50 anni dal Concilio Vaticano II

24 ottobre 2012 06:34 95 comments

Memoria e profezia nella vita delle Aggregazioni Laicali

di Paola Bignardi

Termoli, 20 ottobre 2012

In occasione del Convegno organizzato dalla Consulta delle Aggregazioni Laicali di Abruzzo-Molise.

 

Introduzione

Per noi che, poco più che bambini, la sera dell’11 ottobre del 1962 ci siano sentiti raggiungere dalla carezza del Papa, è una grande emozione celebrare la festa dei 50 anni dall’apertura dell’evento conciliare.

E certo allora non abbiamo colto il valore che avevano quelle parole e quel gesto, che abbiamo capito a poco a poco, nel tempo, comprendendo che con esse la Chiesa voleva recuperare il vivo senso di un amore alla vita e di vicinanza fraterna e quasi commossa alle persone.

 

MEMORIA

1. Il Concilio, evento dello Spirito

Oggi il sentimento che prevale, pensando al Concilio, è quello della gratitudine, per la grazia di essere vissuti in una Chiesa che nel Concilio ha riscoperto la sua natura evangelica.
Vi è una generazione che si è entusiasmata per il Concilio perché ha potuto sperimentare e apprezzare la novità che esso ha comportato e che si incontrava con il sogno di Chiesa che essi avevano nel cuore. Ci sono generazioni di giovani che non hanno avuto lo stesso attaccamento al Concilio e al suo spirito perché non hanno conosciuto la Chiesa di prima: una Chiesa che ha generato dei santi, ma che, nel tempo, stava diventando fuori tempo.
Con il Concilio Giovanni XXIII aveva voluto aggiornare la Chiesa, renderla contemporanea, anzi, ringiovanirla, mostrando la perenne novità del suo cuore. Chi è vissuto a cavallo di queste due stagioni può meglio apprezzare la novità del Concilio, essere geloso della sua spiritualità, sentire la responsabilità di mettere a frutto le prospettive, gli orientamenti, le scelte compiute in quegli anni. Soprattutto geloso di custodirne lo spirito e di mettere a frutto, come si fa come un seme nascosto nella terra che deve germogliare e crescere, le acquisizioni più preziose:

- Il primato di Dio che si fa vicino al suo popolo, che parla ad esso e che non smette di comunicare il suo amore, svelato nella Parola. Il Concilio ha contribuito a mettere nelle mani di tante persone la Parola di Dio, intesa come il segno di un Dio in comunicazione con l’uomo. Il Concilio ha favorito una maggiore attenzione alla dimensione comunionale della Chiesa; la Chiesa, mistero e popolo di Dio, pensata a partire dalla comunione di Dio; le diverse vocazioni valorizzate per far splendere la multiforme ricchezza della vita di Dio; l’unità del popolo di Dio, manifestazione della vita stessa di Dio.

- Il dialogo con il mondo è stato quasi un sigillo della sensibilità conciliare: il mondo non più considerato come un antagonista o come un interlocutore che sta di fronte alla Chiesa, ma come il contesto di cui la Chiesa è parte; come il figlio da amare con la stessa misericordia del Padre; la realtà da guardare con attenzione e interesse, perché’ abitata dallo Spirito.

 

Il Concilio ha liberato energie nuove, che si sono espresse

- Nel rimettere in mano al popolo di Dio la Scrittura; nel vivere la liturgia come il respiro di fede della comunità; nell’ecumenismo, nel dialogo con tutti… È impossibile qui approfondire questi aspetti; mi limito a segnalare quelli che riguardano esplicitamente i laici.

- I laici cristiani, non più considerati figure di secondo piano, quasi cristiani di serie B, sono stati considerati partecipi a pieno titolo della vita della Chiesa, corresponsabili di essa, coinvolti nella vita ecclesiale con la loro specifica vocazione e con le forme molteplici della loro esperienza di vita. I laici chiamati alla santità come tutti i battezzati, perché la santità è l’unico modo di essere cristiani, cristiani che fanno sul serio;

- in strutture di corresponsabilità e di comunione: la stagione dei Consigli Pastorali come forme di partecipazione ecclesiale (e l’incapacità di interpretarne l’originale natura ecclesiale, con l’esito di uno svuotamento del loro significato reale). Sono andati in crisi prima di aver mostrato il loro valore;

- nell’emergere di nuovi carismi che a partire dal laicato e dalle sue esigenze, hanno espresso realtà aggregative ecclesiali, le cui forme hanno introdotto significativi elementi di novità nella vita della Chiesa.

Gli anni successivi al Concilio hanno visto un “rigoglioso fiorire di gruppi, associazioni e movimenti di spiritualità e di impegno laicali” (ChL, n. 2): nuove realtà o realtà sorte prima del Concilio e che all’indomani dell’evento conciliare hanno preso forza e sviluppo.

 

2. Il laicato negli anni dopo il Concilio

Credo che non si possa parlare oggi delle aggregazioni laicali e della loro profezia nella Chiesa e nel mondo se non cercando di ricostruire la storia degli ultimi decenni della vita della Chiesa italiana, soprattutto in relazione ai rapporti delle aggregazioni tra di loro e con la comunità cristiana.

Il processo di differenziazione in una storia di sostanziale unità

La società con cui si è incontrato il Concilio in Italia era ancora caratterizzata da una sostanziale omogeneità culturale, in larga parte ispirata ad una visione cristiana della vita. In particolare, tale omogeneità convergeva verso alcune realtà che fungevano da poli:

- Unità pastorale, attorno alla parrocchia.

- Unità della militanza laicale, attorno all’Azione Cattolica.

- Unità politica, dal dopo guerra in poi, attorno alla Democrazia Cristiana.

Questa unità comincia ad incrinarsi dopo il Concilio, – e non per effetto del Concilio – con esiti diversi per ciascuno di questi aspetti.

 

La crisi del modello pastorale tradizionale

Innanzitutto va in crisi la parrocchia, a causa di cambiamenti sociali, culturali e religiosi: la mobilità delle persone, lo sradicamento di molte famiglie, la frammentazione sociale…. È solo crisi di un modello pastorale messo alla prova dai cambiamenti in corso? O non è piuttosto una crisi che è effetto di un processo di secolarizzazione, e poi di scristianizzazione e poi di neopaganesimo, che non si è ancora esaurito.

Alla crisi dell’impostazione tradizionale si risponde con una generale riorganizzazione della pastorale, innanzitutto ai livelli centrali, e poi a quello parrocchiale. Spesso ci si illude che uno sforzo per rafforzare la parrocchia come struttura possa frenare la perdita di efficacia dell’azione pastorale e attutire il fatto che la parrocchia (in quanto struttura pastorale o in quanto Chiesa?) non costituisce più un punto di riferimento per le persone.

Negli anni successivi al Concilio, l’azione di riorganizzazione della pastorale ha avuto il compito di adattare i modelli dell’azione della Chiesa all’idea nuova consegnata dal Concilio. Ma ha avuto anche altre motivazioni ed effetti non sempre positivi. Dentro questa riorganizzazione, ha giocato un ruolo progressivamente più forte l’esigenza di ordine, di rafforzamento, nel momento in cui la comunità cristiana cominciava a percepire la sua crescente debolezza. I criteri che hanno via via caratterizzato l’organizzazione della pastorale sono stati quelli dell’efficienza, del pragmatismo e talvolta anche della visibilità, vissuta come una forma della testimonianza cristiana.

Un’organizzazione forte mal sopporta le soggettività: rendono complesso il modello; rischiano di disturbare, di fare disordine. Le soggettività che iniziano a soffrire di questa impostazione sono quelle vocazionali, soprattutto quella dei laici e delle religiose; quelle associative; quelle di realtà che rispondono a logiche nelle quali operano dei carismi e in cui si esprime l’iniziativa delle persone.

Questa nuova impostazione è contrassegnata da un’azione pastorale che si affida alle iniziative, alla realizzazione di progetti, in un contesto molto strutturato; ma la sovrabbondanza di attività ha reso necessarie tante risorse e ha finito con il coinvolgere tutte le energie disponibili di un laicato, spesso gratificato dal fatto di essere così intensamente assorbito dalla vita della comunità cristiana.

Un’impostazione così fortemente centrata sulle attività da realizzare ha fatto sì che la presenza delle diverse vocazioni e dei ministeri fosse soprattutto in senso funzionalistico, rendendo difficile l’esprimersi del valore vocazionale e carismatico delle vocazioni stesse.

Si rafforza il ministero del presbitero; il suo legame con l’istituzione lo rende funzionale a questa impostazione. La pastorale è sempre più auto centrata. Il legame della comunità cristiana con la vita di ogni giorno, con la mentalità delle persone comuni, con i luoghi e le esperienze della secolarità si fa sempre più debole; il dialogo con il mondo, fragile o inesistente. Questa pastorale è anche difensiva: quando ci si allontana da una realtà, si finisce con il conoscerla sempre meno, con il diffidare di essa e, alla fine, con l’averne paura.

 

Il doppio percorso del laicato

Dentro questo processo, dopo gli entusiasmi del primo dopo Concilio, la spinta partecipativa del laicato si affievolisce. Prende avvio a poco a poco un duplice processo: da una parte c’è la storia del laicato non organizzato, più legato alla parrocchia e alla Chiesa locale, dall’altra vi è quella del laicato aggregato, nella forma dei movimenti.

 

Il laicato “parrocchiale”

Il laicato, gratificato dal sentirsi accolto nella comunità cristiana come un protagonista, si è andato coinvolgendo decisamente nella pastorale; l’essere operatore pastorale è diventata la forma della partecipazione alla vita della Chiesa, ma questo a poco a poco ha generato una lontananza dalle responsabilità secolari; da parte dei laici, ma anche da parte della comunità cristiana, sempre più Chiesa senza mondo, impegnata nelle proprie attività interne e alla fine anche ripiegata su di esse.

I laici senza un ruolo pastorale sono diventati invisibili e irrilevanti: mi sembrano i due termini più adatti a descrivere la situazione dei laici cristiani nell’attuale contesto ecclesiale. Non mi riferisco a quella esigua minoranza impegnata nelle attività pastorali, ma a coloro che, esterni per varie ragioni a tali attività, vivono con convinzione la loro fede, amano la Chiesa e vorrebbero sentire che di essa sono parte viva e apprezzata.

Cristiani invisibili ad una comunità che non si accorge di chi, privo di un ruolo pastorale, vive da solo la sua fede sul versante complesso e insidioso delle responsabilità secolari. Irrilevanti, in una Chiesa che non riesce ad ascoltare e accogliere quanti, attraverso una intensa esperienza della vita nel mondo, si fanno delle opinioni sul significato del vivere da cristiani in un contesto che si trova lontano da Dio ma che non ha scelto di mettersi contro Dio.

 

L’affermarsi di nuove realtà aggregative

Negli anni del dopo Concilio sono sorti – o si sono affermati – nuovi movimenti, nati da una spinta carismatica come risposta ai problemi nuovi del tempo. Essi sono caratterizzati da una forte identità, spesso legata ad un’idea forza; dalla presenza di un fondatore; da un’impronta carismatica forte e dalla debolezza di strutture democratiche; dal carattere dell’universalità, più che del radicamento in un territorio e nel tessuto di una Chiesa diocesana.

Queste esperienze aggregative rispondono alle esigenze di un tempo nuovo. Raggiungono ambienti di vita che la pastorale tradizionale non raggiunge più; si spendono per un nuovo annuncio del Vangelo, assumendo effettivamente la verità che in un mondo secolarizzato Gesù Cristo non può essere dato per scontato ed è necessario inventare nuovi percorsi per diventare cristiani; si esprimono attraverso forme di spiritualità nuove, più libere da quelle tradizionali, interpretando bisogni – veri o ambigui – di interiorità, di ritrovamento di sé, di incontro con il mistero. Spesso raggiungono persone nuove, uscite dai circuiti comunicativi delle comunità cristiane, ma anche molte persone che non trovano risposta alle domande che si portano dentro, alle esigenze di crescita interiore o di testimonianza, non interpretate da comunità cristiane dove non esistono luoghi dove mettere in discussione le proprie domande e dove “imparare” la fede partendo da molto lontano.

Le nuove aggregazioni hanno costretto la Chiesa a interrogarsi, a prendere posizione, a misurarsi con prospettive, slanci e problemi inconsueti. Il modo con cui i nuovi movimenti sono entrati in relazione con la comunità cristiana talvolta ha messo in crisi le strutture ecclesiali tradizionali, dando interpretazioni non univoche delle stesse scelte conciliari; ha aperto una stagione non sempre feconda di dibattiti; talvolta di conflitti; spesso di reciproche estraneità.

La fatica del confronto con la comunità cristiana, con la vita pastorale, tra aggregazioni; la diffidenza nei confronti delle realtà di antica tradizione; il limite dell’assolutizzazione della propria esperienza tipica delle origini: tutto questo ha reso difficile mettere a vantaggio di tutta la Chiesa la ricchezza che le nuove realtà pure recavano. D’altra parte, anche l’impostazione della pastorale non ha aiutato quando è stata ridotta a struttura e organizzazione, incapace di valorizzare le soggettività; quando si è chiusa alle esigenze nuove delle persone; quando, anziché articolarsi per incontrare situazioni diversificate, ha cercato la strada dell’omogeneità e della omologazione.

Nel 1998 si tiene il primo incontro internazionale dei movimenti che raduna in Piazza S. Pietro una grande folla che prelude alle folle del periodo giubilare. È la consacrazione dei movimenti, verso i quali Giovanni Paolo II manifesta simpatia e interesse. In questa occasione, l’allora Card. Ratzinger ebbe a paragonare i movimenti ad una nuova irruzione dello Spirito e a dire che “rappresentano un vero dono di Dio per la nuova evangelizzazione e per l’attività missionaria propriamente detta” (1).

La diffidenza che alcuni settori della Chiesa avevano mostrato verso di essi, soprattutto tra l’episcopato italiano, comincia a sciogliersi. Via via, negli anni successivi, si guarderà ai movimenti con grande speranza ma anche senza esercitare quel discernimento capace di correggere le spinte centrifughe e autonomistiche presenti soprattutto in alcuni di essi. Tutto questo avrà importanti riflessi non solo sul modo di pensare e di vivere la Chiesa, ma anche sul tema dei laici.

 

Il travaglio dell’Azione Cattolica

Un caso a parte è quello dell’Azione Cattolica, messa alla prova dai profondi cambiamenti in atto. La sua attività e il suo progetto vengono messi in discussione in nome della comune vocazione battesimale propria di tutti i laici, che rende evidente come non sia necessario essere di AC per vivere una vita cristiana laicalmente impegnata; ma viene messa in crisi anche da un’impostazione della pastorale che di fatto rende superflua ogni soggettività, soprattutto se aggregata, in nome di un’organizzazione unitaria e accentrata della pastorale stessa.

Espressione di quelle aggregazioni che non scelgono un proprio progetto di Chiesa e che si pongono a servizio del cammino della comunità, l’Azione Cattolica talvolta è stata esclusa anche da chi riteneva che introducesse un elemento di differenziazione e che questo fosse per principio disgregante per la comunità; oppure da chi l’ha ridotta ad un rango esecutivo, impedendole di essere un soggetto di Chiesa.

 

PROFEZIA

La memoria ci ha portato a guardare indietro, riconoscendo grazie e povertà; provocazioni e inerzie; paure e slanci; azione dello Spirito e storia dell’uomo. Ma quale profezia? (2)

Quale la responsabilità verso il futuro da parte del laicato e delle aggregazioni laicali?

Quali gli impegni che come laici cristiani e come aggregazioni sentiamo il dovere di assumerci per essere fedeli oggi al dono del Concilio? Per non lasciarne cadere la grazie?

Indico tre sfide che costituiscono allo stesso modo tre banchi di prova per la nostra capacità di guardare al futuro e di costruirlo responsabilmente, a qualunque prezzo.

- Quella della nuova evangelizzazione.

- Quella dell’interesse e dell’amore verso il mondo.

- Quella della comunione ecclesiale.

 

A) Solidali nel compito di una nuova evangelizzazione

Chiunque guardasse con sguardo oggettivo la situazione della comunità cristiana non potrebbe non cederne le straordinarie ricchezze. Eppure l’azione pastorale sembra perdere di efficacia ogni giorno di più o realizzare risultati sproporzionati rispetto a questa esuberanza di energie, generose e motivate.

Vi è una sfida davanti a noi, che si trasforma nelle nostra profezia nel momento in cui la assumiamo con determinazione: la passione per il Vangelo e per la proposta di esso e la testimonianza resa ad esso. Oggi è andata in crisi profondamente la fede cristiana, indebolita dal confronto con processi culturali lontani da quelli che le erano consueti e in cui era radicata.

Il numero di coloro che frequentano l’Eucaristia domenicale diminuisce, ma soprattutto dalla celebrazione sono spariti i giovani, sono sparite le presenze dei bambini e dei ragazzi, sono scarse quelle delle e degli adulti giovani.
La società di oggi ha consumato il suo divorzio dal Cristianesimo ufficiale e dalla Chiesa, un divorzio senza troppi risentimenti, senza violente opposizioni e tantomeno senza persecuzioni (3): semplicemente la maggior parte delle persone riconosce che la forma di vita in cui il Cristianesimo si esprime le è estraneo. Una estraneità e una lontananza che attraversa anche la coscienza dei cristiani senza che talvolta se ne rendano conto.

Nella lontananza dei giovani dalla Chiesa si riflettono gli aspetti più inquietanti della crisi di fede diffusa, che riguarda anche i credenti, perché nell’attuale contesto la questione è quella di saldare la fede con una vita che è molto lontana da quella in cui la fede è nata, si è radicata e sviluppata.

Oggi le categorie culturali e i linguaggi con cui si esprime la comunità cristiana sono incomprensibili alle nuove generazioni e irrilevanti per le generazioni adulte (4). Parole – e concetti – come quello di salvezza, di peccato, di redenzione, grazia, per non citare che alcune tra le strutture fondamentali della fede cristiana, sono completamente estranee a persone che sono cresciute in un clima culturale in cui queste idee sono sparite e sono diventate estranee al modo comune di pensare la vita e di esprimerla. Sarebbe necessario entrare nel linguaggio della fede in altro modo rispetto al passato, mostrando come il lessico della vita cristiana alluda ad esperienze umane e a dimensioni esistenziali comuni a tutti; solo così le persone di oggi potranno avvertirli come chiavi di interpretazione della loro stessa vita. Solo rendendo visibile ed evidente il loro significato antropologico, sarà possibile percorrere la strada che avvicina le persone di oggi alla fede cristiana come un possibile modo per interpretare la vita e dare forma al proprio progetto esistenziale (5).

Al tempo stesso è necessaria una nuova espressione della fede, che sappia dire con un linguaggio di oggi il male e la misericordia, la perdizione e la salvezza, l’alternativa cristiana e la sua profezia. Occorre saper dire, anzi, raccontare, la vita vissuta da cristiani con parole umane e attuali. In fondo è ciò che Giovanni XXIII si proponeva con il Concilio: “Lo scopo principale di questo concilio non è la discussione di questo o quel tema della dottrina fondamentale della Chiesa, in ripetizione diffusa dell’insegnamento dei padri; (…). È necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Altra cosa è infatti il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra dottrina, e altra cosa è la forma con cui quelle vengono enunciate” (6). Per questo la Chiesa non resterà fissa a guardare il patrimonio su cui si fonda, ma dovrà guardare al presente, “alle nuove condizioni e forme di vita introdotte nel mondo odierno, le quali hanno aperto nuove strade all’apostolato cattolico» (7).

È chiaro che alla Chiesa si chiede oggi una grande operazione culturale, – oltre che spirituale – ben più che un aggiustamento o un incremento delle sue iniziative pastorali; un’operazione culturale generata da una conversione alla libertà dello Spirito e non solo frutto del Magistero o di un’élite teologica, ma capace di coinvolgere il popolo di Dio in tutte le sue espressioni, come soggetto di interpretazione delle forme attuali del credere.

In questo processo, i laici possono essere protagonisti. Ciascuno – parrocchie, associazioni, movimenti… è chiamato a vivere questo momento superando gelosie, chiusure, diffidenze, autoreferenzialità.

- Le parrocchie devono superare la gelosia che fa guardare all’azione di movimenti e di associazioni come un disturbo ad un’azione pastorale che anacronisticamente si pensa come uniforme e omogenea;

- i movimenti devono superare la tentazione di quell’autoreferenzialità che rende fieri della propria azione, orgogliosi di essa e timorosi che l’operare insieme ad altri oscuri la propria identità o annacqui la propria proposta;

- le associazioni – specialmente quelle di antica tradizione – devono superare l’attaccamento alla propria tradizione, quando questa diviene un idolo che non permette più di vedere le istanze di un mondo che cambia e quella tendenza alla inerzia che le rende distanti da quel movimento cattolico che nel Novecento ha aperto strade inedite e innovative alla testimonianza cristiana nella società….

Si potrebbe continuare con altri esempi. Tutto questo si supera se la passione per il Vangelo viene per noi prima di qualunque altra cosa, prima di noi stessi e della nostra stessa aggregazione.

Diversamente la sterilità della nostra azione svelerà la nostra scarsa generosità spirituale. La nostra generosità, al contrario, dirà al mondo che crediamo alla parola del Vangelo che dice che guadagna la propria vita chi è disposto a perderla.

Occorre ricentrare la nostra mentalità ecclesiale sulla missione, recuperata nello spirito conciliare della “Gaudium et Spes”: la missione come fiducia nel Vangelo, come esperienza che si rigenera di continuo dalla novità del Vangelo. Se non si sostiene la creatività e l’iniziativa dei laici per la missione in questi contesti, penso che ci chiuderemo sempre di più nell’affermazione di principi astratti o nel sostenere un mondo ideale che oggi non c’è più.

 

B) Solidali in un nuovo interesse per il mondo

Uno dei limiti delle nostre comunità è oggi quello di uno scarso interesse per il mondo. Anche per questo la vocazione laicale conosce un momento così pesante di difficoltà: se la Chiesa ha una relazione debole e poco significativa con la realtà umana e sociale di cui è parte, ha poco bisogno dell’impegno laicale dei laici, cioè di laici che vivano con intensità la dimensione secolare della loro vocazione, dimensione che è qualificante e identificante.

Vi è una sottile tentazione che percorre oggi la comunità cristiana: è quella di prendere le distanze da un mondo ritenuto ostile; o coltivare un sotterraneo disprezzo per un’umanità ritenuta indifferente a Dio.

E poi vi è una pericolosa paura oggi del mondo, quasi che il contatto con esso potesse contaminare i cristiani e minacciare la loro fedeltà al Vangelo. E ci dimentichiamo che l’unica cosa che deve farci paura è il distaccarci dal Signore, non essere più alla sua sequela, non avvertire più la bellezza straordinaria del Vangelo: di quel Vangelo che dice che il Signore è venuto a salvare i peccatori, ad amare tutti, a porsi disarmato di fronte ad ogni pericolo. Occorre che le comunità cristiane tornino ad un confronto fiducioso con il mondo di oggi, che vuol dire consentire a questa realtà di provocare il nostro modo di vivere, di metterlo in discussione per lasciarci rigenerare dallarealtà, dal confronto con la vita. Questo nostro tempo di cambiamenti così rapidi e accelerati richiede alle nostre comunità un modo nuovo di entrare in relazione.

E al tempo stesso occorre una considerazione più positiva e attenta della vita, nelle sue dimensioni esistenziali più comuni e concrete; una valorizzazione dell’umanità, spazio per un dialogo con tutti.

Con questo stile la vocazione dei laici torna ad avere un senso che non è solo quello della collaborazione alle attività interne della parrocchia. Profezia è riscoprire insieme, tra le diverse espressioni della comunità cristiana e tra le diverse aggregazioni laicali, questo tratto tipico del Concilio Vaticano II: quello di una Chiesa che ama il mondo, la vita, le persone, il tempo, la storia umana con le sue fatiche e le sue contraddizioni. È la straordinaria lezione di Paolo VI che nel discorso di chiusura ripercorre il cammino conciliare facendone emergere l’originalità. Ebbe a dire Paolo VI: “Il magistero della Chiesa [...] è giunto, per così dire, a dialogare con lui [l’uomo contemporaneo]; e pur conservando sempre l’autorità e la forza che gli sono proprie, ha assunto la voce familiare ed amica della carità pastorale, ha desiderato farsi ascoltare e comprendere da tutti gli uomini; non si è indirizzato solo all’intelligenza speculativa, ma ha cercato di esprimersi anche nello stile della conversazione ordinaria. Facendo appello all’esperienza vissuta, utilizzando le risorse del sentimento e del cuore, dando alla parola maggior fascino, vivacità e forza persuasiva, esso ha parlato all’uomo d’oggi, così com’è. La Chiesa si è, per così dire, proclamata la serva dell’umanità, proprio nel momento in cui il suo magistero ecclesiastico ed il suo governo pastorale hanno, in ragione della solennità del Concilio, rivestito un più grande splendore ed una più grande forza: l’idea di servizio ha occupato un posto centrale al Concilio […]. Amare l’uomo – diciamo – non come un semplice mezzo, ma come un primo termine nell’ascesa verso il termine supremo e trascendente. E allora, il Concilio intero si riassume in fondo in questa conclusione religiosa: non è altro che un appello amichevole e pressante che invita l’umanità a ritrovare, per la via dell’amore fraterno, Dio”.

È qui lo stile del Vaticano II: una parola amichevole, indirizzata all’umanità, la proposta di un insegnamento offerto come servizio all’umanità, una voce familiare ed amica che vuol farsi ascoltare da tutti, disposta al dialogo e che, per questo, fa appello all’esperienza, ricollegandola alla Parola di Dio.

Alle aggregazioni laicali mi pare che possa essere chiesto di mostrare, il più possibile insieme, interesse e attenzione a ciò che accade nel mondo e nella società, e non già per fare muro, o per far sentire che anche i cristiani ci sono, quanto piuttosto per produrre pensiero da cristiani sulle situazioni della vita e sui problemi della società. Perché ciò che più manca oggi è qualcuno che pensi, che studi, che elabori delle prospettive ragionevoli e dense di idealità sul futuro (Cfr. Il movimento cattolico e la Costituente).

Mi si potrà obiettare che le posizioni sulle diverse questioni è tra i cattolici quanto mai diversificata. Ma produrre pensiero non significa produrre un pensiero unico, quanto piuttosto elaborare pensieri articolati, anche differenziati, perché’, come ci ricorda il Concilio a proposito della politica, dallo stesso Vangelo possono discendere legittimamente posizioni concrete diverse. Allora l’attenzione al mondo ci chiede disponibilità al dialogo tra di noi, senza censure e senza anatemi reciproci, ma convinti che la verità che ci supera sempre potrà scaturire da un confronto serio, franco, tollerante, rispettoso, senza scomuniche reciproche, né tra persone né tra realtà sociali.

È chiaro che quando penso a queste cose, non penso alla politica, ma a tutte quelle realtà che insieme danno forma ad una società; di esse fa parte anche la politica, ma non le esaurisce né costituisce l’elemento prevalente. Se vi è stato un rischio nel mondo cattolico di questi anni è stato quello di identificare l’impegno dei laici cristiani o della Chiesa nel mondo con la politica, con un’enfasi sulla politica che non ha giovato né alla politica né a tutte le altre dimensioni della vita secolare: famiglia, lavoro, cultura, economia, educazione, …

 

C) Impegnati in un cammino di comunione ecclesiale

La comunione è prima di tutto un dono di Dio, e non il frutto dei nostri sforzi, dei nostri impegni. Posto che il primo luogo dove viverla non è la comunità ecclesiale, ma piuttosto i luoghi dove abitiamo, riflettiamo sugli percorsi che oggi occorre percorrere per costruire una comunione che valorizzi il laicato e sia profezia di una Chiesa che è volto umano di un Dio Amore.

Molte cose sarebbero da dire su questo aspetto: il valore delle relazioni intraecclesiali; quello del dialogo all’interno della Chiesa, la disciplina di atteggiamenti e scelte che mostrino il volto umano della Chiesa, un rapporto preti–laici da rinnovare nel rispetto e nel dialogo… Mi limito però a quegli aspetti che più direttamente sono attinenti al laicato e alle sue aggregazioni.

 

Rinnovare la considerazione per le aggregazioni di laici.

In un momento di Chiesa come questo occorre considerare il valore dell’aggregarsi, stimare il proprio essere aggregati per quelli che lo sono, ma forse anche per quelli che non lo sono, considerare se non sia il caso di percorrere questa strada, perché quella dell’isolamento e dell’individualismo pratico è una strada che non contribuisce alla visibilità della vocazione dei laici e all’efficacia della loro presenza nella comunità cristiana e nella società. Appare sempre più chiaro che una delle vie fondamentali è quella di esperienze comunitarie – gruppi, movimenti, cenacoli, associazioni… – come tirocinio, come laboratori, come scuole di laicità. Il Concilio stesso l’aveva previsto: nel decreto Apostolicam Actuositatem si legge (n. 18) che l’apostolato associato aiuta a vivere l’indole comunitaria dell’apostolato e ad essere quel segno di unità che la Chiesa tutta è chiamata ad essere nel mondo.

All’indomani del Concilio, il riconoscimento della dignità della vocazione laicale generata dal Battesimo ha contribuito a far dichiarare superate o superflue tutte quelle esperienze aggregative che sono certamente non indispensabili, ma utili e importanti per vivere con maturità e in pienezza tale vocazione. Il modo disinvolto in cui, in alcuni contesti, sono state ritenute superate le aggregazioni ha generato un laicato più debole, senza volto e senza voce, che rischia di aprire la strada a forme sottili di neoclericalismo. Via via che gli anni passano, ci si rende conto di quanto siano preziose le realtà aggregative, non solo per sostenere la testimonianza dei laici cristiani.

Il riconoscimento del valore dell’apostolato associato di cui parla il magistero conciliare avrebbe bisogno oggi di essere riscoperto; alla luce dell’esperienza di questi cinquant’anni, risulta più chiaro il senso delle affermazioni conciliari. Si tratta di aiutarsi a vivere insieme la comune vocazione, di affrontare insieme il discernimento che essa chiede e la formazione di cui ha bisogno; e anche di mostrare nella Chiesa il valore che essa ha e il contributo insostituibile che può recare alla missione.

 

Dar slancio ad un processo di convergenza delle aggregazioni di laici.

A livello nazionale ci sono circa 70 sigle di aggregazioni laicali. Questo dà un’idea della dispersione di esperienze, che potrebbero anche essere una forza quando sapessero stare in relazione. In effetti ognuna vive il proprio cammino, ha un carisma particolare. Se il carisma di ciascuno viene messo in relazione, ognuno arricchisce l’altro, altrimenti rimane sterile per la comunità. La convergenza vuol dire che si cerca di camminare verso l’incontro. In questa dinamica ciascuno rimane ciò che è, ma scopre anche il valore dell’essere insieme e riconosce che le esperienze, le proposte che vengono portate avanti insieme non diminuiscono il proprio progetto associativo o di movimento ma gli danno un di più di valore: quello dell’essere insieme.

Questo cammino potrà avere successo ad alcune condizioni:

- che ciascuna aggregazione resti fedele alla propria identità e alla propria cultura: esse costituiscono una ricchezza, a maggior ragione in un tempo di evangelizzazione come l’attuale. Non avrebbe senso una convergenza che smussasse le diversità e tendesse a rendere omogeneo e indistinto il panorama ecclesiale attuale;

- che ciascuna aggregazione abbia la passione per l’incontro con l’altro, che implica anche non stare dentro una rete predefinita, ma muoversi con libertà, attivando rapporti ora con l’una, ora con l’altra realtà in una strategie delle alleanze che può innescare un processo virtuoso di incontro e di dialogo.

In tutto questo, è necessario che la Chiesa istituzionale si faccia garante di uno stile di comunione che qualifica tutta la Chiesa, e non solo i singoli soggetti in campo. È interesse primario della Chiesa nel suo insieme che le singole espressioni o componenti di essa siano realtà vive e in comunione tra loro. Al tempo stesso, questo processo potrà conseguire qualche risultato positivo se ogni aggregazione sentirà che la Chiesa viene prima della propria realtà; se avrà l’umiltà di non riconoscersi la Chiesa, ma di essere una porzione di essa, chiamata a contribuire a edificare una Chiesa che supera tutti e ciascuno.

 

Conclusione

Celebrare l’anniversario dell’avvio del Concilio con consapevolezza e gratitudine, insieme all’anno della fede, è un modo per ripensare allo straordinario dono di questo evento ecclesiale e per assumerne, in una prospettiva attuale, gli orientamenti. Certo siamo consapevoli del molto che resta non realizzato. Ma sarebbe ingenuo pensare che cambiamenti profondi come quelli prospettati dal Concilio venissero accolti senza resistenze e con rapida attuazione.

Il Concilio non ha indicato qualche cosa nuova da fare, ma ha aperto alle coscienze dei cristiani e delle comunità un modo nuovo di pensare se stessi: più evangelico, più aperto, più essenziale, radicato nel mistero di Dio e solidale con la storia umana. Solo un cambiamento profondo dell’animo, quotidiano e progressivo, consente di attuare il Concilio.
Questo processo, in fondo, si chiama conversione.

 

NOTE

1 Ratzinger J., Nuove irruzioni dello Spirito, Edizioni S. Paolo, 2006, pag. 15
2 Traggo queste riflessioni dalla postfazione alla nuova edizione del mio Esiste ancora il laicato?
3 Id, n. 52
4 Già nel 1963, in un breve e illuminante saggio, il teologo Paul Tillich si domandava: “il messaggio cristiano, (specialmente la predicazione cristiana) è ancora rilevante per le persone del nostro tempo?”, cioè “risponde agli interrogativi esistenziali dell’umanità di oggi”? (Tillich P., L’irrilevanza e la rilevanza del messaggio cristiano per l’umanità di oggi, Queriniana, 1998, p.40). L’interrogativo è più che mai aperto e attuale.
5 Del resto questa era l’intuizione più viva e feconda del Convegno di Verona è stata proprio questa: reinterpretare la pastorale a partire dalla centralità della persona; avrebbe potuto rinnovare la pastorale profondamente, a partire da una chiave di forte attualità. Ma l’essersi limitati, nel dopo Convegno, a ripetere qualche riflessione sulla speranza cristiana, quasi fosse un tema a sé e non una categoria generatrice di nuove prospettive, ha finito con l’archiviare questo evento, depotenziandolo della sua carica di novità.
6 Giovanni XXIII, Gaudet Mater Ecclesia
7 Id.

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