“Oggi siamo più ricchi ma sempre meno felici”

23 giugno 2012 17:07 1 comment

Primo Piano Molise

20 Giugno 2012

CAMPOBASSO. Come già anticipato dal nostro giornale, lunedì 18 si è tenuto, presso la Sala della Costituzione della Provincia di Campobasso, l’incontro con Stefano Zamagni su “Giustizia sociale, fiducia e democrazia”. L’iniziativa è stata promossa dal Centro studi “Giuseppe Toniolo” dell’Arcidiocesi di Campobasso nell’ambito del Corso biennale di formazione sulla dottrina sociale cristiana. In chiusura mons. GianCarlo Bregantini, presidente dello stesso Centro studi, non ha esitato ad affermare che le parole ascoltate sono di quelle che scompaginano la vita, in quanto svelano la complessità di una realtà che a prima vista può apparire chiara e semplice; a ciascuno di noi l’impegno a ricercare una originale libertà di pensiero.

Proviamo a raccontare, in modo certo sintetico e forse non del tutto adeguato, l’affascinante ragionamento proposto dal relatore, che alle tre parole “giustizia sociale, fiducia, democrazia” ha suggerito di guardare secondo un’unica e diversa angolatura.

“Oggi il mondo soffre – ha affermato il prof. Zamagni – di carenza di pensiero”. Il notevole sviluppo della tecnologia, ha spiegato Zamagni, consente di dare risposte a quasi tutti i problemi pratici e questo crea l’illusione che vi sia una forma alta e matura di pensiero che soddisfi pienamente l’uomo, la sua vita, il suo essere. Ma, nonostante la ricchezza di informazioni e di cose utili al nostro vivere, non riusciamo ad essere certi del nostro futuro, della direzione di marcia. Percepiamo l’esistenza di elementi di conflitto e di contrasto che pensavamo l’avanzare del progresso eliminasse o, quantomeno, riducesse.

Su tre elementi si è soffermato il prof. Zamagni, presentati come paradossi, ovvero, come da lui specificato sul piano etimologico , meraviglie, sorprese.

Eravamo convinti che man mano che cresceva la ricchezza diminuivano le disuguaglianze all’interno di un Paese e tra i diversi Paesi; il paradosso è che la ricchezza aumenta e contestualmente le disuguaglianze non solo aumentano, ma più in fretta. Nei Paesi dell’OCSE le disuguaglianze sono aumentate quattro volte in più della crescita della ricchezza. Ne consegue il pericolo di una perdita della capacità di tenuta della coesione sociale e, quindi, di un sistema democratico. La pace cede il passo ad una instabilità notevolmente diffusa ed a feroci guerre civili.

Altro paradosso, quello della felicità. Una ricchezza che cresce consente di avere sempre più beni a nostra disposizione; questo dovrebbe renderci sempre più felici. Così non è, perché “la felicità – afferma in un suo scritto il prof. Zamagni – non proviene solamente dai beni e servizi che il denaro è capace di comprare; vi sono altre “cose” che servono molto di più allo scopo. Come osserva Lane (2000), “molti, forse la maggioranza, dei piaceri della vita non hanno prezzo, non sono in vendita e quindi non passano attraverso il mercato”.

Per dirla in altro modo, il fenomeno, relativamente recente, che affligge le nostre società di oggi è la crescente diminuzione di beni relazionali, nei quali è la relazione stessa che si instaura tra due o più persone ad essere fonte di soddisfazione. E la relazione si nutre necessariamente di tempo. Si consideri l’amicizia, tipico esempio di bene relazionale. Beni e denaro possono o meno giocare un ruolo in una relazione di amicizia, ma la condivisione del tempo è sempre necessaria. Ebbene, la promessa che le nostre economie odierne fanno di una felicità che dipende dal consumo frettoloso di beni porta a sacrificare beni relazionali pur di poter conseguire il reddito necessario ad acquistare quei beni. Ma la felicità dipende, in buona parte, da quei beni sacrificati; di qui il paradosso per cui acquisiamo sempre più ricchezza ma siamo sempre meno felici, proprio come tanti Re Mida che muoiono di una fame che l’oro non può saziare. In definitiva, il modo in cui i frutti della crescita economica legata all’utilizzo delle nuove tecnologie infotelematiche, vengono ripartiti tra tempo e denaro – cioè tra avere più tempo libero da un lato e avere più denaro da destinare al consumo dall’altro – è oggi la vera sfida per le società avanzate”.

Terzo paradosso: aumentano i beni privati e quelli pubblici a fronte della diminuzione di beni comuni, cioè di quelle risorse godibili attraverso una forma di gestione comune, quali: l’acqua, l’aria, l’ambiente, il territorio. Oggi il dibattito è fermo alla dicotomia pubblico privato, mentre al centro dovrebbe esservi la ricerca di forme gestionali per i beni comuni, in modo da sconfiggere il vizio antropologico dell’individualismo; la stessa soluzione di una gestione pubblica di un bene favorisce tale vizio, perché delega la gestione ad un soggetto istituzionale, deresponsabilizza e riserva a se stessi la possibilità di usufruire di quel bene pagando un canone, una tassa, un pedaggio.

In ragione di tali contraddizioni, per il prof. Zamagni bisogna cambiare le nostre mappe cognitive. Avevamo un modello di welfare che puntava a garantire condizioni di vita adeguate, essenzialmente di tipo pubblicistico e con forti note assistenzialistiche e paternalistiche.

Dovremmo lavorare a realizzare un welfare abilitante, attento ad aumentare le capacità di vita delle persone. Questo è possibile se vi è il pieno coinvolgimento delle persone. Significa attuare il principio di sussidiarietà orizzontale, che il prof. Zamagni ritiene debba essere di tipo circolare.

Secondo fronte di impegno: rendere pluralistico il mercato, oggi riservato alla sola impresa capitalistica, mentre dovremmo prevedere che abbiano la possibilità di nascere e svilupparsi pienamente e legittimamente al suo interno tutte le varie forme di imprese del profit e del non profit.

A fondamento di tali nuovi processi non può che esservi la dimensione della reciprocità. “La reciprocità è probabilmente – si legge nel Dizionario di economia civile curato dal prof. Zamagni unitamente al prof. Luigino Bruni – è probabilmente la norma sociale più rilevante nella vita civile. L’intera dinamica della vita in comune, dal micro al macro, può essere letta come un network
di relazioni molto diverse tra di loro, ma che hanno come comun denominatore una qualche norma di reciprocità. Le comunità umane –dalla famiglia alla nazione- crescono quando tra le varie forme di reciprocità prevalgono quelle positive, quelle cioè che danno vita a cooperazione e sviluppo civile (contratti, mercato, mutualità, amicizia, amore)”.

Le parole fraternità e fiducia sono utilizzate dal relatore per affermare che non può esservi reciprocità se a monte non vi è l’idea di fraternità e se i processi posti in campo non generano fiducia, che come una corda deve legare le persone tra loro.

Le aperture del relatore a riflessioni di carattere filosofico ed etico sono state tante e tali da suscitare quasi una ovazione finale.

Le implicazioni concrete del suo pensiero non sono certamente sfuggite ai numerosi presenti in sala; con quella capacità di sintesi comunicativa che gli è propria, mons. Bregantini le ha doverosamente riassunte. Sul piano della democrazia, le parole da porre in agenda sono: tavoli di incontro, partecipazione, consultazioni, circoli operativi, azionariato popolare, cooperativismo.

Solidarietà deve significare oggi fraternità che genera reciprocità e, quindi, un legame di fiducia tra le persone. Quanto mai appropriata è stata la chiusura dell’incontro da parte di mons. Bregantini con la lettura delle parole del salmista: “Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo”.

Dall’incontro tra terra e cielo può nascere il vero futuro dell’uomo, dalla sua capacità di utilizzare il creato come occasione per guardare sempre più avanti ed in alto e, per chi crede, verso Dio.

Giuseppe Di Fabio (peppe.difabio@virgilio.it)

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