Emergenza educativa: La libertà di non studiare

27 giugno 2012 01:43 19 comments

Una riflessione della Prof.ssa e scrittrice Paola Mastrocola sulle conseguenze della pedagogia di Don Milani ancora operanti sulla scuola e sull’educazione.

Tratto da: “Togliamo il disturbo – Saggio sulla libertà di non studiare”, di Paola Mastrocola - Guanda Editore, 2011. Pagg. 107-115

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«[…] Succede a volte che certi libri diventino un mito. Travalicano il loro tempo e, con gli anni, diventano altro da sé, finendo per rappresentare qualcosa di esterno ai loro stessi contenuti, indipendente anche dai loro autori, qualcosa che va avanti per conto suo, si sposa allo Spirito dei tempi e fa la Storia.

Credo sia andata cosi a due grandi del nostro recente passato: don Milani e Rodari.

Un numero sempre più alto di insegnanti ha sposato le idee espresse nei loro libri, le ha fatte diventare idee di culto, l’emblema stesso di un certo modo di pensare la scuola, e più in generale il mondo. Le ha anche elaborate, e trasformate, e adattate alle proprie esigenze, al proprio modo di sentire. Ne è nato una specie di grosso pensiero collettivo identitario comune, un pensiero in cui un folto gruppo di persone politicamente affini si è alla fine totalmente riconosciuto […]

Nel 1967 esce Lettera a una professoressa, nel 1973 La grammatica della fantasia: l’antinozionismo ancor oggi perdurante ha queste due anime.

Partiamo da don Milani. Non credo che volesse davvero una scuola che non insegna nozioni. So che nelle sue classi si studiava eccome. Semplicemente, voleva una scuola che non escludesse dall’istruzione i ragazzi meno fortunati, quelli che per origini famigliari non possedevano gli strumenti per farcela. Come dargli torto? Giustissimo. Fu una grande scuola, la sua. Ciò nonostante, noi abbiamo costruito negli anni, grazie anche alle idee di don Milani, una scuola che non insegna più nozioni.

Com’è noto, il libro è la lettera che un ragazzino della scuola di Barbiana scrive alla sua ex professoressa delle medie, per chiederle di smetterla di insegnare cose lontane da lui e dai suoi compagni figli di contadini e montanari come Gianni, di smetterla di fare cose come l’Eneide , o l’Iliade tradotta dal Monti, le poesie di Foscolo, i castelli della Loira e i problemi di geometria: sono cose inventate dai ricchi per umiliare i poveri, per farli sentire inadeguati, e perpetuare la loro posizione di privilegiati.

Dice cosi: «Finita la lettura della posta mi chiudo di nuovo sull’Eneide. Leggo un episodio che piace a lei. Due farabutti sbudellano la gente tra il sonno. Elenco degli sbudellati e della roba rubata e di chi gli aveva regalato una cintura e il peso della cintura, il tutto in una lingua morta. Non era necessario mettere l’Eneide in programma. L’ha voluta sceglier lei. Non glie lo posso perdonare». Con buona pace di Eurialo e Niso. E di Cloridano e Medoro che vengono dopo, anche loro due farabutti, immagino.

Fine: spazzati via Virgilio e Ariosto, in un colpo solo.

Il libro di don Milani diventa subito mito.

Si sposa con la protesta studentesca e l’ideologia comunista e cattolica di tanti insegnanti, contrari all’idea di selezione e di nozionismo fine a se stesso. Si vuole abbattere la scuola severa e classista di stampo gentiliano, ingiustamente riservata ai soli figli di papà e destinata a formare le classi dirigenti del futuro.

Si lotta per una scuola più democratica ed egualitaria, capace di venire incontro alle esigenze della popolazione meno abbiente e culturalmente più svantaggiata.

Ma l’insofferenza (attualissima!) di molti di noi verso le materie letterarie (e il liceo classico!) forse viene di qui, da parole come quelle che il ragazzino di Barbiana riserva all’Eneide: la letteratura è roba per ricchi, nell’ottica di una lotta di classe meglio non farla, o limitarla al massimo (e semmai stravolgerla con le analisi formali di un vecchio strutturalismo che però abbia l’apparenza di scientificità e ci metta in pace con la coscienza!), e relegarla comunque agli ultimi tre anni di liceo: poche letture, molta storia letteraria e via, il gioco e fatto.

Così come molte delle posizioni antimeritocratiche di oggi trovano forse in parole come le seguenti la loro matrice “razzista” all’incontrario: «La teoria del genio e un’invenzione borghese. Nasce da razzismo e pigrizia mescolati insieme».

Cosi c’era scritto nel libro di don Milani.

E così come, infine, gran parte della nostra (attualissima!) riluttanza a fare grammatica forse prende inizio da qui: «Bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a ricrearle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo. Voi dite che Pierino figlio del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta. Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo (montanaro)… Tutti i cittadini sono eguali senza distinzione di lingua. L’ha detto la Costituzione, pensando a Gianni. Ma voi avete più in onore la grammatica che la Costituzione».

Oggi di sicuro abbiamo più in onore la Costituzione che la grammatica: sta entrando una nuova materia nelle scuole, che si chiama Educazione alla cittadinanza, non certo Educazione alla grammatica.

Ma l’idea più terribile, secondo me, si trova nel finale. Il libro si chiude con un sogno, il sogno di insegnanti nuovi e democratici che finalmente dicano ai loro allievi: «A pedagogia vi chiederemo solo di Gianni. A italiano di raccontarci come avete fatto a scrivere questa bella lettera. A latino qualche parola antica che dice il vostro nonno. A geografia la vita dei contadini inglesi. A storia i motivi per cui i montanari scendono al piano. A scienze ci parlerete di sarmenti e ci direte il nome dell’albero che fa le ciliegie». [Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, pagg.137-138, 125, 18-19, 140].

Vuol dire lasciare le persone come sono!

Ognuno si tenga le “nozioni“ che ha già, che gli vengono dalla famiglia in cui è nato: ognuno abbia, dunque, la vita che già la sorte gli ha dato.

Vuol dire una scuola che non aggiunge, non eleva, non sfida.

Ma si adegua, si fa uguale, si camuffa.

E inevitabilmente si abbassa.

E così penalizza proprio i più deboli. Tutti bassi, ma tutti uguali.

Bassezza comune, mezzo gaudio?

Mi sembra una vera e propria manipolazione a uso del proletariato, una distruzione programmatica e scientifica di ogni contenuto culturale che priva per sempre di cultura proprio le classi basse, le quali invece avrebbero avuto bisogno proprio di una cultura alta.

A storia non ti insegno Napoleone, ma la discesa dei montanari; a latino non ti insegno la sintassi dei casi o lo stile di Cicerone o a leggere le meravigliose poesie di Orazio, ma ti chiedo solo di ripetere le parole di tuo nonno!

A scienze non ti spiego la formazione dell’universo, le molecole, l’apparato digerente, l’elettrodinamica, ma il nome delle piante da frutta che hai nel tuo orto. Insomma, caro ragazzo contadino, visto che sai fare il formaggio e sai seminare i campi, io a scuola, perché tu ti senta a tuo agio e non discriminato da una cultura che patiresti come oppressiva e classista, ti parlo solo di formaggio e di semina.

Mi pare davvero ingiusto proprio nei confronti di chi s’intendeva proteggere.

Com’e possibile?

Insegnare ai ragazzi l’arte della semina o la potatura delle piante, la discesa dei montanari, le parole del nonno, il nome delle piante da frutta, anziché Omero e Foscolo, Cesare e Napoleone, Galileo e Einstein, Cicerone e Orazio, la formazione dell’universo, le molecole, l’apparato digerente, l’elettrodinamica…!

Com’è possibile far fuori così i contenuti (le «nozioni»!)?

Eppure la pensiamo ancora così: oggi più che mai si vuole questo, e lo si teorizza con l’esaltazione della metodologia, l’esecrabile vittoria dei metodi sui contenuti, dei «modi» di insegnare sulle «cose», effettive e basilari, che dovrebbero essere insegnate.

[…] Quando il ragazzino di Lettere a una professoressa s’indigna che gli venga insegnata l’Iliade del Monti e sogna invece che gli si parli delle cose che lui conosce già perché fanno parte del suo mondo, in realtà si autocondanna a rimanere quel che è.

Avremmo dovuto dirglielo, a codesto ragazzino amico di Gianni e nemico di Pierino: lui era troppo giovane per accorgersene, ma noi adulti dovevamo averne coscienza, e metterlo in guardia.

Potevamo passare il messaggio opposto: che ce la poteva fare, che i contenuti alti erano la meta cui arrivare, il mezzo per cambiare la sua svantaggiata condizione di partenza. Invece, tragicamente, siamo stati d’accordissimo con lui, abbiamo concordato appieno con l’idea che sia male insegnare ai figli di contadini le nozioni, la grammatica e la letteratura, e che sia invece bene insegnar loro esattamente quel che conoscono già.

Peccato, un’occasione mancata. Per non dire un crimine contro gli umili.

È stato sulla scia delle parole di quel ragazzino che abbiamo cominciato (noi insegnanti, noi genitori, noi generazione degli anni Cinquanta in generale) a svalutare, se non addirittura a disprezzare, la cultura astratta, lo studio teoretico, la capacità di astrazione.

E abbiamo fatto fuori a poco a poco le materie meno immediatamente utili, meno pratiche, meno vicine all’esperienza di tutti i giorni; le materie insomma più legate a un’idea di cultura fine a se stessa: la grammatica e il latino e la letteratura, per esempio. Materie astratte e «inutili» e così lontane dagli alberi da frutta, sì, e vero: ma erano materie che davano le conoscenze giuste per arrivare a una comprensione dei testi complessi, ad esempio dei capolavori del passato.

Non ci abbiamo pensato?

Non facendo più grammatica e letteratura, noi stavamo implicitamente togliendo ai nostri ragazzi la possibilità di capire le parole, il senso astratto, simbolico, plurivoco delle opere più alte dell’ingegno umano. Abbiamo espunto dalla scuola l’altezza e la grandezza: tutta l’eccellenza della nostra cultura. In nome di un antinozionismo che ci è parso tanto «democratico».

Non è stato ingiusto proprio verso quelle classi sociali più deboli, che intendevamo proteggere e aiutare, che dovevamo «alzare»?

Non abbiamo pensato che proprio a quei ragazzi era bene insegnare l’Iliade del Monti, il latino e il greco, onde dar loro l’opportunità di scegliere se restate montanari o diventare professori a Oxford?

II problema è che abbiamo continuato cosi fino a oggi.

E oggi la maggioranza dei nostri ragazzi (anche quelli che escono dal liceo!) non è in grado di affrontare gli studi universitari: si tratta di un settanta per cento circa, che non ha le conoscenze di base e le capacità minime richieste. E che, quando ce la fa, ci riesce solo perché l’università, a sua volta, si è adattata, abbassando sempre di più i propri standard.

Vi par poco?

Lo ripeto, un settanta per cento di studenti universitari che non è all’altezza.

Eppure il discorso prevalente (direi unico) che si sente fare ovunque, sui giornali, in tivù, ai convegni, è che la missione più importante sia di venire incontro a quei ragazzi i quali, per gravi handicap famigliari e sociali, partono in svantaggio.

Bene, è un discorso giustissimo.

Ma quanti pensate che siano questi poveri ragazzi svantaggiati? Al giorno d’oggi sono al massimo un dieci per cento.

Allora sotto accusa non è il fatto che la scuola si occupi di quel dieci per cento: è che, per farlo, abbandoni quell’altro settanta!

[…] E pensare che c’era stato Adorno…

Theodor Wiesengrund Adorno, l’autore dei Minima moralia. Qualcuno della mia generazione per caso se lo ricorda? Adorno criticava la condiscendenza per gli uomini come sono, vista come falsa virtù, come virtù piccolo-borghese: «Il borghese (…) è tollerante. Il suo amore per la gente com’è nasce dall’odio per l’uomo come dovrebbe essere».

Non è che per caso la mia generazione – seguace a oltranza di don Milani – ha amato troppo i figli dei contadini per com’erano, fino a non permettere loro di diventare altro?

Non è che per caso oggi Adorno darebbe del piccolo-borghese a don Milani?

L’aveva compreso, Adorno, qual era il rischio. In pieni anni Cinquanta, aveva già capito che non era bene esaltare il benessere piccolo-borghese; che il consumismo di massa ci avrebbe rovinato, ci avrebbe sempre più ridotto a essere quel che eravamo, cioè massa amorfa, senza possibilità di resistenza, senza autonomia di pensiero; che bisognava invece puntare in alto, scuotere le persone.

Aveva capito che l’unica possibilità reale di emancipazione era l’arte. L’arte come rivoluzione, sovvertimento. E la filosofia. Il pensiero astratto, la capacità di pensare e creare come unica risorsa dell’umanità per uscire dal vicolo chiuso del potere, dei consumi, dell’omologazione.

Noi invece abbiamo lasciato che la massa rimanesse massa: questo è il mio sospetto. Se così fosse, sarebbe imperdonabile.

Sarebbe come andare da antropologi a visitare i popoli primitivi e compiacerci, in nome del rispetto del diverso, del loro felice stato ancora selvaggio, uno stato in cui essi invece – i «selvaggi» – non hanno nessuna voglia di rimanere […].

Il relativismo culturale piace molto a noi, popoli evoluti, insomma. Ma ai popoli arretrati piace molto poco essere considerati pari, e studiati come diversi, e lasciati quindi come sono: dal loro punto di vista, meglio essere giudicati arretrati, e magari aiutati a progredire.

Se applicassimo questo stesso pensiero, un po’ da antropologi, alla scuola di massa che abbiamo costruito proprio su un identico relativismo culturale che potremmo chiamare «scolastico», probabilmente i ragazzini «arretrati» ci direbbero: grazie mille per il meraviglioso rispetto che dimostrate verso la nostra ignoranza, grazie di chiamarla diversità (siamo forse per voi «diversamente colti»?), ma se adesso per piacere ci fate un po’ di latino e greco, a noi non spiacerebbe, così magari riusciremmo a diventare come voi

Non gliel’abbiamo fatto, il latino e il greco, peccato. Anzi, gliel’abbiamo volutamente evitato, pensando al loro bene.

La cosa buffa è che Adorno – insieme a Marcuse – era negli anni Sessanta il grande mito della sinistra (più letto Marcuse, però, che era più facile, parlava male della società capitalistica e inneggiava alla liberazione sessuale…). Comunque Adorno era un maestro per la sinistra, come lo era don Milani.

Possibile che gli allora militanti di sinistra non abbiano visto la discrepanza macroscopica tra questi due maestri, don Milani e Adorno? Eppure era evidente: l’uno diceva una cosa e l’altro esattamente il contrario.

L’uno diceva di alzare, l’altro di tenere il più possibile basso

Ha vinto don Milani, e non Adorno.

Almeno nella scuola, colui che ha guidato (e guida ancora!) il pensiero scolastico progressista è don Milani. Così, nella scuola ha vinto il sapere concreto, non astratto: la semina e la potatura delle piante, invece che l’arte e la filosofia.

Almeno avesse significato valorizzare e incrementare le scuole professionali!

Invece no, non so per quale paradossale schizofrenia, il donmilanismo perdurante dei giorni nostri promuove da anni la licealizzazione totale: mentre da un lato esalta il sapere dell’esperienza concreta, utile (i sarmenti di don Milani), dall’altro trascura, se non contrasta, proprio la scuola professionale, a vantaggio di un liceo che però, al fine di valere per tutti, è diventato sempre più generico e omologato, un surrogato di liceo che rischia di non insegnare più niente a nessuno, né l’astratto né il concreto, né l’arte e la filosofia, né i sarmenti.

Ultime domande, molto personali e accorate, sul libro di don Milani: perché non si contempla mai l’ipotesi che anche un ragazzino di umili condizioni possa amare i libri, essere per natura (e non per origine sociale!) portato allo studio astratto e umanistico?

Perché chi ama lo studio dev’essere per definizione un figlio di papà, un signorino bene, viziato e insopportabile?

Perché non si ipotizza l’evenienza che un futuro grande filosofo o scrittore o artista o scienziato possa nascere nella casa di un umile pescatore?

Perché deve esistere un indissolubile e ignobile connubio tra amore per la cultura e censo elevato, come se solo chi ha i soldi potesse amare lo studio?

Perché, insomma, continua ancora oggi e più che mai l’idea che solo i ragazzi di classe alta vadano bene a scuola?

Oggi, che è esattamente il contrario: studiano poco coloro che hanno le case piene di libri, e prendono i voti migliori i ragazzi romeni, per esempio!

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