I frutti amari delle primavere arabe

12 settembre 2012 14:19 19 comments

di Andrea Virga

2 settembre 2012

campariedemaistre.com

Ad un anno e mezzo di distanza, sembra che finalmente si sia spento quel coro mediatico che esaltava le “primavere arabe”, cui faceva eco il ceto semicolto italiano, con le sue ciance di “rivolte democratiche”, di “tiranni abbattuti” e di “rivoluzione dei social network”. I vari bloggers (come se avere un blog fosse una qualifica o un lavoro) democratici nostrani esaltavano i “colleghi” egiziani e tunisini, e si lamentavano della presunta inerzia italiana. Come quasi sempre accade, i fatti gli hanno dato torto marcio.

Se è vero che manifestazioni e rivolte più o meno spontanee si sono verificate in tutto il Medio Oriente, dal Marocco all’Iran, all’atto pratico esse hanno avuto un impatto politico in soli cinque Paesi: Tunisia, Libia, Egitto, Siria, Yemen. Altrove sono state stornate con qualche riforma (Marocco) o represse nel sangue (Bahrein) nell’indifferenza totale dei media occidentali. Che cosa hanno in comune questi cinque Paesi? In tutti, il governo al potere era improntato al socialismo arabo, o comunque (in Tunisia ed Egitto) erede di un regime socialista arabo. Ad oggi, l’ultimo regime socialista arabo ancora in piedi, per quanto minacciato da una violenta insurrezione, è la Siria. Pochi anni prima, infatti, era stata la volta dell’Iraq, invaso e abbattuto dagli Stati Uniti.

In tutti questi casi, un regime socialista arabo è stato rovesciato e sostituito da un regime con una presenza islamista più o meno forte. Da un punto di vista cristiano, il risultato è stato decisamente negativo.

Infatti, checché ne dicano i vari fallaciani, nei secoli la tolleranza religiosa, da parte del Califfato prima e dell’Impero Ottomano dopo, aveva costituito la regola, più che non l’eccezione. In questo modo, in Libano, Palestina, Siria, Egitto, Iraq, comunità millenarie, risalenti agli albori del cristianesimo, avevano conservato la propria Fede, nonostante le forti conversioni alla religione dominante islamica, e prosperato dal punto di vista economico. Agli inizi del Novecento, milioni di copti, caldei, assiri, maroniti erano ben integrati nella società araba, al pari delle altre minoranze religiose (drusi, sciiti, alauiti, ebrei), e ricoprivano non di rado posizioni sociali di rilievo. Recentemente, inoltre, la crescita economica dei Paesi del Golfo ha chiamato milioni d’immigrati asiatici come manodopera semi-servile, per cui oggi, anche nella penisola arabica vi sono numerosi cristiani.

Nell’ultimo secolo, la diffusione del fondamentalismo islamico e la disgregazione politica dell’Impero Ottomano, entrambi favoriti dalle potenze coloniali (prima Inghilterra e Francia, poi gli Stati Uniti), hanno cambiato totalmente la situazione. Il modello preferito dall’Occidente è, infatti, quello delle petrolmonarchie del Golfo. Questi stati sono dominati da una ristretta oligarchia che beneficia degli enormi introiti del petrolio, di cui i Paesi occidentali sono il primo acquirente, e regna su un contesto sociale ancora feudale e tribale, tenuto insieme da una rigida interpretazione dell’islam sunnita fondamentalista e puritana (salafismo), che riconosce un ruolo centrale alla casa reale saudita (wahabismo). Questo binomio tra fondamentalismo islamico e liberismo economico riecheggia perfettamente, in salsa musulmana, le tendenze della destra religiosa statunitense (indicative sono le lodi di Reagan ai mujahiddin afgani).

D’altra parte, il socialismo arabo, nato come reazione al colonialismo, ha promosso una politica opposta: nazionalizzazione delle risorse energetiche, politica estera indipendente, formazione di uno stato arabo unitario, modernizzazione delle strutture sociali ed economiche, assistenza sociale diffusa, parità tra i sessi e laicità, ossia quella libertà religiosa, che consente alla nostra fede di prosperare. Lo stesso termine “socialismo” non deve ingannare, dato che in realtà sono fondati sul rispetto della proprietà privata e sulla cooperazione tra le classi, mentre la forte presenza statale è funzionale a tutelare i beni comuni (acqua, petrolio, gas, ecc.) e a promuovere lo sviluppo economico (cosa che in quel contesto non è alla portata diretta dei vari corpi intermedi). Anche la forma di governo autoritaria, e la repressione violenta delle forze eversive e sovversive, vanno debitamente comprese nel quadro socio-politico medio-orientale. Non c’è quindi da stupirsi che i cristiani vi abbiano svolto un ruolo di primo piano sia nella teoria (ad esempio il copto Salama Musa e il greco ortodosso Michel Aflaq), sia nella prassi (è il caso del vicepresidente iracheno Tareq Aziz), e che le comunità cristiane locali, a partire dal clero (gerarchie comprese), abbiano sempre fornito caloroso sostegno a questi regimi.

Laddove invece sono caduti, il fato delle comunità cristiane è divenuto d’improvviso precario. Il caso dell’Iraq avrebbe dovuto essere un chiaro indicatore di questa sorte: nel giro di pochi anni dopo la caduta di Saddam Hussein, due milioni di cristiani sono stati costretti alla fuga e all’emigrazione, dopo violente persecuzioni, con migliaia di morti. In Egitto, dove la situazione è pure meno grave, i copti temono comunque per il loro futuro, e hanno già cominciato ad emigrare in massa. Infine, in Siria, nonostante cerchino di spacciarsi per “laici” e “democratici”, gli insorti si sono più volte resi colpevoli di massacri e persecuzioni nei confronti delle comunità cristiane del Paese. In merito, il sostegno pressoché totale delle Chiese locali, nei confronti del legittimo governo di Assad dovrebbe fare riflettere i cattolici nostrani su quale sia la posizione giusta da tenere. La lotta al fondamentalismo islamico e la difesa dei cristiani dalle persecuzioni passano dunque per il sostegno al socialismo arabo, ad oggi la migliore scelta politica e istituzionale per i Paesi arabi.

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