L’America Latina nacque da una non-rivoluzione

13 aprile 2012 12:24 16 comments

di Marco Respinti

La Bussola Quotidiana, 22 Marzo 2012

Venerdì 23 marzo, Papa Benedetto XVI inizia il proprio 23° viaggio apostolico fuori dall’Italia. Visiterà Messico e Cuba, due Paesi retti da regimi che in tempi e in modi diversi hanno perseguitato crudelmente la fede cattolica, due Paesi che da tempi e con modi diversi permangono in un profondo stato di crisi politico-culturale. Pure due Paesi che costituiscono altrettanti “distretti” di quel vasto “continente culturale” che il filosofo argentino Alberto Caturelli chiama (l’espressione è più ricca, articolata e feconda del meramente geografico “America Meridionale” e del riduttivo, anche perché in origine denigratorio, “America Latina”) «Iberoamerica».

Una delle occasioni che portano il Pontefice nel cosiddetto “Mondo Nuovo” è la ricorrenza del Bicentenario dell’indipendenza dei Paesi “latinoamericani”, celebrata dal Papa il 12 dicembre 2011 con la Messa officiata nella Basilica di san Pietro nella festività di Nostra Signora di Guadalupe, patrona del Messico, Madre e Imperatrice di tutto il continente americano. Un Bicentenario lungo, del resto, che rievoca fatti a rigore di storiografia accaduti tra il 1808 e il 1826, allorché le province di cui si componeva la regione americana della Monarquía universal española – l’impero – diedero vita a nuovi Stati indipendenti.

Quei fatti sono però “da sempre” avvolti in una falsa “leggenda bianca” costruita ad arte per esorcizzare un’altrettanto falsa “leggenda nera”: quella che descrive l’indipendenza “latinoamericana” come l’emancipazione dei popoli “sudamericani” dalla tirannide spagnola, già protagonista principale di una colossale bugia anticattolica.
Secondo tale “leggenda” ideologica, l’indipendenza “latinoamericana” farebbe insomma da coté d’area a quella “gloriosa” Rivoluzione Francese (1789-1815, a voler, correttamente, considerare come parte integrante di essa pure l’“età napoleonica”, 1799-1815) mediante la quale sarebbe finalmente venuta alla luce “una volta per tutte” – e strutturalmente – la “vera natura” illuministica dell’uomo: l’essere “il dio di se stesso”, arbitro indiscutibile del bene e del male.

L’indipendenza “latinoamericana” viene così accomunata anche alla cosiddetta “Rivoluzione Americana”(1775-1783) – quella da cui, al nord, nacquero gli Stati Uniti d’America nel 1776 -, solo perché anche quest’ultima è, da date coeve, costantemente quanto maldestramente interpretata secondo la medesima chiave ideologica.

Tutto si fonda però su un falso paradigma storiografico: quello delle “età delle rivoluzioni democratiche” che appiattisce nell’indistinto Rivoluzione Francese, “Rivoluzione Americana” e Indipendenza “latinoamericana”, introdotto – sembra – dallo storico positivista italiano Aldo Ferrari (1888-1939), rilanciato con enfasi dal suo collega statunitense Robert R. Palmer (1909-2002) e di fatto sovrapponibile all’analogo concetto di una “età delle rivoluzioni” sette-ottocentesche articolato dallo storico francese Jacques Godechot (1907-1989).
Se infatti a Godechot va riconosciuto il merito di studi importanti – al tempo pionieristici, ma di respiro ampio – sulla dottrina e sull’azione della contro-rivoluzione, la sua idea di una “rivoluzioni atlantica” annunciatrice in un caso (quello nordamericano) e prosecutrice nell’altro (quello iberoamericano) della Rivoluzione Francese è decisamente fuorviante. Perché una nutrita schiera di studiosi “revisionisti” iberoamericani – non solo storici – dimostra da tempo che così non fu nei fatti.

Simbolo esplicito di questa variegata e articolata “scuola” è certamente il sociologo, storico e letterato nicaraguense Julio César Ycaza Tigerino (1919-2001), autore di un vero e proprio “manifesto” sull’argomento qual è il suo saggio – preciso e puntuale, a onta della sola cinquantina di pagine di cui si compone – Génesis de la indipendencia hispanoamericana (“Genesi dell’indipendenza ispanoamericana”), opera che risale al 1946 e che fu pubblicata a Madrid come opuscolo dalla rivista Alférez nel 1947. L’argomento è infatti avvolto – sono parole di Ycaza Tigerino – in una «falsificazione grottesca e stupefacente» che ha però per oggetto l’intera storia “sudamericana”, non solo cioè il periodo delle indipendenze “latinoamericane” compreso tra il 1808 e il 1826; anzi, la fase dell’indipendenza di quel mondo ne è solamente il culmine, per molti versi la maturazione.

La «falsificazione grottesca e stupefacente» inizia infatti, e in modo immediatamente livoroso e menzognero, con la contraffazione dei termini con cui avvenne la conquista spagnola del “Mondo Nuovo”, cioè anche la sua evangelizzazione e la sua civilizzazione, descritta in modo truffaldino come la storia di una sottomissione rapace e schiavistica di una “terra immacolata” abitata solo da “selvaggi buoni”. E, a monte, l’accusa risale fino alla “colpa” ab ovo dell’Europa “colonialista”, ossia la scoperta stessa dell’America, compiuta dal “killer” Cristoforo Colombo (1451-1506) che aprì le strade alla “rapina” e allo “stupro” di un continente intero perpetrato dai “maschi cristiani bianchi” [nella foto, l'approdo dell'ammiraglio genovese al “Mondo Nuovo”].

Questa ricostruzione fantasiosa – ignorante in un numero esagerato di casi, intenzionalmente cattiva negli altri – ha del resto una matrice in quel progressismo liberale che è tutt’uno proprio con la Rivoluzione Francese. Oggi vi si mescolano però anche “indigenismo” ed “ecologismo profondo”, “neomarxismo” e “cattocomunismo”, “femminismo” e “nazionalismo”, “multiculturalismo” e “terzomondismo”, così che detta manipolazione impera tanto nei sussidiari scolastici più elementari quanto nelle opere storiche di rango più elevato, si diffonde purtroppo anche tra i cattolici – che in realtà sono le vittime designate di questo colossale travisamento – e costituisce la “base d’asta” di qualsiasi discorso chicchessia faccia sull’“America Latina”.

La verità dei fatti racconta invece che l’indipendenza dell’Iberoamerica non fu affatto una rivoluzione ideologica simile all’Ottantanove francese, bensì una reazione a fronte dell’involuzione politica di tipo assolutistico lungo cui si erano incamminati i governi coloniali di allora. Che essa non fu affatto un moto teso a scrollarsi di dosso l’eredità spagnola e cattolica, ma il suo esatto contrario. Al limite, che essa fu una rottura istituzionale resasi necessaria solo per poter perseguire con profitto un legame culturale inscindibile. Una riforma nella continuità, cioè, non la distruzione di un retaggio.

In questo, l’Iberoamerica fu dunque simile davvero all’America Settentrionale, ma per i motivi opposti rispetto a quanto insinua la vulgata delle “rivoluzioni democratiche”: lungi dall’essere rivoluzioni, le guerre di secessione dagli imperi che diedero vita, in tutto il continente americano, a Stati nuovi furono cioè “rivoluzioni impedite”. Diversissime, tutte, da quella ideologica e ideocratica scoppiata in Francia nel 1789, miravano a conservare il patrimonio avuto in eredità dall’Europa cristiana, e oramai virtuosamente trasformatosi in una “novità tradizionale” europeo-americana, non a cancellarlo.

L’obiettivo dei secessionisti erano infatti le nuove politiche centraliste e statalistiche che minacciavano tale retaggio, il venire meno di quell’autonomia de facto di cui le colonie avevano lungamente goduto e grazie alle quali prosperato, e il profilarsi del tramonto di quell’“autogoverno” a lungo reso possibile dalla ratio giuridica superiore garantita proprio dall’impero.
Il “mito” della “rivoluzione latinoamericana” è insomma un falso storico; dopo la Seconda guerra mondiale (1939-1945) lo hanno alimentato i movimenti e i regimi comunisti attivi nell’area, dal castrismo al sandinismo, dal guevarismo alla “via cilena al socialismo”. In Italia gli si è pure sovrapposta l’ombra inquietante di Giuseppe Garibaldi (1807-1882), improbabile “eroe dei due mondi”, ma sicuro nemico della Chiesa Cattolica e dei popoli suoi figli.

Ma quella degli iberoamericani fu invece davvero un’insorgenza antirivoluzionaria, quanto lo fu quella dei loro cugini settentrionali, i coloni britannici dei futuri Stati Uniti, ben sintetizzata dal grido con cui nel mezzogiorno del “nuovo continente” i secessionisti combatterono: «¡Viva el rey! ¡Muera el mal gobierno» (“Viva il re! A morte il malgoverno!”), con un intento paradossalmente legittimistico pur nel suo essere separatista. Il contrario stesso, cioè, di una rivoluzione sovvertitrice.

Sarebbe sennò assai strano che ne celebrasse la ricorrenza il Pontefice della Chiesa Cattolica mediante un gesto solenne e massimo qual è la liturgia eucaristica, quel Papa romano e universale che, senza essere uno storico professionista, possiede, non solo ma anche “d’istinto”, più saggezza storica di tutti quei cattolici che, almeno sul piano storico, abbandonano la speranza nella Signoria piena di Cristo anche sulla cultura per affidarsi alle ideologie di moda.

Sull’Iberoamerica, a partire dall’inizio della sua evangelizzazione, è dunque necessaria una robusta opera di revisionismo. Purtroppo in italiano gli strumenti ancora mancano, ma un buon inizio sono certamente i saggi dedicati al tema da Giovanni Cantoni (accompagnati da abbondanti riferimenti bibliografici) nel volume collettaneo Magna Europa. L’Europa fuori dall’Europa (a cura sua e di Francesco Pappalardo, D’Ettoris Editori, Crotone 2006), a cui si aggiunge quello intitolato “Génesis de la indipendencia hispanoamericana” di Julio César Ycaza Tigerino. Un manifesto “revisionista”, pubblicato sul periodico piacentino Cristianità (anno XXXIX, n. 360, aprile-giugno 2011).

Nel suo saggio del 1946, Tigerino denunciava la «pigrizia congenita» della cultura mainstream, che, già drogata dalle ideologie, al loro tramonto non sa più nemmeno da che parte cominciare a disintossicarsi. Una embrionale pista di “autorieducazione” relativamente a un ambito specifico della verità (storica) delle cose si è provato a suggerirla in questa sede. Almeno per gustare un poco di più i frutti dell’imminente viaggio apostolico di Benedetto XVI che sicuramente giungeranno non solo per Messico e Cuba.

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