Il cardinale e il professore

19 settembre 2012 07:37 95 comments

di Norbert Trippen

L’Osservatore Romano

11 ottobre 2008

“Joseph Ratzinger, il cardinale Frings e il concilio Vaticano II” è il titolo della conferenza che si tenutasi nella serata di venerdì 10 ottobre presso la Haus der Begegnung Heilig Geist a Burghhausen (Passau) in Germania. Ne pubblichiamo il testo integrale.

 

Lo storico della Chiesa Hubert Jedin, perito e testimone del concilio Vaticano II, ha riferito: «verso la fine del concilio Vaticano II il professore di Lovanio Onclin mi ha detto una volta che a suo parere il cardinale Frings era il padre più in vista del concilio Vaticano II. Beninteso il più in vista, non il più influente. Su di un superlativo di tal genere si può discutere, ma, per esperienza diretta posso testimoniare che, quando il segretario generale del concilio annunciò un discorso del cardinale di Colonia, le navate laterali della basilica di San Pietro si svuotarono, perché nessuno voleva perdere l’intervento di quell’oratore. Infatti il cardinale Frings aveva sempre qualcosa di importante da dire e anche il coraggio di dirlo».

Il cardinale Frings godeva di grande considerazione per tre importanti motivi. Innanzitutto dominava la lingua latina conciliare e per anzianità di servizio, come cardinale e membro del direttivo conciliare, aveva sempre la prima parola. Un altro motivo dell’influenza e della considerazione di Frings erano le simpatie che egli e i vescovi tedeschi riscuotevano presso innumerevoli padri conciliari del mondo in via di sviluppo e dell’America Latina attraverso Misereor e Adveniat. Inoltre, di importanza decisiva per la posizione del cardinale nel concilio fu il suo eccellente consigliere.

Proprio nella fase preparatoria, che lo vedeva all’opera nella commissione preparatoria centrale, Frings si lasciò consigliare dallo storico della Chiesa Hubert Jedin e, per le questioni di diritto canonico e le pratiche pastorali, dal suo vicario generale Joseph Teusch. A partire dalla primavera del 1962 il giovane professore di teologia fondamentale a Bonn, Joseph Ratzinger, divenne il suo consigliere per le questioni teologiche. Ratzinger non aiutò Frings soltanto per tutti i discorsi conciliari, ma entrò subito a far parte del gruppo di teologi tedesco-franco-belga, che in luogo delle bozze inadeguate delle commissioni preparatorie, riformulò i decisivi testi conciliari, in particolare le costituzioni dogmatiche sulla Divina Rivelazione e la Chiesa.

Dalla fine del primo periodo di sessione, nel 1962, il professor Ratzinger non fu più soltanto il teologo conciliare personale del cardinale di Colonia, ma anche peritus incaricato d’ufficio, ossia perito con accesso a sedute decisive della commissione e alle congregazioni generali del concilio. Dopo ognuno dei quattro periodi di sessione del concilio, dal 1962 al 1965, Ratzinger pubblicò per le edizioni Bachem di Colonia un rapporto contenente le sue impressioni sul periodo appena trascorso. Il valore di questi quattro volumi di circa ottanta pagine sta nell’aver descritto gli eventi conciliari senza eccesso di particolari e con un linguaggio accessibile ai più, caratteristiche che a tutt’oggi costituiscono un pregio del nostro nuovo Papa, e nell’aver fissato l’impressione recente di un osservatore del concilio che però vi era, al contempo, impegnato in prima persona.

Il cardinale Frings, allora già quasi cieco, in che modo si era imbattuto in quel consigliere? Nelle sue memorie narra egli stesso: «A Genova un padre gesuita, Angelo d’Arpa, aveva fondato l’istituto “Colombianum” per lo studio di questioni relative allo sviluppo. Nel 1961, in preparazione del concilio, aveva organizzato un ciclo di conferenze per le quali aveva voluto come relatori alcuni cardinali. Mi chiese se ero pronto a parlare del concilio in relazione alla differenza temporale con il concilio Vaticano I. Il tema mi entusiasmò e accettai. Tuttavia mi accorsi che non sarei stato in grado di affrontarlo da solo. Durante un concerto dell’orchestra Gürzenich incontrai il professor Ratzinger, che poco prima era giunto a Bonn per insegnare teologia e che già godeva di una buona e grande fama. Gli chiesi se voleva aiutarmi nella preparazione dell’intervento su quel tema, del quale anche lui parve entusiasta. Subito redasse una bozza che giudicai talmente buona da ritoccarla in un solo punto. L’intervento, tradotto in un ottimo italiano, fu poi trasmesso alla Segreteria di Stato da Bruno Wüstenberg, unico tedesco presente nella Segreteria di Stato nonché mio ex allievo presso il seminario sacerdotale. Chiesi anche a Wüstenberg di aiutarmi a Genova. Infatti, nel frattempo, la mia vista era divenuta così debole che non potevo leggere in modo fluido, per lo meno in una lingua straniera. Decidemmo che avrei letto la prima riga dell’introduzione e poi avrei chiesto, se consentito, di far leggere il testo del discorso vero e proprio a uno dei miei studenti, il prelato Wüstenberg. E così fu. La lettura durò tre quarti d’ora. Suscitò grande impressione e lo stesso cardinale Siri di Genova, che era noto per essere un conservatore, si disse soddisfatto. Inoltre, l’intervento era assolutamente lungimirante. Quando lo mostrai al cardinale Döpfner disse: “Beh, un documento storico!”. Con ciò intendeva dire: “Sono bei sogni per il futuro, ma non si realizzerà quasi niente di tutto ciò”».

L’intervento suscitò grande impressione nel mondo cattolico e fu subito pubblicato. Al cardinale Frings interessava molto sapere come Papa Giovanni XXIII avrebbe accolto le sue coraggiose affermazioni ed era anche un po’ preoccupato. La mattina del 23 febbraio 1962, mentre era impegnato in una sessione della commissione preparatoria del concilio, fu chiamato a un’udienza personale con Papa Giovanni XXIII. Nel 1973, il cardinale raccontò: «Non ne sapevo il motivo. Dissi dolorosamente al mio segretario Luthe: “Mettimi la mantellina rossa, chissà, potrebbe essere l’ultima volta”. Tuttavia, quando entrai nella sala delle udienze del Papa, quest’ultimo mi venne incontro, mi abbracciò e disse: “Stanotte ho letto il suo intervento di Genova e volevo ringraziarla per queste belle argomentazioni”. Io ero un po’ imbarazzato, ma, nello stesso tempo, grato che il Santo Padre avesse letto lo scritto. Credo che molto del suo contenuto fu poi realizzato nel concilio».

Il vescovo emerito Luthe ha potuto integrare questi ricordi. Il Papa avrebbe detto a Frings: «Che bella coincidenza del pensiero!», fra lui e Frings. Quando, per onestà, il cardinale disse al Papa che il testo non l’aveva scritto lui bensì il professor Ratzinger, pare che Giovanni XXIII abbia risposto che avrebbe dovuto elaborare anche i suoi testi perché è importante trovare il giusto consigliere e poter firmare i suoi elaborati. Evidentemente il colloquio con il Papa incoraggiò Frings a introdurre nella commissione centrale Joseph Ratzinger come consigliere per i testi di dogmatica.

Dal maggio 1962 a Ratzinger furono sottoposte tutte le bozze teologiche conciliari. In un breve manoscritto quasi illeggibile annotava osservazioni pregnanti a margine dei testi. Dopo che il segretario Luthe pregò lui e gli altri consiglieri – Jedin e Teusch – di redigere brevi testi ordinati, che poi il cardinale Frings avrebbe potuto trasformare in voti, anche il professor Ratzinger redasse brevi elaborati, che dimostrano come già in quegli anni fosse elevata la sua competenza e quale fosse il suo stile.

Sorprende che Ratzinger, il quale sarebbe divenuto prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e Papa, nel giugno del 1962, in occasione di una sessione della Commissione preparatoria centrale su una bozza relativa al “magistero ecclesiale”, fece riflettere il cardinale Frings sulla necessità di aggiungere alla sezione “De ecclesiae magisterio” una breve argomentazione sui confini morali del primato di giurisdizione. In un testo sull’autorità e l’obbedienza nella Chiesa, al paragrafo 3, era richiesto di attenersi a Matteo 18, 15-17 per la «denuncia pubblica dei mali nella Chiesa».

Il professor Ratzinger aveva scritto a margine: «Il riferimento a Matteo 18, 15-17 rivela anche un altro fatto non meno importante. Vi viene prescritto che il rimprovero al singolo nel colloquio venga poi sottoposto ai vari gradi della Chiesa ufficiale. Non è solo una tutela della Chiesa ufficiale contro la critica non autorizzata (…) ma anche una tutela del singolo dalla denuncia anonima che finora è stata del tutto trascurata e che sarebbe il caso di fissare qui».

Ancor più interessante delle posizioni assunte da Ratzinger nelle singole bozze conciliari, è la sua collaborazione durante il concilio, ossia a partire dalla preparazione immediatamente precedente al suo inizio. In due esaustivi volumi la Segreteria di Stato aveva trasmesso ai padri conciliari a luglio e ad agosto del 1962, bozze per lo più inadeguate redatte dalle commissioni di preparazione. Il 29 agosto 1962, poco prima di partire per le vacanze estive, il cardinale Frings scrisse da Fulda al professor Ratzinger: «Le invio in allegato il primo volume degli schemi del concilio come è stato preparato da tutti i partecipanti in questi giorni. Le sarei grato se esaminasse queste bozze secondo i seguenti criteri: 1. Che cosa è cambiato rispetto alla prima stesura? 2. Cosa è assolutamente da rifiutare? 3. Che cosa si potrebbe migliorare?».

Frings pensava anche al periodo successivo alle ferie: «Comunque martedì 9 ottobre sarò a Roma. Verrà con me? Ho invitato tutti i Padri conciliari a un incontro presso Santa Maria dell’Anima mercoledì 10 ottobre alle 17. Posso pregarla di parlare in quell’occasione della bozza relativa alla Constitutio dogmatica “De fontibus revelationis” e, se possibile, di fare controproposte costruttive?». Si tratta della genesi della bozza, in seguito molto dibattuta, chiamata in breve “Ratzinger-Rahner” e relativa alla Costituzione sulla Rivelazione!

Il 14 settembre Ratzinger inviò prontamente il risultato del suo esame al cardinale e aggiunse una stesura in latino per la firma da inviare a Roma, che può essere considerata come una posizione teologica e spirituale dei Padri conciliari tedeschi alla vigilia del concilio Vaticano II.

Certo il tempo dei preparativi e delle proposte era finito. Il concilio era alle porte. Alla fine del 1976, alla vigilia del novantesimo compleanno del cardinale Frings, Joseph Ratzinger riferì: «Il 9 ottobre 1962, verso le 11 e mezzo, il cardinale Frings aprì il concilio Vaticano II. Il cammino percorso fin lì lo portò poi nella sua chiesa episcopale, il duomo di Colonia. Mentre i rintocchi delle pesanti campane facevano penetrare negli animi la gravità dell’attimo, il cardinale entrò nello spazio gotico e diede avvio al concilio con una preghiera (…) ma quel giorno il suo cammino non si concluse davanti all’altare, il luogo delle sue funzioni episcopali. Il cardinale si lasciò condurre nella cripta e si fece indicare la nicchia nella quale un giorno sarebbe stata posta la sua bara. Ho ancora davanti agli occhi il modo in cui, pensoso e in raccoglimento, toccò il posto della sua futura sepoltura, che a causa della sua debole vista non poteva vedere bene. In quel momento era proiettato nel futuro per poter svolgere i prossimi compiti, proprio a partire dalla responsabilità di una tale contemplazione».

Già alla fine di agosto a Fulda, i vescovi tedeschi erano stati invitati a un incontro nella sala di Santa Maria dell’Anima, alla vigilia del concilio. Gli atti non spiegano come l’invito sia stato rivolto anche ai vescovi austriaci, svizzeri e di lingua tedesca delle missioni. Da quel momento in poi quella riunione avrebbe dovuto svolgersi ogni lunedì pomeriggio. Il cardinale Frings suggerì una direzione alternata fra lui e König. Subito i vescovi partecipanti si registrarono nelle liste di presenza affinché nell’aula conciliare il cardinale Frings potesse contare su ottanta o novanta padri conciliari di lingua tedesca a sostegno del proprio voto. Ancora nel 1973 il cardinale Frings ricordava bene quella prima riunione a Roma, il 10 ottobre del 1962: «Nel primo incontro il professor Ratzinger tenne una conferenza sullo schema della Rivelazione, che nel corso del concilio avrebbe svolto un ruolo importante e che nell’ultimo periodo fu approvato». Già nelle prime giornate del concilio il professor Ratzinger fu portato dal cardinale Frings alle riunioni con influenti padri conciliari e teologi, durante le quali si cercava di sostituire le bozze inadatte sulla costituzione sulla Rivelazione e la Chiesa con proposte più opportune, alle quali avevano contribuito in modo eccellente Joseph Ratzinger e Karl Rahner.

A prescindere dalle importanti riunioni dell’episcopato di lingua tedesca che si svolgevano il lunedì presso Santa Maria dell’Anima, il professor Ratzinger colloquiava spesso con il cardinale Frings. Quando il cardinale voleva prendere la parola su un tema nell’aula conciliare, chiedeva a Ratzinger bozze che poi avrebbe elaborato con il suo segretario Luthe in un proprio testo. I documenti conciliari del cardinale contenevano per molti dei suoi voti la proposta del professor Ratzinger, poi il testo del discorso dettato al segretario Luthe. Fra i discorsi conciliari stampati, dal titolo Acta Synodalia, c’è il testo del discorso effettivo del cardinale. Poiché il cardinale Frings non poteva più leggere in modo fluido, doveva riferire a voce ciò che si era prefisso di dire. Talvolta è faticoso seguire il processo di un voto conciliare del cardinale Frings a partire dall’intento di prendere la parola nell’aula, passando per il suggerimento del professor Ratzinger e la dettatura del discorso da presentare fino all’intervento vero e proprio. In quest’ultimo si evidenziavano del cardinale la sua familiarità con la lingua latina, la sua capacità di acuta accentuazione e la sua ironia.

Per i diciannove discorsi conciliari del cardinale di Colonia non possiamo spiegare nel dettaglio quali siano stati i suggerimenti di Ratzinger e la trasposizione che il cardinale Frings ne fece. Comunque prendiamo ad esempio la descrizione dell’intervento molto apprezzato del cardinale di Colonia sulla riforma della Curia romana dell’8 novembre 1963. Quel giorno il cardinale Frings tenne il suo discorso sulla Curia romana, che destò grande scalpore e del quale alcune parti, soprattutto la seconda per la sua critica aperta alle pratiche del Sant’Uffizio, suscitarono molta attenzione. Fortunatamente di questo voto nell’aula esistono una bozza manoscritta di Ratzinger, la copia del testo presentato e negli Acta Synodalia il discorso pronunciato da Frings a memoria.

Si trattava di un dibattito sullo schema relativo ai vescovi. Frings si lamentava del fatto che le autorità della Curia cercavano di intervenire nel lavoro delle commissioni conciliari «come se detenessero una propria verità diversa da quella del resto dei padri sinodali». Allora su suggerimento di Ratzinger, Frings affrontò le procedure della Curia romana. Letteralmente: «Mi sembra molto importante che queste regole, soprattutto quelle sulla netta distinzione fra ambito amministrativo e ambito giudiziario, vengano estese a tutte le congregazioni, anche alla Suprema Congregatio Sancti Officii, la cui modalità procedurale in molte cose non si accorda ancora con il nostro tempo e per la Chiesa sarà un danno e per molti uno scandalo».
Gli Acta Synodalia riportano a questo punto il plausus in aula.

Le seguenti frasi di critica al Sant’Uffizio furono aggiunte da Frings alla bozza di Ratzinger: «So bene quanto è arduo, complicato e pieno di difficoltà il compito di quanti per molti anni hanno lavorato nel Sant’Uffizio per tutelare la verità rivelata, ma mi sembra che debba essere espressa la richiesta che anche in questo dicastero nessuno venga giudicato e condannato (damnetur) a motivo di quanto a ragione o a torto crede, senza essere prima ascoltato, senza conoscere prima le accuse mosse contro di lui o contro qualcosa che ha scritto, senza che prima gli venga data la possibilità di correggere se stesso o quanto ha scritto, che pare essergli fatale».

Nel terzo punto Frings muove alla Curia un’altra critica: «Mi sembra che un’altra proposta in vista del rinnovamento dei rapporti fra l’episcopato e la Curia romana debba essere la diminuzione del numero dei vescovi presenti in Curia. Nessuno viene consacrato per valutare la propria persona o il proprio incarico. L’ufficio episcopale è un incarico, non è un onore o uno splendore da aggiungere a un altro incarico. Chi viene ordinato vescovo deve essere vescovo e nient’altro. Resta da aggiungere che anche l’ordinazione sacerdotale non deve avere per fine la gratificazione di sé, ma la sollecitudine per il gregge del Signore. Sono convinto del fatto che nella Curia romana ci siano ancora numerose cariche ricoperte da sacerdoti, che potrebbero essere esercitate da laici non meno bene o perfino meglio (…) perciò propongo che si decida di diminuire il numero di sacerdoti e di vescovi nella Curia romana e di permettere ai laici di entrarvi».

Lo stesso Frings annota nelle sue memorie: «Quel discorso ebbe una risonanza del tutto inattesa e quasi inquietante. Evidentemente avevo parlato con cuore e sentimento a numerose persone che si ritenevano trattate ingiustamente o indignitosamente dal Sant’Uffizio. E quando verso le 11 entrai nella caffetteria ricevetti congratulazioni da tutte le parti. Tuttavia, quello stesso giorno, Ottaviani, presidente – o meglio prefetto – del Sant’Uffizio, anch’egli previsto come relatore, rispose con un discorso fulminante contro di me e mi voleva addossare la colpa di aver recato oltraggio al Papa. Tentai allora di parlargli e di dirgli che non era mia intenzione attaccare né lui né il Papa. Il giorno seguente mi venne incontro nello stesso posto, all’ingresso della sacrestia, mi abbracciò e mi disse: “Entrambi vogliamo solo la stessa cosa!”».

Certo il cardinale Frings era anche spaventato e reso insicuro dalle conseguenze del proprio discorso. Hubert Jedin riferisce: «Subito dopo il cardinale Frings convocò alcuni dei teologi a lui più vicini a Santa Maria dell’Anima. Eravamo ancora soli quando mi chiese: “Che mi dice ora?”. Risposi: “Può stare tranquillo, tutti gli eruditi cattolici del mondo intero, che meritano questo nome, sono dalla sua parte”. Questa risposta lo tranquillizzò visibilmente».

Quella stessa sera il Papa gli chiese di avanzare delle proposte per una riforma delle più elevate autorità ecclesiali. Il 12 novembre, nel corso di un colloquio con il cardinale, al quale partecipammo anche Ratzinger ed io, Onclin, esperto di diritto canonico di Lovanio, consegnò la stesura di un promemoria che il cardinale sottopose a Papa Paolo VI.

Già il 18 novembre 1963 Frings poté presentare al Papa il promemoria, che quest’ultimo aveva richiesto, sotto forma di lettera in quattro pagine.

Il Concilio Vaticano II divenne un processo mondiale di comunicazione all’interno della Chiesa come non era mai accaduto prima e come non si è mai più verificato in seguito. Cardinali e vescovi di tutto il mondo, missionari e religiosi si incontravano quotidianamente ed esprimevano le proprie necessità. Le sessioni si svolgevano dal lunedì al sabato e sfinivano in modo non irrilevante i più anziani come il cardinale Frings. È naturale dunque che nei fine settimana si cercassero luoghi fuori Roma che promettessero un po’ di riposo. Per questo il cardinale Frings accettava di tanto di in tanto gli inviti del superiore generale dei verbiti, padre Johannes Schütte, a recarsi nella loro casa a Nemi.

Così il cardinale Frings si interessò ai problemi dei missionari ed esercitò tutta la sua influenza affinché, sotto la pressione del tempo che diveniva sempre più breve, le missioni non ricevessero soltanto singole e coincise istruzioni, ma un decreto sostanzialmente ricco di contenuti, per la cui elaborazione, all’inizio del 1965, mise in contatto il Padre generale con il professor Ratzinger.

Degno di nota è un ultimo esempio dell’attività di consulenza e di collaborazione del professor Ratzinger per il cardinale Frings. Nel periodo della terza sessione nei dibattiti sulla costituzione ecclesiale si verificarono duri scontri e ci si chiedeva se sulla Madre di Dio, Maria, si dovesse redigere un documento conciliare a sé stante oppure un capitolo 8 allegato della costituzione ecclesiale. Inoltre, a maggioranza si era deciso di evitare titoli mariani quali “Mediatrice di tutte le grazie” e “Madre della Chiesa” riguardo ai cristiani non cattolici e alla problematica dogmatica di tali concetti.

Poi ci fu una sorpresa.
Il 18 novembre 1964, Papa Paolo VI aveva annunciato, cosa evidentemente passata del tutto inosservata, che il 21 novembre, nonostante le decisioni contrarie della maggioranza del concilio, avrebbe riconosciuto a Maria il titolo di Mater Ecclesiae. Il 19 novembre, i cardinali Frings e Döpfner, gli arcivescovi Jaeger di Paderborn e Schäufele di Friburgo così come i vescovi Volk di Magonza e Höffner di Münster, si rivolsero al Papa direttamente con un’istanza per mitigare il prevedibile malumore nell’aula. Il testo dell’istanza è teologicamente così ricercato che si presume scritto dal professor Ratzinger: «È per noi una grande gioia che per un decreto di questo periodo conciliare la Vergine santissima venga onorata da Sua Santità come accade già nel capitolo VIII del De Ecclesia: De Beata Maria Virgine Deipara in mysterio Christi et Ecclesiae. Apprezzeremmo molto che Maria venisse anche definita Mater fidelium come nello schema De Ecclesia. Il titolo Maria Mater Ecclesia è auspicato anche da noi. Tuttavia non è da intendere in ogni senso».

La commissione teologica non ha potuto evidentemente decidere di soddisfare nei “modi” i desideri espressi di proporre Maria Mater ecclesiae come testo conciliare (…) inoltre di definire Maria come Mater Christi et matrem hominum, maxime fidelium (…) se Maria Mater Ecclesiae viene intesa come Mater fidelium, allora questo ha un fondamento biblico.

Infatti, come Abramo all’inizio della Vecchia Alleanza viene definito Pater omnium credentium (Romani, 4, 11), così di Maria, che crede, si dice all’inizio della Nuova Alleanza “Beata Colei che ha creduto” (Luca, 1, 44). In questo senso il titolo Maria Mater Ecclesiae è giustificato nel migliore dei modi, è un arricchimento dell’ecclesiologia e della mariologia nonché un nuovo impulso alla devozione dei credenti.
Il titolo Maria Mater Ecclesiae potrebbe però essere inteso anche riferendolo alla Chiesa come istituzione e questo è più difficile da giustificare. Nell’ordo salutis corrispondono maternitas e paternitas. Quest’ultima per natura precede la maternitas.

Maria non sarebbe nostra madre se Dio non fosse prima nostro padre; Maria non sarebbe Regina, se Cristo non fosse Rex. Ella non sarebbe Domina, se Cristo non fosse Dominus.
Ora però nessuno chiama il Padre celeste, Cristo o lo Spirito Santo Pater Ecclesiae. Per il seguente motivo ciò sarebbe anche impossibile: i ministeri che costituiscono la Chiesa come Institutio, contengono “per se” non la gratia filiationis. Questa è sempre data con la gratia sanctificans, ma non con l’incarico in quanto tale. Perciò Maria non si deve intendere Mater Ecclesiae nel senso di istituzione. Per questo chiediamo humillime, di unire il titolo Maria Mater Ecclesiae a quello di Mater fidelium e di darne questa interpretazione».

Tuttavia l’iniziativa presa dai vescovi tedeschi non riuscì a suscitare nel Papa maggiori riserve verso la propria decisione.

Nel 1973 il cardinale Frings ricordò: «Nel suo discorso conclusivo il Papa annunciò che avrebbe attribuito alla Madre di Dio, Maria, il titolo Mater Ecclesiae, sebbene il concilio non avesse potuto decidere in proposito. Ciò fu accolto in modi diversi. Ricordo che il mio vecchio amico, il cardinale Ruffini di Palermo, ne fu entusiasta e quando uscimmo dalla basilica di san Pietro, disse: “Ha vinto la Madonna, ha vinto la Madonna”. Mi rallegrai con lui di tutto cuore per quella gioia, la realizzazione di un suo desiderio».

Dopo la fine del concilio e il ritiro del cardinale Frings dalla presidenza della Conferenza episcopale tedesca e dall’incarico di arcivescovo di Colonia, i contatti fra quel padre conciliare e il suo consigliere e collaboratore preferito si fecero più rari. Entrambi sono stati uniti dal timore che il concilio non fosse inteso come impulso riformistico, ma fosse frainteso come scintilla rivoluzionaria. Nessuno dei due era disposto a percorrere quel cammino, cosa che fa muovere al nostro attuale Papa la critica di essere un teologo conservatore.

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