Un “partito” di cattolici e di laici

22 ottobre 2012 16:32 3 comments

di Carlo Costalli
Presidente del Movimento Cristiano Lavoratori (MCL)

25 Settembre 2012

La centralità della persona come punto di incontro.

Quello che oggi ci si deve domandare è come costruire un movimento politico di cattolici e laici come punto d’incontro sinergico in grado di mobilitare significativamente il mondo cattolico proprio in forza della sua identità e dei suoi valori. Anche in un contesto culturalmente e moralmente devastato ed infiacchito dalla secolarizzazione e dal relativismo, il mondo cattolico resta una forza sociale decisiva ed incisiva per l’Italia. Questo in quanto, come affermò Giovanni Paolo II a Loreto, “tutta la sua storia e la sua cultura sono impregnate di cristianesimo”. L’identità cristiana non è, pertanto, patrimonio esclusivo dei cattolici ma contribuisce, in larga misura, a disegnare l’identità nazionale italiana. E’ esattamente da questo presupposto che si deve partire per individuare ciò che può “unire nell’azione” il pensiero sociale cristiano ed il pensiero liberale laico per la costruzione di un grande partito popolare e liberale, sociale e riformista.

Sotto il profilo culturale e politico il partner privilegiato di una simile operazione non può essere altro che la tradizione politico-culturale del liberalismo riformista. Infatti, il pensiero politico di tradizione cattolico-popolare e quello di tradizione liberale si incontrano, indiscutibilmente, su un punto di convergenza acquisito: la centralità della persona umana ed il rispetto della sua libertà. Sia per i cattolici-popolari che per i laici liberali la persona è molto di più dell’individuo ed il popolo molto di più della massa! La tradizione culturale e politica del liberalismo italiano non nega, infatti, la dimensione spirituale della persona, né riduce la sua promozione ad un fatto meramente economico.

E’ una sottile linea rossa di continuità, culturale e politica, la linea della “solidarietà democratica”, che va da Croce a Sturzo, da De Gasperi a Einaudi, da Moro a La Malfa.
Si tratta anche, per calare il tutto nella immediata attualità politica, di svolgere un ragionamento radicalmente antitetico a quello che stanno imbastendo, proprio in questi giorni, i leaders dell’Udc. Il loro impegno è, infatti, finalizzato a sterilizzare la valenza politica dei valori irrinunciabili, lavandosene le mani e rinchiudendoli in una sorta di “riserva indiana” in attesa di una “onorevole eutanasia”. Il perseguimento dell’alleanza strategica di maggioranza con il Partito Democratico, ormai profondamente egemonizzato e condizionato dalle logiche del relativismo e del giustizialismo, comporta, infatti, questo prezzo.
Passando, poi, ad esaminare il rapporto tra concezione cattolica e concezione liberale dell’economia va detto, da subito, che la loro contrapposizione di cui spesso si favoleggia, a proposito ed a sproposito, è più artificiale che reale. Bastano due semplici constatazioni per mettere a fuoco questo dato di fatto.

La prima è che – come nota argutamente Sergio Romano nella sua prefazione al primo volume “Liberismo e Liberalismo”, della collana “Laicicattolici i maestri del pensiero democratico” edita dal Corriere della Sera, non a caso, dopo Todi – la distinzione-contrapposizione tra “liberismo” e “liberalismo” è in Italia particolarmente sentita.

Fino ad esprimersi in due termini diversi e contrapposti del lessico culturale-politico: cosa che non avviene nelle altre lingue occidentali. Mentre, infatti, “liberismo” indica una concezione “ideologica” del mercato considerato capace di autoequilibrarsi, senza regole esterne, sulla base della esclusiva logica del profitto; “liberalismo” significa una concezione complessiva della società, e dell’economia, fondata sulla “libertà”, in senso etico e spirituale, cioè, sul rispetto della centralità e della libertà della persona, ivi compresa la sua capacità di intrapresa. La seconda è che esiste proprio nella storia italiana un esempio concreto di come l’incontro tra la cultura politica cattolica e quella liberale – i governi di “solidarietà democratica” – abbia saputo generare, nel secondo dopoguerra, quel ciclo virtuoso dell’economia universalmente conosciuto come “il miracolo italiano”: un grande movimento di “governo e di popolo” – per usare una definizione cara ad Aldo Moro – che seppe condurre l’Italia verso quello straordinario sviluppo economico che le ha consentito di diventare la quinta potenza industriale del mondo. A ben vedere, un primo significativo, concreto esempio di “economia sociale di mercato”.

L’economia sociale di mercato nasce negli anni ‘30, da un gruppo di economisti di scuola liberale, la cosiddetta scuola di Friburgo. Essi maturano la consapevolezza della sostanziale interconnessione tra progresso economico, libertà, centralità della persona e salvaguardia dei valori spirituali. Una impostazione che ha esplicitamente orientato il modello di sviluppo della ricostruzione dell’economia tedesca nel secondo dopoguerra. Su questa strada, ovviamente, incontrano presto numerose assonanze e convergenze con la Dottrina Sociale della Chiesa cui l’economia sociale di mercato è largamente tributaria.

L’economia sociale di mercato, implica, infatti, una visione unitaria ed armonica della società. Essa è antagonistica rispetto ad ogni visione settoriale anche, e soprattutto, rispetto alle logiche del cosiddetto “mercatismo”: ultimo frutto avvelenato dell’integrismo liberista. In questo senso l’impostazione dell’economia sociale di mercato è, al contempo, profondamente liberale e sociale. Nella logica di questa visione organica della società, l’economia sociale di mercato si propone come obiettivo la realizzazione di un’economia sana fondata sulla centralità della persona, piuttosto che su quella del capitale, cioè sulla centralità del fine rispetto a quella dello strumento, sull’economia reale piuttosto che su quella finanziaria. Presuppone uno Stato non solo fondato sui principi classici di libertà e di democrazia ma anche decisamente ancorato a quei principi di solidarietà, partecipazione, sussidiarietà e territorialità senza i quali la stessa democrazia appassisce ed il mercato, in ultima analisi, entra in contraddizione con se stesso implodendo, come l’attuale crisi globale ci ha ampiamente dimostrato. L’economia sociale di mercato presuppone uno Stato fondato sul diritto naturale, e non su una propria presunta eticità, perché si fonda sull’eticità della persona. Uno Stato capace di garantire una “vita buona” ai suoi cittadini; uno Stato nel quale i cittadini si riconoscono pienamente perché pone il “bene comune” come ragione ed obiettivo primario del suo stesso esistere. L’economia sociale di mercato resta, dunque, un terreno d’incontro privilegiato, tra laici e cattolici, per costruire il futuro dell’Italia. Su questi temi, per questi progetti concreti, abbiamo impegnato la nostra Fondazione Italiana Europa Popolare.

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