Interrogativi sul Concilio Ecumenico Vaticano II

6 ottobre 2012 19:30 15 comments

di Roberto de Mattei

Nel corso dell’anno 2012, si sono svolti due seminari di studio sul Concilio Vaticano II presieduti da S. Emin. il card. Walter Brandmüller con la partecipazione di studiosi di diverse tendenze, al fine di avviare un costruttivo dibattito su un evento che ha così fortemente segnato la vita della Chiesa e della società intera.

Riportiamo di seguito la comunicazione del prof. Roberto de Mattei, svolta a Roma nell’incontro del 17 marzo 2012.

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Una premessa necessaria: la crisi della fede contemporanea

Il problema che affrontiamo non è una questione astratta, ma tocca concretamente il modo di vivere la nostra fede, in un momento storico descritto quest’anno da Benedetto XVI con queste parole: “Come sappiamo, in vaste zone della terra la fede corre il pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più alimento. Siamo davanti ad una profonda crisi di fede, ad una perdita del senso religioso che costituisce la più grande sfida per la Chiesa di oggi” [1]. La discussione non può limitarsi ad un puro interesse scientifico, ma deve partire dalla necessità di comprendere la natura della crisi della fede in atto.

 

La crisi della fede e il Concilio Vaticano II

Benedetto XVI ha voluto far coincidere l’Anno della Fede, con il cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II, auspicando che i testi lasciati in eredità dai Padri conciliari, “vengano letti in maniera appropriata”, e “vengano conosciuti e assimilati come testi qualificati e normativi del Magistero, all’interno della Tradizione della Chiesa”, ovvero vengano integrati nella Tradizione della Chiesa, indicando anche uno strumento per questa assimilazione: il Nuovo Catechismo della Chiesa cattolica. Dopo essersi detto convinto che il Concilio è “la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX”, il Papa, citando il suo Discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, ha ribadito che il Concilio Vaticano II, “se lo leggiamo e recepiamo guidati da una giusta ermeneutica”, “può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa” [2]. Benedetto XVI ammette dunque l’esistenza di un nesso tra la attuale crisi della fede e il Concilio Vaticano II, anche se ritiene che questa crisi non si debba al Concilio in sé stesso, ma sia stata favorita da una cattiva ermeneutica, una scorretta interpretazione dei suoi testi.

 

Problema ermeneutico o problema storico?

Non intendiamo contraddire, quanto afferma il Santo Padre, ma il problema del rapporto tra la crisi della fede e il Concilio Vaticano II esige una risposta non solo sul piano ermeneutico, ma anche, se non soprattutto, sul piano storico. Quale che sia il giudizio sui documenti del Concilio, il problema di fondo non è quello di interpretarli, ma di comprendere la natura di un evento storico che ha segnato il Ventesimo secolo e il nostro. Per sciogliere il nodo dei rapporti tra il Vaticano II e la crisi del nostro tempo, prima di fare opera di ermeneutica dei testi, dobbiamo fare opera di valutazione storica dei fatti. È solo dopo la ricostruzione storica, non prima, che intervengono il teologo o il Pastore, per formulare i loro giudizi.
La conoscenza storica non ha per oggetto il significato dei documenti, ma la verità dei fatti [3]. La storia è Das Verstehen: comprensione degli avvenimenti. La capacità dello storico sta nel comprendere l’essenza di un evento, cercando di rintracciarne le cause e le conseguenze nelle idee e nelle tendenze profonde di un’epoca: in questo caso l’epoca del Concilio Vaticano II.

 

Il Concilio Vaticano II: intenzioni e aspettative

Atteniamoci dunque ai fatti. Giovanni XXIII, nella allocuzione con cui inaugurò il Vaticano II, l’11 ottobre 1962, spiegò che il Concilio era stato indetto non per condannare errori o formulare nuovi dogmi, ma per proporre, con linguaggio adatto ai tempi nuovi, il perenne insegnamento della Chiesa [4]. Il Concilio sembrò a molti come una straordinaria opportunità di rinnovare la Chiesa.
Quel che in realtà accadde è che la dimensione pastorale, per sé accidentale e secondaria rispetto a quella dottrinale, divenne nei fatti prioritaria, operando una rivoluzione nello stile, nel linguaggio, nella mentalità. Il padre John W. O’Malley ben spiegato come alle professioni di fede e dei canoni si sostituì un “genere letterario” che egli chiama “epidittico” [5]. Fu questo modo di esprimersi che, secondo lo storico gesuita, “segnò una rottura definitiva con i Concili precedenti” [6]. Esprimersi in termini diversi dal passato, significa accettare una trasformazione culturale più profonda di quanto possa sembrare. Lo stile del discorso rivela infatti, prima ancora che le idee, le tendenze profonde dell’animo di chi si esprime. “Lo stile è l’espressione ultima del significato, è significato e non ornamento, ed è anche lo strumento ermeneutico per eccellenza” [7].

 

I risultati del Concilio

Non discutiamo le buone intenzioni di Giovanni XXIII. Tuttavia, altrettanto indiscutibilmente, i risultati non furono proporzionati alle aspettative. Le parole con cui Paolo VI parlava dell’“autodemolizione” della Chiesa, “colpita da chi ne fa parte” [8] sono del 1968, quelle sul “fumo di Satana nel tempio di Dio (…)” [9], sono del 1972.
Mi sia permesso citarmi: “Il crollo della sicurezza dogmatica; il relativismo della nuova morale permissiva; l’anarchia in campo disciplinare, l’abbandono del sacerdozio e della vita religiosa da parte di sacerdoti e di religiosi e l’allontanamento della pratica religiosa di milioni di fedeli, l’infiltrarsi dell’eresia attraverso i nuovi catechismi e i nuovi riti, le continue profanazioni all’Eucarestia, la strage delle anime mentre le chiese si sbarazzavano di altari, balaustri, crocifissi, statue di santi, arredi sacri, quadri finiti nei magazzini di antiquari. La “primavera della fede”, che avrebbe dovuto seguire al Concilio Vaticano II, appariva piuttosto un rigido inverno, documentato soprattutto dal crollo delle vocazioni e dall’abbandono della vita religiosa” [10]. Il bilancio complessivo del quarantennio postconciliare 1965-2005, riguardo alle perdite totali e percentuali dei principali istituti religiosi, sarà ancora più drammatico [11].

 

La tesi ufficiale

“Che cosa è andato storto”, per dirla con il titolo di un libricino del filosofo Ralph McInerny [12]? La risposta che sentiamo ufficialmente ripetere è quella formulata per primo da Paolo VI, che il 23 giugno 1972, negli stessi giorni in cui registrava “il fumo di Satana nel tempio di Dio”, in un suo discorso ai componenti del Sacro Collegio, denunciava “una falsa e abusiva interpretazione del Concilio, che vorrebbe una rottura con la tradizione, anche dottrinale, giungendo al ripudio della Chiesa preconciliare, e alla licenza di concepire una Chiesa «nuova», quasi «reinventata» dall’interno, nella costituzione, nel dogma, nel costume, nel diritto” [13]. La tesi ufficiale era quella del Concilio “tradito” dai progressisti: in questo tradimento stava, secondo Paolo VI, la radice dei problemi della Chiesa postconciliare.

 

La tesi progressista: il Concilio tradito

A questa tesi si opponeva quella dei novatori. La Storia del Concilio Vaticano II [14] di Giuseppe Alberigo presenta il Concilio come il tentativo di purificare la Chiesa dal suo passato. Un tentativo felicemente avviato da Giovanni XXIII, ma “tradito” da Paolo VI e dai suoi successori. Il Concilio Vaticano II avrebbe dovuto essere il metro di giudizio della storia e della tradizione della Chiesa. Il ventaglio del progressismo è ampio e variegato, ma oggi l’ex-sacerdote e abate di San Paolo, Giovanni Franzoni, riassume efficacemente questa posizione che, sul piano ermeneutico, si contrappone direttamente a quella di Benedetto XVI: “Volendo sintetizzare, descriverei così il nodo del contrasto che grava sulla Chiesa cattolica da decenni: per Wojtyla e Ratzinger il Vaticano II va visto alla luce del concilio di Trento e del Vaticano I; per noi, invece, quei due Concili vanno letti, e relativizzati, alla luce del Vaticano II. Dunque, data questa divergente angolazione, i contrasti sono ineliminabili. E a cascata, ogni giorno, noi vediamo giungere dalla cattedra romana norme, decisioni, interpretazioni che, secondo noi, confliggono radicalmente con il Vaticano II” [15].

 

La tesi tradizionalista

Con il nome improprio di “tradizionalisti” si definiscono alcuni studiosi che hanno espresso critiche e perplessità nei confronti del concilio Vaticano II e dei suoi documenti. Tra queste opere vanno ricordate Iota unum di Romano Amerio [16], gli studi teologici di mons. Brunero Gherardini [17], ma anche il convegno organizzato dai Francescani dell’Immacolata nel dicembre 2010 [18], la Supplica promossa nel 2011 dal prof. Paolo Pasqualucci [19], e i recenti interventi dell’abbé Jean-Michel Gleize [20] e di Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira [21].

 

La mia posizione

Pur associandomi alle richieste di chiarimento di questi studiosi, offro da parte mia un contributo che non è quello del teologo, ma dello storico. Non entro dunque nella discussione ermeneutica sulla continuità/discontinuità dei documenti. Ciò che io narro nel mio studio sono i fatti, ciò che ricostruisco è il contesto storico in cui i documenti del Concilio videro la luce. E su questo piano storico affermo il carattere rivoluzionario dell’evento. Del Concilio Vaticano II, si può dire infatti ciò che gli storici dicono della Rivoluzione francese: “la sua importanza sta anche nel suo essere riuscita a porsi come mito, non solo dopo, ma già durante il suo svolgimento. Il mito, anzi, possiamo dire, è connaturato alla sua essenza” [22].

 

Questioni sul tappeto

Per lo storico della Chiesa, la dimensione storica non può essere tuttavia separata da quella teologica. Si tratta di due piani distinti, ma connessi e interdipendenti, come lo sono l’anima e il corpo nell’organismo umano. E se i fatti storici pongono problemi teologici, lo storico non può ignorarli, ma deve portarli alla luce, mosso da amore alla Chiesa e non dal desiderio di denigrarla.
Allo stesso modo, sul piano teologico, tutti i battezzati hanno il diritto di sollevare problemi e porre questioni alle legittime autorità ecclesiastiche, anche se nessuno ha la facoltà di sostituirsi al supremo Magistero della Chiesa per risolvere in maniera definitiva i punti controversi. Queste sono le questioni tuttora sul tappeto.

 

Prima questione: i documenti del Concilio Vaticano II

Se esiste una questione ermeneutica vuol dire che esistono documenti poco chiari [23]. Come afferma un antico brocardo: in claris non fit interpretatio. E se esistono documenti poco chiari, la mancanza di chiarezza costituisce certamente un limite, e non un pregio, di questi documenti.
Con il termine ermeneutica, che nasce, soprattutto dopo Schleiermacher nel mondo degli esegeti protestanti, si intendono le “tecniche di qualcosa di difficilmente comprensibile” [24]. Ma le difficoltà interpretative che può offrire un testo della Sacra Scrittura non sono ammissibili in un documento pastorale, che si propone di rivolgersi in maniera più efficace agli uomini del proprio tempo. L’esistenza di passi ambigui ed equivoci nei documenti del Concilio Vaticano II è dimostrata dalla necessità di interpretarli e chiarirli.

 

Seconda questione: le autorità che hanno governato la Chiesa

Si dice che i documenti del Concilio sono stati mitizzati e “decontestualizzati”. Ma se così è accaduto, la responsabilità ricade solo sugli artefici della mitizzazione e della decontestualizzazione, o anche sulle autorità che avrebbero potuto impedire tale opera e non l’hanno fatto?
Perché la cattiva ermeneutica non venne repressa?
Da quali diocesi, parrocchie, seminari, cattedre pontificie, vennero rimossi i cattivi ermeneuti?
Paolo VI ha definito “falsa e abusiva” una certa interpretazione del Concilio, ma se qualcuno venne rimosso, discriminato, perseguitato, fu chi rimaneva fedele alla Tradizione. E non parlo né di mons. Lefebvre né di mons. de Castro Mayer. Penso ad esempio a mons. Antonio Piolanti, forse il maggior teologo italiano del XX secolo, che fu rimosso da Rettore della Pontificia Università Lateranense. La porpora che a lui fu negata, fu concessa al padre Yves Congar, che attaccava violentemente la “miserabile ecclesiologia ultramontana della Lateranense” [25].
Il Nuovo Catechismo ci viene presentato come uno strumento di rettificazione della mala ermeneutica. Ma a vent’anni della sua promulgazione, la cattiva ermeneutica ha continuato a svilupparsi indisturbata. Non ci si rende conto che se la preoccupazione è quella di salvare le supreme autorità ecclesiastiche da ogni responsabilità riguardo ai mali del post-Concilio, questa impostazione del problema aggrava il male che vuole evitare.
Se infatti fosse vero che il Concilio fu tradito dai cattivi interpreti dei suoi documenti, come negare le responsabilità di quelle autorità ecclesiastiche che videro esplodere il male della cattiva ermeneutica e non lo repressero?
Se cattiva ermeneutica ci fu, e c’è ancora, se ci si reclamò indebitamente ai documenti conciliari per fare cose diverse da quanto essi stabilivano, di chi è la responsabilità?
È solo dei progressisti o è anche di chi ha lasciato che questo progressismo si sviluppasse nella Chiesa senza intervenire per condannarlo e reprimerlo?

 

Terza questione: l’evento storico

Se alle radici della crisi della fede, non sta l’evento conciliare, ma solo una cattiva interpretazione dei suoi documenti, qual è il giudizio che si dovrà dare sull’evento, considerato nel suo svolgimento concreto, nelle idee e nella psicologia dei suoi protagonisti, nel contesto storico che lo ha circondato, nella mitologia che intorno ad esso si è sviluppata?
Il Concilio Vaticano II è stato non solo interpretato, ma vissuto dalla teologia progressista come una svolta nella storia della Chiesa. Si può negare che svolta ci sia stata e che nell’epoca postconciliare non siano avvenuti cambiamenti radicali all’interno della Chiesa?
Il dato di fatto oggettivo è che l’ermeneutica della discontinuità, per quanto abusiva, ha prevalso sull’ermeneutica della continuità, già durante il Concilio, caratterizzandolo nella sua essenza.

 

Legittime domande

La tesi ermeneutica ufficiale rappresenta una proposta di lettura, degna della massima attenzione, se non altro per la sua autorevolezza. Ma non è un’affermazione dottrinale: è una interpretazione che, come tale, soprattutto quando si sposta dai documenti ai fatti, può essere fallace.
Nessuno può dire al Papa che sbaglia. Con che autorità potremmo giudicare il Supremo Pastore della Chiesa?
Ma ogni fedele, in quanto battezzato, ha il diritto di porre al Papa delle domande, perché il Vicario di Cristo ha il dovere di confermarci nella fede.
E allora pongo queste domande.
Se c’è stata un’interpretazione falsa e abusiva dei documenti del Concilio, di chi è la responsabilità? Solo dei cattivi ermeneuti o non anche dei documenti che, a causa di equivoci o di ambiguità, hanno permesso questa cattiva lettura?
Se c’è stata un’interpretazione falsa e abusiva dei documenti del Concilio, di chi è la responsabilità? Solo dei cattivi ermeneuti o non anche delle autorità che hanno mancato di condannare con sufficiente fermezza le cattive interpretazioni?
Se un’interpretazione falsa e abusiva dei documenti del Concilio ha prevalso nei media di chi è la responsabilità? Solo dei media o non anche dell’evento storico che questi documenti ha prodotto. È estraneo il Concilio, come evento, alla crisi del nostro tempo?
L’evento; i documenti o almeno alcuni documenti che questo evento ha prodotto; gli uomini di Chiesa che questo evento hanno promosso e che di questo evento hanno curato l’applicazione e propongono l’interpretazione: ecco i responsabili della crisi della fede attuale. Tacerlo sarebbe fare torto alla verità.

 

Note

[1] Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti alla plenaria della Congregazione per la Dottrina della fede, 27 gennaio 2012.
[2] Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, in AAS, 98 (2006).
[3] Henri-Irénee Marrou, La conoscenza storica, tr. it., Il Mulino, Bologna 1988, pp. 199-218.
[4] Giovanni Paolo II, Allocuzione Gaudet Mater Ecclesiae dell’11 ottobre 1962, in AAS, 54 (1962), p. 792.
[5] John W. O’Malley, Che cosa è successo nel Vaticano II, tr. it. Vita e Pensiero, Milano 2010, pp. 45-54.
[6] Ivi, p. 47. Si vedano anche, su questo punto, Alessandro Gnocchi-Mario Palmaro, La Bella Addormentata. Perché dopo il Vaticano II la Chiesa è entrata in crisi. Perché si risveglierà, Vallecchi Editore, Firenze 2011.
[7] J. W. O’Malley, Che cosa è successo nel Vaticano II, cit., p. 51.
[8] Paolo VI, Discorso al Seminario Lombardo in Roma del 7 dicembre 1968, in Insegnamenti, vol. VI (1968), pp. 1188-1189.
[9] Paolo VI, Omelia per il nono anniversario della incoronazione del 29 giugno 1972, in Insegnamenti, vol. X (1972), p. 707.
[10] Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II, Una storia mai scritta, Lindau, Torino 2011, p. 575.
[11] Cfr. lo studio del claretiano Angelo Pardilla, I religiosi ieri, oggi e domani, Editrice Rogate, Roma 2007. Analogo il quadro delle “religiose”: Id., Le religiose ieri, oggi e domani, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2008.
[12] Ralph McInerny Vaticano II. Che cosa è andato storto?, Prefazione di Massimo Introvigne, Fede e Cultura, Verona 2009.
[13] Paolo VI, Discorso al Sacro Collegio del 23 giugno 1972, in Insegnamenti, vol. X (1972), pp. 672-673.
[14] G. Alberigo, Storia del Concilio Vaticano II, Peeters/Il Mulino, Bologna 1995-2001, 5 voll.
[15] Relazione tenuta il 18 settembre 2011 in un Congresso teologico a Madrid, in “Adista”, 8 ottobre 2011.
[16] Romano Amerio, Iota unum, Lindau, Torino 2009.
[17] Brunero Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Casa Mariana, Frigento 2009 e Id., Un Concilio mancato, Lindau, Torino 2011.
[18] Concilio Ecumenico Vaticano II. Un Concilio pastorale. Analisi storico-filosofico-teologica, a cura di P. Stefano M. Manelli F.I. e P. Serafino M. Lanzetta F.I., Casa Mariana Editrice, Frigento 2011.
[19] Supplica al Santo Padre Benedetto XVI, Sommo Pontefice, felicemente regnante, affinché voglia promuovere un approfondito esame del pastorale Concilio Ecumenico Vaticano II, in www.riscossacristiana.it, 24 settembre 2011.
[20] Si vedano i suoi interventi sul “Courrier de Rome” tra il 2011 e il 2012.
[21] Arnaldo Vidigal Xavier da Silveira, Grave lapsus teologico di Mons. Ocáriz. Confutazione dell’articolo del Vicario Generale dell’Opus Dei pubblicato ne “L’Osservatore Romano”, in www.arnaldoxavierdasilveira.com, 28 dicembre 2011.
[22] Marco Tangheroni, Cristianità, modernità, rivoluzione, Sugarco, Milano 2009, p. 76.
[23] Si vedano, ad esempio, gli interventi di padre G. Cavalcoli O.P. e padre Serafino Lanzetta F.I., in Il Vaticano II. In dialogo in modo critico, in “Fides Catholica”, 1 (2011), pp. 207-232, e il dibattito sul tema ospitato dal sito di Sandro Magister, www.chiesa.espresso.repubblica.it.
[24] Eugenio Cutinelli-Rendina, voce Ermeneutica, in Dizionario di storiografia, Bruno Mondadori, Milano 1996, p. 360.
[25] Yves Congar, Diario del Concilio, San Paolo, Cinisello Balsamo 2005, vol. II, p. 20.

http://www.corrispondenzaromana.it/interrogativi-sul-concilio-ecumenico-vaticano-ii/

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