato. Forse quella dolcezza, quell’amore che il mio fidanzato mi dava era pur sempre quello che un uomo mi poteva dare e mi mancava sempre un pezzo, una profondità che probabilmente non avremmo saputo raggiungere. Forse aveva un peso il mio passato, il primo ricordo di un padre che bacia un’altra donna e il segreto da nascondere alla propria madre; i litigi, le urla e le mani alzate tra i propri genitori; il fastidio e il pregiudizio verso il mondo maschile tutto focalizzato nei soldi, sulla donna o meglio, quello che ha tra le gambe, il calcio e poco più; il rifugiarmi e adeguarmi a un mondo femminile più simile alla mia natura sensibile e artistica; il mio odiare mio padre che mi deludeva e amare e proteggere troppo mia madre fino a non sopportare la sua emotività e quella di tutte le altre donne che si legavano a me. Forse le mie insicurezze negli spogliatoi, quando ci si cambiava e il mio fisico e i miei genitali mi risultavano sempre troppo inferiori al mio gruppo dei pari. Forse era tutto legato, forse c’era un filo rosso che cuciva assieme tutte queste ferite, questi pensieri e una volta tagliato il filo, fatto il nodo, si guardava il lavoro sartoriale e si leggeva ben chiaro: omosessualità.

Come ogni lavoro sartoriale, una volta imparata la tecnica, si ripete sempre quella: se si va a leggere l’esperienza di molti altri ragazzi che hanno vissuto un percorso analogo, si nota come le tappe sono sempre quelle. Chi si mette in discussione per una malattia, chi si sente toccato da Dio, chi legge qualcosa di particolarmente vero per sé e cambia, capisce che quello che stava vivendo era la conseguenza di fatti subiti, emozioni vissute che portavano tutti alle medesime emozioni, ai stessi desideri per poi arrivare alla medesima sensazione di vuoto. A un certo punto della mia vita, tutto questo ragionamento che avevo rifiutato, allontanato dalla mia mente, tutte queste risposte che non volevo ascoltare si fecero palesi e non potei fare a meno di rimettermi in discussione. Quello che chiamavo omofobia interiorizzata in realtà era il mio cuore che si ribellava alle mie scelte. Ognuno di noi è libero di fare quello che meglio crede per sé, ma se si arriva a un punto in cui le proprie scelte ci rendono insoddisfatti, allora bisogna prendersi la responsabilità di ammettere che alcune cose hanno tradito il nostro vero essere. Credere di essere nato omosessuale e che quella era la mia identità tradiva la vera identità che sotto sotto sentivo di avere, e che in diverse occasioni mi aveva dato prova di esistere e di meritare attenzione; solo che richiedeva molta fatica per riconquistarla e pretendeva l’ammissione di non avere abbastanza forza e coraggio.

Guardandomi indietro ammetto che gli errori commessi da mio padre hanno inciso moltissimo nella considerazione che avevo del mondo maschile. Il primo uomo, il più importante mi aveva deluso e mi era emotivamente distante, non riusciva a capire che oltre alla sua presenza e alle sue attenzioni avevo bisogno del suo esempio. Io d’altronde, davo importanza nel mondo maschile, solo a certi aspetti più superficiali e grezzi . Non riuscivo ad ammettere che mi sarebbe piaciuto far parte di quel gruppo, sentirmi uno di loro nonostante non condividessi tanti argomenti e – peggio della volpe e l’uva -, preferivo tirarmi indietro nascondendomi in una superiorità di facciata. Questo percorso mi ha portato a far pace con mio padre dentro il mio cuore. Nonostante lui ad oggi capisca solo in parte quello che ha fatto, ho imparato ad accettare i suoi limiti e ad aprirmi con lui. Questo dona una grande libertà alla mia persona e ha aperto anche i miei occhi sui suoi lati positivi in quanto uomo: la razionalità, l’emotività più pacata sono alcuni esempi che prima rifiutavo e per cui soffrivo. Mi sono accorto di quanto il coinvolgimento di mia madre fosse eccessivo, di come mi hanno turbato i commenti di astio che io ripetevo contro tutta la categoria, di come mi hanno aiutato i miei amici, veri uomini nella forza e nella dolcezza che mi sono stati di esempio e veri demolitori dei miei pregiudizi. Fede e omosessualità non sono in totale contrasto, ma c’è un tesoro tutto da scoprire con pazienza e senza arroganza.

Ad oggi sono una persona felice, serena e innamorato della mia ragazza. Non sento più quell’ago nel cuore, nonostante ho dovuto rivoltare la mia esistenza da capo, buttare tutto quello che avevo costruito, dire a tutti quanti di aver sbagliato, e vi assicuro che è molto difficile reggere all’incredulità di molti. Sono ben consapevole che avere desideri, emozioni omosessuali non sono una scelta ma una condizione in cui ci si ritrova. Oggi però, sono altrettanto consapevole che toccando certi tasti del proprio essere, del proprio vissuto, affrontando certi lati di se stessi, questi desideri si affievoliscono fino a scomparire e affiorano naturalmente desideri verso persone del sesso opposto. Non ci sono repressioni, non ci sono lavaggi del cervello, perché tutto questo mi è accaduto quando ormai non andavo più dallo psicologo ed ero ancora fidanzato. Non sono un illuso, ma un ragazzo come tanti che liberamente si è accorto di essersi raccontato delle bugie ed è riuscito ad affrontarle. Non posso certo ringraziare chi si oppone a tutto questo e chi grida con insistenza che “omosessuali si nasce” ed è una condizione che pone l’unica strada dell’accettazione. Non è sempre così, l’unica vera strada e la felicità e realizzazione completa della persona e quella la raggiungiamo solo da soli con l’amor del vero e della libertà. Poi ognuno troverà la propria risposta definitiva, non quella scelta dagli altri.

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