Sperare la forza nella debolezza.

24 ottobre 2012 19:45 23 comments

La Porta della fede convoca l’uomo desertificato.

di YleFio

24 Ottobre 2012

“Usciamo da questa desertificazione spirituale, passando per la porta della Fede”. Esplode così, con la sua irrinunciabile pacatezza pastorale, la voce di Papa Benedetto XVI, all’apertura dell’Anno della Fede, sul sagrato della basilica di san Pietro. E’ un condottiero rassicurante, col suo mantello bianco, che rivela (non solo ai cristiani) un passaggio segreto e sicuro per sfuggire al pericolo della desertificazione: la porta della fede. E’ un appello irrefrenabile, una voce da inseguire, una via certa, già un luogo di pace, uno spaccato “dal vivo” della società odierna. Quelli della desertificazione, cui fa riferimento il Papa, sono colpi duri che lui stesso accusa, senza farlo vedere. Li accumula nel suo cuore fino a sanguinare, perché è padre, è pastore, è il vicario di Cristo che partecipa alla sua passione.

L’espressione adoperata da San Paolo è d’altra parte testimonianza viva per Benedetto XVI: “Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24). Ratzinger è un papa che non mercanteggia col mondo. Non intendo descriverlo: mi metto in ascolto del suo richiamo alla vita. In questo mondo segnato dal dramma del peccato, non c’è soltanto l’uomo che cerca Dio. C’è anche un Dio che cerca incessantemente l’uomo! Qui l’intervento della Grazia entra impetuosamente e frantuma ogni dubbio, ogni distanza e dà un senso e una direzione alla storia, alla nostra vicenda umana. “Da quando non temo più Dio, continuo a sentire scavare nella mia coscienza le unghie affilate e crudeli del deserto”.

Si lascia andare con queste parole l’uomo contemporaneo, sbarcato sull’isola del nichilismo. E’ la sua atterrita confessione, mentre si percepisce trangugiato dal suo vuoto interiore. Brancola smarrito tra le sue infinite faccende mondane e i suoi squilibri destrutturanti, senza più una coerenza interna. Ferito dalla lama decostruente del materialismo, ora si trascina alla deriva. L’assillo dell’infinito irrompe. Ricorda con spasimo che gli era stato affidato tutto, con amore e gratuità. Ora sosta preso dal panico. Perché non gli è rimasto nulla. Lacrima tra le braccia della desolazione. Scosso ma ancora palpitante. Pietrificato da quel che vede dietro, attorno e dentro di sé. Inaridito, si chiede tra sé: “Perché ho distrutto invece di costruire?”.

Non si giustifica più col terrificante interrogativo “Dov’è Dio?”. Non può più additare Dio come il colpevole o l’assente. Ora è il tempo della verità e del coraggio di chiedersi piuttosto: “Dov’è l’uomo?”. Più lacerato dalla colpa di essersi anteposto a Dio, osa chiedersi: “Dove sono?”. Sì, dov’è l’uomo per l’uomo? Non si può considerare “uomo”, infatti, chi “distrugge l’uomo”. E’ contro natura. E’ senza logica. Eppure, è l’assurdo “dell’uomo contro se stesso” reso del tutto normale da questa cultura dove il superficiale ha trovato asilo, mandando in esilio però la profondità.

L’io in azione, come lo chiamava più precisamente san Tommaso d’Aquino, “in actu exercito”, è stato privato della sua forza illuminante e proficua. Perché l’uomo lo ha modificato invece in “azione dell’io”, (che più semplicemente è l’egoismo) assolutizzandolo, riducendo cioè la bellezza di questo “io”, chiamato dal principio ad agire non contro di sé, ma neanche solo in vista di sé, in quanto predisposto per un “tu”. Non c’è altra soluzione: l’agire deve tornare al sodalizio con l’essere, perché il virus del riduzionismo cessi di degradare l’uomo.

Finora, egli ha cercato la salvezza in altre direzioni. Smarrendosi. Ma gli rimane imperturbato ancora quel “davanti a sé”. E allora riprende a sperare, a cercarsi. In filigrana si intravede un evento. Si aggrappa all’ala dell’annuncio: “innestato in Cristo diventi figlio di Dio, la polvere diventa gloria”. “…precedono un vento impetuoso,un terremoto, il fuoco, ma il Signore non sta lì, infine viene un’aura lieve, una brezza felice, e lì sta il Signore” (cfr. 1 Re, 19) che è “autore e consumatore della fede” (Eb. 12,2).

La nostra partecipazione spirituale alle solennità del cinquantesimo del Concilio si riferisce all’unica famiglia di Dio sulla terra dove “il mistero è cantato nella sublimità dei suoi contenuti, ma anche nel calore dei sentimenti che suscita nel cuore dell’umanità salvata”. (Orientale Lumen,5). Ci si chiede spontaneamente, di fronte a questo sposalizio tra “il Concilio e l’Anno della fede”, cosa si costruirà. D’altra parte, dal bacio appassionato di queste due “anime congiunte” non può non nascere che un qualcosa di straordinario.

Si spalanca così la Porta fidei, direttamente sul mondo, sulla condizione di miseria dell’uomo di oggi. E qui, convocando alla lode e alla bellezza, “la preghiera della Chiesa diviene così già partecipazione alla liturgia celeste, anticipo della beatitudine finale”. (Orientale Lumen,11) perché “veniamo trasformati nell’immagine di Gesù, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore”(2Cor.3,18). La desertificazione lasci il posto al concepimento di una vera Rivoluzione dell’Amore, perché l’uomo, dopo l’illusione di “essere lui stesso dio”, ritorni ad essere invece di Dio.

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