“Democrazia atea”, un partito tutto da ridere

12 settembre 2012 09:57 50 comments

4 settembre 2012

Di Giuliano Guzzo

Tutto si può dire, meno che certi atei manchino di senso dell’umorismo. Democrazia atea ne è un esempio lampante; partito politico che si fonda – così è scritto sul sito ufficiale – «sul principio di libertà dalla oppressione religiosa» [1], è in realtà un’associazione di burloni. O almeno così c’è da sperare, altrimenti viene il dubbio che le loro papere siano fatte in buona fede. Ma sono tali e tante che c’è da escluderlo.

A partire dallo statuto, dove viene si illustrano i loro obbiettivi c’è quello di «tutelare la laicità nelle istituzioni pubbliche, con particolare riferimento alle scuole di qualsiasi grado, agli ospedali» [2]. D’accordo, e come la mettiamo col fatto che gli ospedali sono in larga parte invenzione cristiana dato che fu solo col Cristianesimo – come precisa anche Wikipedia – che «le sofferenze dei malati divennero un tema centrale» [3]? E con i numerosissimi ospedali che portano il nome di religiosi, a partire dal Policlinico Agostino Gemelli di Roma, che si fa? Gli si cambia nome o si accetta che vi siano imponenti strutture dedicate a uomini di fede? Non sarebbe il massimo, per una democrazia atea.

Così come non è il massimo constatare come Democrazia atea si prefigga quale primo obbiettivo sociale del proprio programma, al punto 5, la «difesa e piena attuazione della Legge sull’interruzione di gravidanza (194)» [4], ovvero una delle poche leggi al mondo – sicuramente l’unica in Italia – che reca in calce la firma di cinque politici cattolici (Andreotti, Anselmi, Bonifacio, Morlino e Pandolfi). Alla faccia della laicità, amici atei, complimenti!

E che dire, risalendo l’elenco degli obiettivi fondamentali, della volontà di abrogazione, all’art. 29 della Costituzione italiana, delle parole «fondata sul matrimonio» [5]?

Anche i sassi sanno che il matrimonio non è istituto di invenzione religiosa e men che meno cattolica! Abbiamo notizie di prime unioni tra uomini e donne nell’alto paleolitico e uno studioso stimatissimo e non certo tacciabile di partigianeria cattolica quale Claude Lévi-Strauss (1908 – 2009) scrive che qualora si analizzasse «l’immenso repertorio delle società umane su cui, a partire da Erodoto, abbiamo informazioni, tutto quello che» potremmo «dire sul punto che ci interessa che la famiglia coniugale vi è frequentissima, e che, dove essa sembra mancare, si tratta in generale di società molto evolute» [6].

Non solo: quando si tratta di definire «proprietà invarianti, o caratteri distintivi della famiglia» non seguendo il Vangelo o il Corano ma «sommando le informazioni raccolte – scrive Lévi-Strauss – nelle società più disparate», si giunge a queste conclusioni:

«1. La famiglia trae origine dal matrimonio;

2. Essa comprende il marito, la moglie, i figli nati dalla loro unione […];

3. I membri della famiglia sono uniti fra loro da:
a) Legami giuridici;
b) Diritti ed obbligazioni […]
c) Un reticolo preciso di diritti e divieti» [7].

Insomma, pensare di poter parlare di famiglia senza matrimonio, come auspicano i soci di Democrazia atea, non vuol dire libertà «dalla oppressione religiosa» ma dall’evidenza di fior di studi di sociologia ed antropologia. È un obbiettivo sensato? Non si direbbe.

Allo stesso modo meraviglia l’idea che Democrazia atea miri all’«introduzione del divieto della obiezione di coscienza per medici e farmacisti nel rispetto della libertà di coscienza» [8]. Incredibile, è come dire: rispetto la tua libertà, ma non di essere obiettore di coscienza. Sei libero, ma alle condizioni che stabilisco io: più che democrazia atea, qui è democrazia totalitaria. Anche perché l’obiezione di coscienza – secondo quanto ripetuto dal laico Comitato Nazionale di Bioetica in un parere del luglio scorso – rappresenta «un diritto costituzionalmente fondato (con riferimento ai diritti inviolabili dell’uomo)» e «costituisce un’istituzione democratica, in quanto preserva il carattere problematico delle questioni inerenti alla tutela dei diritti fondamentali senza vincolarle in modo assoluto al potere delle maggioranze, e va esercitata in modo sostenibile» [9]. Il paradosso è che la stessa Legge 194/78 di cui Democrazia atea chiede la «difesa e piena attuazione» dedica un intero articolo – il n. 9 – proprio alla disciplina dell’obiezione di coscienza. In poche parole questo simpatico partito vuole, da un lato, l’abolizione di un diritto riconosciuto da una Legge che, d’altro lato, si prefigge di difendere senza riserve. Comicità pura!

Oltre a queste, ci sarebbero molte altre papere che lasciamo all’attenzione dei lettori ed internauti non prima, tuttavia, di averne segnalata un’ultima riguardante il “Volantino costi Vaticano” scaricabile dal sito [10]. In questo documento si riportano alcune cifre – naturalmente senza citare le fonti, altrimenti uno potrebbe verificarle e la cosa sarebbe troppo laica! – riguardanti lo Stato del Vaticano (52 milioni di euro di bollette annue e 407.000,00 euro di stipendio medio di un cittadino vaticano) e si conclude con un invito: «Aiuta la Chiesa Cattolica a recuperare una dimensione francescana. La loro ricchezza è la tua povertà. Non dargli più l’8×1000» [11].

Ora, non sarebbe male, consultando il sito ufficiale (www.8xmille.it/), spiegare a questi signori come vengono ogni anno spesi, al centesimo, i soldi dell’8×1000. Ma qui mancano le premesse, e cioè la conoscenza della differenza tra Chiesa cattolica – che è una, unica ed universale –, il Vaticano – che è uno stato sovrano con un suo, per quanto piccolo, sistema politico ed economico –, e la Chiesa cattolica italiana, alla quale effettivamente finisce il ricavato dell’8×1000 e che giustamente, ai sensi dell’art. 44 della legge 222/85, deve spiegare come lo spende, dovere cui corrisponde – anche se si seguita ad ignorarlo – acquistando ogni anno una pagina intera sui maggiori quotidiani nazionali, tra cui Corriere della Sera e Repubblica.

Nessun segreto inquietante, dunque, nessun mistero, niente di niente. Tutto chiaro a chiunque voglia farsi un’idea. A meno che uno l’idea se la sia già fatta per conto proprio e si sia iscritto a Democrazia atea. A quel punto non c’è più nulla da fare perché, come spiegava Albert Einstein, «è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio».

[1] Democrazia atea. Statuto: http://www.democrazia-atea.it/sezione-8-statuto.htm;
[2] Ibidem;
[3] http://it.wikipedia.org/wiki/Ospedale;
[5] http://www.democrazia-atea.it/sezione-12-programma.htm;
[5] Ibidem;
[6] Lévi-Strauss C. Le regard éloigné, Librairie Plon, Paris 1983 (trad. it. Lo sguardo da lontano, Il Saggiatore, Milano 2010, p. 57);
[7] Ibidem. p. 58;
[8] http://www.democrazia-atea.it/sezione-12-programma.htm;
[9] http://www.governo.it/bioetica/pdf/Obiezione_coscienza.pdf;
[10] http://www.democrazia-atea.it/docs/volantino_costi_vaticano.pdf;
[11] Ibidem.

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