I politici imparino dal loro santo patrono, Tommaso Moro, che si dimise

24 ottobre 2012 11:14 310 comments

di Edoardo Rialti

Il Foglio

24 ottobre 2012

Un condannato a morte sale i gradini che lo porteranno alla decapitazione, inciampa e un ufficiale lo sorregge. L’uomo sorride e sussurra: “Grazie, poi a scendere ci penserò da solo”. Anche sulla soglia della morte, proprio come quando prendeva in giro la moglie – “Certo, signora, vi farebbe gran torto il Signore Iddio se non vi mandasse all’inferno, dal momento che ve lo guadagnate con tanta fatica” – e i figli che studiavano – “mi assicurano che sapete perfino distinguere il sole dalla luna” – Sir Tommaso Moro, umanista, scrittore, giurista e politico inglese del 1500 proclamato nel 2000 patrono dei governanti e dei politici, non smise di far sorridere e, per questo, di pensare. Proprio alla sua figura è dedicata una mostra esposta a Montecitorio, su iniziativa di Maurizio Lupi, e inaugurata ieri con il premier Mario Monti.

Tommaso Moro è però un patrono paradossalmente scomodo, visto che la sua azione principale – quella ricordata da tutti – fu quella di dimettersi. In lui si trovava una bizzarra commistione di magnanimità personale e culturale, fermezza e al contempo divertito umorismo (caratteristiche di cui oggi si avverte decisamente la mancanza). Di lui colpiscono certamente la sua incorruttibilità – “se un tuo amico avesse in corso una causa davanti a me, potrei certo dare udienza prima a lui che non a un altro. Ma in ogni caso puoi star sicuro che se le parti avranno rimesso la causa nelle mie mani, allora, anche se uno dei contendenti fosse mio padre e l’altro il diavolo, e il diavolo avesse ragione, ti assicuro che sarebbe il diavolo a vincere la causa” – e la celerità con cui snellì la burocrazia processuale dell’epoca; così come la sua clamorosa iniziativa presso il re, a cui chiese formalmente, in difesa della libertà di parola, “di dare a tutti coloro che fanno parte di questa assemblea la Sua generosa licenza e benevola assicurazione di poter liberamente parlare, senza temere di incorrere nel Vostro temutissimo sdegno, e francamente esporre il proprio pensiero su tutto ciò che concerne quello per cui siamo qui riuniti”. Fu giudice capace di distinguere eccome, soprattutto con i poveri – “quando si ha a che fare non con gente arrogante e maliziosa, ma con persone ignoranti o semplici e sprovvedute, io desidero che si usi grande misericordia e poco rigore”.

Aveva sostenuto che “non si deve abbandonare la nave in piena tempesta, solo perché non potete comandare ai venti… se non potete far andare bene tutte le cose, dovete almeno aiutare, perché vadano il meno male possibile”, ma a un certo punto capì di non poter fare più niente, e chiese solo di essere lasciato nel suo silenzio, che pure ai suoi nemici si fece clamore insopportabile come le domande di Socrate; ed egli al pari di Socrate fu arrestato. Gli uomini di Enrico VIII, dopo le sue dimissioni in risposta allo scisma anglicano, cercarono di inchiodarlo con l’accusa di aver tradito, ma egli ribatté loro che a quel re col quale si era spesso trovato non per discutere affari di stato, ma per conversare e ammirare le stelle, egli non augurava che bene, ma che non poteva accompagnarlo in una menzogna.

Ecco il suo segreto: Moro, che considerava l’amicizia “un ottavo sacramento”, è stato sempre e anzitutto un amico: del mondo, della cultura antica e recente, per cui “non si finirebbe più di spiegare quante cose mancano a chi non conosce i greci”; un apologeta cattolico che pure preferiva “discutere servendomi della ragione piuttosto che dell’autorità”; del re, consapevole che “se la mia testa potesse procurargli un castello in Francia, essa non tarderebbe a cadere”, e dello stato, di cui assunse la massima carica di Lord cancelliere scherzando con Erasmo da Rotterdam: “Mi fanno tutti le congratulazioni, sono sicuro che almeno tu mi compiangerai”.

Il segreto di tale costante capacità è a sua volta paradossalmente possibile non nonostante la fermezza delle sue convinzioni, ma in virtù di esse, della sua amicizia con Dio, che lo faceva respirare la vastità di una grandezza che non dipendeva da lui: come notò lo scrittore e suo ammiratore Gilbert K. Chesterton, “tanto egli era strenuo patrono di libertà spirituale, altrettanto era convinto che dovesse esserci qualcuno, o qualcosa, a disciplinarla, e non gli passava per la testa di poter essere lui questo qualcuno”. Questo lo rendeva e lo rende scomodo, sorridentemente e salutarmente scomodo per chi lo legge o a lui intende richiamarsi, visto che, sempre nelle parole di Chesterton “è facile, a volte, donare il proprio sangue alla patria e ancora più facile donarle del denaro. Talvolta è più difficile donarle la verità”.

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