Rimozione delle parole “padre” e “madre”, idea comunista

16 ottobre 2012 10:35 19 comments

di Giuliano Guzzo

16 ottobre 2012

David Cooper - Trieste 1977, 3° Réseau Internazionale di Alternativa alla Psichiatria - Parco di San Giovanni.

Non è colpa di Marx. Non stavolta e non direttamente, almeno. Infatti, lui che aborriva la famiglia borghese era il primo a non credere fino in fondo a ciò che scriveva, e non avrebbe mai richiesto che le parole “padre” e “madre” fossero messe al bando. Lo attesta, fra gli altri, anche Francis Wheen, il quale, nel suo monumentale testo sul filosofo di Treviri, conferma come costui «per quanto si beffasse della morale e dei costumi della classe media», in realtà, «nel profondo del cuore», altri non era che «un patriarca borghese fatto e finito. Negli scambi epistolari o nel corso delle allegre bevute con gli amici maschi, nulla gli faceva più piacere di una barzelletta sconcia o di qualche pettegolezzo a sfondo sessuale, ma in presenza di signore era un perfetto cavaliere, tale da suscitare l’ammirazione di qualsiasi padre di famiglia vittoriano» [1].

 

Dunque il pensiero di Karl Marx non basta per spiegare l’attuale rimozione – decretata nel febbraio 2011 dagli Stati Uniti e ora ripresa dalla Francia [2] – dai documenti con valore legale delle parole “padre” e “madre”. Non basta però ne è una premessa culturale fondamentale.

Lo si evince considerando la prospettiva marxista ed il suo ridurre la famiglia – al pari di religione, stato, diritto, morale e scienza – a modo particolare «della produzione» subordinato ad essa, posto cioè «sotto la sua legge universale» [3]. In quest’ottica il nucleo familiare si configura, da un lato, quale entità «fondata sulla schiavitù domestica della donna, aperta o mascherata» [4] e, dall’altro, come mero derivato della vicenda storica o, meglio ancora, di quella economica [5].

Nessuna buona ragione, quindi, per difendere la “cellula fondamentale della società”; anzi, tanti ottimi motivi per eliminarla. Chi fa propria una visione se non perfettamente marxista comunque materialista, infatti, non può che vedere la famiglia come il luogo dove «il padre diventa chi guadagna il denaro, la moglie un oggetto sessuale o la serva di casa e i figli eredi della fortuna paterna oppure l’assicurazione vivente, da cui ci si aspetta di veder ricambiati più tardi tutti i sacrifici di tanto interesse» [6], vale a dire un luogo ben poco tutelabile. Un luogo di oppressione, di cinismo. Un luogo da sostituire con ben più appaganti e libere forme di relazione.
In che modo? Le strategie sono molteplici, come insegna la storia.

La prima concerne una critica sistematica alla famiglia ed al matrimonio. Critica che nel mondo bolscevico venne tradotta in provvedimenti dapprima, col codice di famiglia del ‘18, imponendo il matrimonio civile in luogo di quello religioso [7], e poi, col secondo codice del ‘26, facendo sì che «il potere dello stato, attraverso l’intermediazione dei suoi tribunali e dei suoi organi della tutela e curatela» intervenisse «più a fondo nelle questioni familiari» così da «rimpiazzare in larga misura» l’autorità «del padre e degli sposi» [8].

Ne conseguì la discussione di una «equiparazione al matrimonio di fatto a quello registrato» [9], laddove per registrato s’intendeva quello, sia pure laicamente, “celebrato”. Equiparazione tra unioni celebrate e unioni di fatto, dunque. Dice niente questo genere di discorso? Nessun richiamo all’attualità? Ma è evidente.
Quello che i sovietici fecero, sia pure con motivazioni e in contesti assai diversi, è quello che accade oggi con la crisi dei matrimoni – che si vorrebbero affiancati a riconoscimenti delle unioni di fatto – e con la burocratizzazione crescente della vita relazionale.

Certo, più che una postuma vittoria marxista, quella attuale rappresenta un trionfo del materialismo, il quale, rispetto a quello del comunismo sovietico, ha determinato una conseguenza del tutto simile: lo svuotamento del senso della famiglia. Svuotamento che in tempi di neorelativismo educativo [10] non poteva che compiersi – per tornare all’avvio del nostro intervento – con l’odierna eliminazione persino nominale delle figure paterne e materne. Vale a dire quello che si augurava lo psichiatra comunista David Cooper (1931-1986), che quarant’anni fa scriveva: «Non abbiamo più bisogno di padri o di madri. Abbiamo solo bisogno di “maternage” e “paternage”» [11]. Che è esattamente ciò che tanti pensano ora: ad un figlio non servono necessariamente un padre ed una madre, si dice, perché non c’è bisogno di due figure bensì, tutt’al più, «di “maternage” e “paternage”». Nella migliore delle ipotesi padre e madre se non inutili sarebbero quindi, come ritiene tra gli altri Mary Mellor, intercambiabili [12].

Come spiegare dunque lo scenario attuale, così simile – almeno rispetto all’indifferenza e all’ostilità verso l’istituto familiare – a quello propiziato dalla propaganda bolscevica? In parte, lo abbiamo detto, entrambi i contesti – quello occidentale di oggi e quello sovietico del ’17 – risultano dominati dal materialismo. Materialismo che però non basta a spiegare la progressiva de-strutturazione dell’istituto familiare, processo favorito anche dalla convinzione che, in un mondo che dovrebbe essere libero, la schiavitù sia «latente nella famiglia» [13], e che dunque tutto ciò che a livello sostanziale (come il divorzio) o a livello formale (come la rimozione delle parole “padre” e “madre”) risulti finalizzato a “rinnovare” la famiglia attraverso l’allentamento di vincoli vada sostenuto.

È qui, e il considerare la famiglia tradizionale luogo di prigionia il grande equivoco. Ed è pertanto da qui che occorre ripartire per arginare la crisi della famiglia, e cioè dalla considerazione che il nucleo familiare non rappresenta affatto un limite della persona ma un’occasione: la possibilità di continuare il processo di conoscenza avviato col fidanzamento, quella di vivere la maturità degli affetti nonché quella – meravigliosa ed incomparabile – di poter crescere ed educare dei figli, di poter cioè dare continuità e prospettiva alla vita anche dopo la propria. Niente a che vedere con prigionie, sfruttamento, schiavitù. Tutti fantasmi evocati per ignoranza o, più facilmente, per malafede. Per far credere che sbarazzarsi della famiglia, o del “padre” e della “madre”, sia un progresso. Mentre invece è tutto il contrario.

 

Note

[1] Wheen F. Karl Marx, Harper Collins Publishers Ltd, New York 1999 (trad. it. Marx. Vita pubblica e privata, Mondadori 2000, p. 74)
[2] http://www.ilgiornale.it/news/esteri/francia-elimina-mamma-e-pap-genitore-1-e-genitore-2-84667.html;
[3] Marx K. Manoscritti economico-filosofici del 1844 (trad.it. Bobbio N.), Einaudi, Torino 1968, p. 112;
[4] Engels F. L’origine della famiglia della proprietà privata e dello Stato. In rapporto alle indagini di Lewis H. Morgan, Editori Riuniti, Roma 1981, p. 101;
[5] Cfr. Colombo A. – Quarta C. (a cura di) Il destino della famiglia nell’utopia, Edizioni Dedalo, Bari 1991, p. 359;
[6] Horkheimer M. (a cura di) Studi sull’autorità e la famiglia, Utet, Torino 1976, p. 60;
[7] Cfr. Carpinelli C. Donne e famiglia nella Russia sovietica. Caduta di un mito bolscevico. FrancoAngeli, Milano 1998, p. 88;
[8] Brandenburgskij J.N. Semejone, bračnoe i opekunskoe pravo, Moskva 1927, p. 11 cit. in Carpinelli C. op. cit.;
[9] Carpinelli C. Donne e famiglia nella Russia sovietica, op. cit. p. 98;
[10] Impieghiamo questa espressione, «neorelativismo educativo», perché il «relativismo educativo» risale alla cultura sofista di cui fu grande avversario Socrate. Cfr. Tizzi E.V. Dalla scholè allo schooling, Morlacchi, Perugia 2008, p. 27;
[11] Cooper D. La morte della famiglia, Einaudi, Torino 1972, p. 31;
[12] Cfr. Laternari V. Ecoantropologia. Dall’ingerenza ecologica alla svolta etico-culturale. Edizioni Dedalo, Bari 2003, p. 226;
[13] Marx K. – Engels F. La concezione materialistica della storia, Editori Riuniti, Roma 1959, p. 38.

http://giulianoguzzo.wordpress.com/2012/10/16/rimozione-delle-parole-padre-e-madre-idea-comunista/

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