Tornare dal Tamigi al Tevere: per Canterbury è il male minore.

19 marzo 2012 15:02 22 comments

di Vittorio Messori

Corriere della Sera

18 marzo 2012

Alla pari di Mario Monti, si è dato una scadenza e un eguale destinazione: tra la fine di quest’anno e l’inizio del prossimo lascerà (con sollievo) la carica al vertice e tornerà al suo vero mestiere, quello del professore universitario. Il nostro senatore, alla Bocconi, lui, a Cambridge. Parliamo di Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury e, come tale, 104° Primate della Comunione anglicana.

La mediazione continua fra gruppi contrapposti fa parte della storia di questa Comunità eterogenea, ma ora, fa capire il prelato, si sta esagerando. Con understatement tutto britannico, Williams (gallese, un fatto inedito per quella che non è la Chiesa del Regno Unito, ma di Inghilterra) non stigmatizza, non scomunica, non se ne va sbattendo porte di cattedrali. Con un mezzo sorriso dietro la bella barba bianca fa capire di mollare dopo nove anni “per raggiunti limiti di pazienza”. Un pizzico di humour demitizzante che è nella tradizione.

In effetti, la Comunione anglicana è quanto di meglio esista per chi apprezza il pragmatismo, l’orrore dell’ideologia di un’isola che ha rifiutato di importare, anzi ha combattuto impavida, il giacobinismo, il comunismo, il fascismo e ogni altro “ismo” di quell’Europa di cui da sempre diffida. Elemento centrale di questo singolare gruppo cristiano è quello che si può tradurre malamente in italiano come “comprensibilità”. La comprehensiveness significa che si può essere anglicani credendo (o non credendo) in tutto e nel contrario di tutto. I fedeli non perdono il loro status di membri ecclesiali se seguono dottrine contrarie a quelle stabilite o se dubitano di verità fondamentali per la fede. Come si legge in un opuscolo: «Dobbiamo accettare che siano buoni anglicani coloro che confessano o che negano la nascita verginale del Cristo, che accettano o respingono i racconti della Risurrezione, che professano o che dubitano della storicità dei vangeli, che credono che la Bibbia sia parola di Dio o che sia solo opera umana».

Per stare al reverendo Williams: come suo dovere ha sempre celebrato tutte le ricorrenze dell’anno liturgico, con quella cura e magari fasto liturgico che viene all’Inghilterra dall’essere stata rievangelizzata dai monaci benedettini, maestri del culto. Il ciclo natalizio è stato, ovviamente, particolarmente curato da lui, come arcivescovo Primate della Chiesa. Ma, come studioso, non ha mai nascosto il favore per quei biblisti che giudicano leggendari i racconti evangelici dell’infanzia. Dunque, Gesù sarebbe nato non a Betlemme ma a Nazareth, figlio primogenito di numerosi fratelli e sorelle generati dai “normali” sposi Maria e Giuseppe, con profezie, angeli, re magi, grotte, pastori frutto del mito giudaico-ellenistico e non certo della storia.

Quanto al cardine su cui tutta la fede si regge, la Risurrezione, il Primate si è espresso in modo meno esplicito ma, di certo, non ha mai condannato quei teologi ed esegeti anglicani, spesso ecclesiastici, che propendono anche qui per una leggenda e non per una realtà. Lo splendore liturgico antico è così, spesso, continuato in nome della tradizione di un tempo, non della fede di oggi. Del resto, non solo a Londra ma in tutto il Paese, sono assai di più i musulmani in moschea, il venerdì, che i cristiani al tempio, la domenica.

L’ossimoro, l’unione degli opposti, l’indifferenza all’ortodossia, sono da un paio di secoli parte costitutiva di una Comunità che non ha neppure un solo nome (anglicana per gli inglesi, episcopaliana per gli americani) e che colleziona paradossi. Ancora oggi, come ai tempi di Enrico VIII, questa Chiesa nata in nome della libertà del cristiano e per opporsi all’oppressione romana, può solo proporre le sue posizioni teologiche. Ma queste non sono “vere” se non sono state votate e approvate dal Parlamento e convalidate dal re o dalla regina. Dal pastore di campagna sino al vescovo, le nomine ecclesiali restano prerogativa dal governo. Maestri di libertà nel mondo intero, solo nel 1913 gli inglesi hanno riconosciuto agli irlandesi i diritti civili: la gerarchia anglicana si opponeva all’equiparazione di quei “papisti”. Gli Stati Uniti, del resto, sono stati creati dai discendenti di coloro che fuggirono dalla Gran Bretagna perché sanguinosamente perseguitati, in quanto seguivano confessioni non accettate dalla Chiesa di Stato.

Nata, come si sa, dal capriccio di un re che ebbe sei mogli e che due le fece decapitare, cresciuta in un bagno di sangue (superano i 50.000, Thomas More in testa, gli uccisi perché non accettarono che Enrico VIII fosse non solo sovrano ma anche papa, e la figlia Elisabetta ne seguì il terribile esempio), la Comunità si è pian piano trasformata nel mosaico che dicevamo, dove l’arcivescovo di Canterbury ha solo un primato d’onore e non di diretto intervento.

Ma neppure la lunga tradizione di mediazione è bastata a Williams per navigare tra le mine del politicamente corretto: ruolo delle donne, diritti degli omosessuali, riconoscimenti dei sacramenti, in particolare il matrimonio. In nome dell’ossimoro, il Primate si è mostrato aperto su alcune questioni care ai liberal e chiuso su altre, come l’aborto, di cui è deciso nemico. Né è mancato il solito paradosso: le difese più ostinate della fede e morale tradizionali sono venute non dagli inglesi ma dai membri indigeni, spesso neri, delle comunità delle antiche colonie.

Paradossali, in fondo, anche i rallegramenti a Benedetto XVI che ha creato degli ordinariati autonomi per accogliere gli anglicani che volevano ritornare a Roma e alla sua dottrina, meno sottoposta alle ideologie egemoni. Il Primate, insomma, non è affatto dispiaciuto che vescovi, pastori, fedeli lascino la sua Casa per tornare all’ovile cattolico, per secoli esecrato. Pare che sia stato sollevato perché vedeva indebolirsi, con l’esodo verso il “papismo”, almeno uno dei fronti che lo stringevano in una morsa.
Dicono che Regina, Parlamento, Stato chiameranno a succedergli un vescovo ugandese, uno di quei coloured schierati per la difesa del Credo e della morale. Il solo modo, dice quell’africano, per salvare ciò che resta della Comunione anglicana. Un programma non dissimile a quello di “rievangelizzazione” di papa Ratzinger. Insomma non è apologetica ma un dato di fatto: cinque secoli dopo Enrico VIII, il Tamigi sembra voler scorrere di nuovo verso il Tevere.

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