La missione dopo il Concilio: contestazione e terzomondismo

24 ottobre 2012 09:18 8 comments

di Piero Gheddo

12 ottobre 2012

asianews.it

Il Concilio Vaticano II è terminato con grandi speranze ed entusiasmi per la missione universale ad gentes. I testi conciliari sono ancor oggi ottimi per promuovere lo spirito missionario, ma non sono riusciti a dare quella spinta verso il primo annunzio di Cristo ai tre quarti degli uomini, che Giovanni XXIII aveva previsto (“Il Concilio sarà la Pentecoste della Chiesa”) e molti sognavamo. Probabilmente, chissà (non conosciamo i piani di Dio!), anche questo periodo di stasi della missione alle genti ha il suo significato positivo: forse lo capiremo fra mezzo secolo.

C’è molto pessimismo sull’efficacia della missione fra i non cristiani. La realtà è diversa. Nella storia millenaria della Chiesa non c’è nessun continente che si sia convertito a Cristo così rapidamente come l’Africa: nel 1960 i cattolici africani erano circa 35 milioni con 25 vescovi locali, oggi sono 172 milioni con circa 400 vescovi africani. Secondo il “Pew Research Center” di Washington, nel 2010 in tutta l’Africa cristiani e musulmani hanno ambedue poco meno di 500 milioni di fedeli, ma nella sola Africa nera a sud del Sahara, i cristiani sono 470 milioni e i musulmani 234.

Nel 1960 in Asia c’erano 68 vescovi asiatici e in nessun paese si notava una crescita sostenuta dei battezzati. Solo in India erano una decina di milioni con un buon tasso di conversioni e oggi si continua a dire 15 milioni perché non si può dire che sono sui 30; visitando il paese si sente che quasi ovunque ci sono ancora conversioni dai non cristiani. Lo stesso vale per l’Indonesia, lo Sri Lanka, la Birmania, il Vietnam (dove i cattolici sono circa il 10% degli 85 milioni di vietnamiti, con numerose conversioni e vocazioni). Nel 1949 (quando salì al potere Mao Zedong) la Cina aveva 3,7 milioni di cattolici; oggi, nonostante la persecuzione, se ne stimano 12-15, i cristiani 45-50 milioni. Nella Corea del Sud, dove la religione è libera e le statistiche autentiche, i cattolici sono più di 5 milioni, il 10,3% dei sud-coreani (i cristiani, tutti assieme, il 30%).

L’effetto positivo del Concilio e dei Papi è evidente nella promozione delle giovani Chiese, che oggi, grazie anche alla spinta specifica della Redemptoris Missio, sono missionarie fuori dei propri paesi e anche verso l’Occidente. Gli stereotipi che la missione alle genti è finita e che non ha più efficacia vanno azzerati perché non corrispondono alla realtà dei fatti. “La missione alle genti è appena agli inizi” (Redemptoris Missio, n. 30).

 

La tigre della contestazione

Ma poco dopo il Concilio, in Europa e Nord America non poche voci anche autorevoli si sono orientate in senso diverso, cavalcando la tigre della “contestazione”: il dissenso nella Chiesa, a quanto diceva Paolo VI, era già molto forte nel 1968 (quante violente contestazioni alla “Humanae Vitae” di quell’anno!). Iniziava così la crisi della fede e della vita cristiana di cui siamo ancor oggi testimoni addolorati. Non si sapeva più cos’era la missione alle genti, la confusione di voci e una certa teologia disincarnata dalla realtà minavano le fondamenta dell’ideale missionario, come inteso dal Vaticano II. Per esempio, si proclamavano come verità ipotesi del tutto false, ormai entrate nel sentire comune del nostro tempo:

- La Chiesa è fondata in tutto il mondo, sono le giovani Chiese che debbono annunziare Cristo a tutti i popoli e le culture dei loro territori.
- Ormai i non cristiani sono a milioni anche in Italia, la missione alle genti è qui da noi, non altrove.
- Manchiamo drammaticamente di sacerdoti in Italia, perché voi missionari andate a portare Cristo in altri continenti, quando Cristo lo stiamo perdendo noi italiani?
- Non è importante che i popoli si convertano a Cristo, purché prendano il messaggio di amore e di pace del Vangelo.

Era un’atmosfera generale confermata da molti fatti concreti, di cui ancor oggi non riesco a spiegarmi il perché, subito dopo il breve tempo di esaltazione del Concilio.

Due esempi. Nell’estate 1968, come già in precedenza diverse volte, ho partecipato alla Settimana di studi missionari a Lovanio (“Liberté des Jeunes Eglises”), organizzata dall’indimenticabile amico padre Joseph Masson, s.j. Diverse voci mi ferivano: esprimevano chiari dubbi sul mandare missionari europei in altri continenti; molto meglio, si diceva, lasciare che le giovani Chiese raggiungano una loro maturità e si organizzino secondo le loro idee. Pensavo: com’è possibile sostenere questa tesi, quando solo tre anni fa la totalità dei vescovi delle missioni si sono espressi in modo radicalmente opposto, chiedendo nuovi missionari? È solo un esempio della mentalità che si era infiltrata nella Chiesa in quel tempo post-conciliare.

La crisi della “missio ad gentes” e quindi dell’animazione missionaria del popolo cristiano si è manifestata soprattutto nella chiusura delle tre “Settimane di studi missionari” che si tenevano a Milano (esperienza chiusa nel 1969), a Burgos (1970) e a Lovanio (1975), che venivano da una lunga tradizione (a Lovanio dagli anni Venti). Le ultime edizioni di questi incontri religioso-culturali di buon livello avevano manifestato un malessere e tanti contrasti nel campo missionario, che s’è creduto bene di non continuare, forse per non approfondire le divisioni.

Io venivo da una formazione teologica e missionaria che dava certezze (nel seminario del Pime a Milano e all’Università Urbaniana a Roma, 1949-1958). Ero direttore di “Mondo e Missione” e mi capitava spesso di leggere volumi e riviste missionarie che seminavano dubbi sulla missione alle genti. Ho pubblicato due volumi su questo tema: “Processo alle missioni” (Emi 1971) e “Quale animazione missionaria” (Emi 1989).

 

Il terzomondismo

L’altro aspetto della crisi è quello, come dire, di natura ideologico-politica, che ha diviso il mondo missionario a partire dal post-Concilio: l’infatuazione per la falsa rivoluzione sessantottina, che ha portato ad adottare contenuti e metodi contestabili: l’analisi “scientifica” del marxismo, il “terzomondismo” (“Noi siamo ricchi perché loro sono poveri” e viceversa), la protesta come forma prioritaria di promozione umana, varie forme di violenza se non fisica almeno psicologica; il “pensiero unico” al quale non era facile sottrarsi e chi andava contro-corrente veniva demonizzato, minacciato, messo in un angolo, umiliato appena possibile.

Potrei citare molti casi concreti. Ad esempio, gli attacchi che ho ricevuto quando, ritornando dal Vietnam in guerra, dov’ero stato invitato dai vescovi, denunziavo e documentavo che i “liberatori” del popolo vietnamita (cioè i comunisti vietcong e nord-vietnamiti) erano in realtà nuovi e peggiori oppressori della dittatura filo-americana del Sud Vietnam. Era la pura verità, ma in Occidente non si poteva dire. Anche fra animatori e operatori missionari nei mass media quelle verità erano tabù. Nel novembre 1973, di ritorno da un viaggio in Vietnam sono stato invitato al congresso nazionale dei “Cattolici solidali con Vietnam, Laos e Cambogia”. All’inaugurazione, in un teatro di Torino, era presente anche l’arcivescovo card. Michele Pellegrino, che mi dice: “Ti ho fatto invitare io. Ho detto che sarei venuto ad aprire il congresso, se invitavano te a tenere la prima relazione”. Ho parlato, raccontando solo quel che avevo visto e riportando le voci dei vescovi, fra contestazioni e fischi, com’era abituale a quel tempo.

Quando finisco, p. Davide Turoldo mi prende e mi porta in un camerino nel retro-palco di quel teatro. Prima mi chiede se quel che ho raccontato l’ho davvero visto io oppure il Vaticano mi ha detto di dirlo. Poi mi aggredisce col suo vocione: “Gheddo, ti voglio bene, ma tu sei fuori strada. Anche se tutto quel che dici è vero, non ti rendi conto che danneggi la causa socialista. Ma il socialismo trionferà, perché è l’unica speranza dei poveri”. Caro e povero Davide, grandissimo prete e poeta, ci volevamo bene davvero! Ma anche tu eri preso nel vortice di un’ideologia che esaltava i regimi del socialismo reale, senza tenere in nessun conto la realtà dei fatti. Sappiamo com’è finita. Dopo la caduta del Muro di Berlino (novembre 1989), nell’editoriale di una importante rivista missionaria italiana si leggeva: “È crollato il Muro di Berlino e tutti fanno festa. Ma crollato il socialismo, ora chi difenderà i popoli poveri?”.

Mi scuso di dire queste cose, che oggi possono sembrare pazzesche (e lo erano davvero!). Le racconto per spiegare come la missione alle genti e l’animazione missionaria in Italia (e non solo!) hanno attraversato un’epoca “sessantottina” di sbandamento. Con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI il timone della Chiesa è orientato all’applicazione del Concilio Vaticano II, anche in campo missionario.

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