Lo scacco che l’ateismo dà a se stesso

26 ottobre 2012 06:36 131 comments

di Rémi Brague

L’Osservatore Romano

20 ottobre 2012

Nonostante i successi, l’ateismo, persino nelle sue forme più attenuate, comporta un grande inconveniente, che fa di esso una “malattia mortale”. Si tratta in effetti di un problema fondamentale sul quale non ha nulla da dire; addirittura si fonda sulla decisione di rinunciare a ogni risposta possibile da dare a una domanda di questo tipo.

Non resta che enunciarla: supponendo che esista sulla terra un essere, conosciuto con il nome di homo sapiens, che sarebbe capace, da una parte di rendere ragione dell’Universo che lo circonda, e dall’altra di darsi da fare per formare con i suoi simili una comunità armoniosa, sarebbe un “bene” che esistesse un essere di questo tipo?

Detto in altre parole: noi possiamo tentare di dare del mondo fisico una descrizione puramente immanente, che permetta all’uomo di dominarlo e di sfruttarlo a proprio beneficio, e quindi non abbiamo affatto bisogno di scoprire riguardo a esso una qualsivoglia verità ultima. Possiamo tra l’altro stabilire in modo puramente immanente le regole del gioco che permettono la coesistenza degli uomini. A tal fine basta ideare un contratto mediante il quale gli uomini si obbligheranno reciprocamente a risparmiarsi gli uni gli altri, per il semplice motivo che in ciò si trova il loro interesse.

Pertanto l’obiettivo finale è che l’umanità continui a esistere ed eventualmente progredisca. Resta comunque aperta la questione di sapere in quale misura questa esistenza e questo progresso sono in generale auspicabili.

A tale interrogativo l’ateismo non dà alcuna risposta, non può addirittura dare alcuna risposta.

Per dimostrarlo, devo dire qui alcune parole sul modo in cui l’ateismo si distrugge da solo. Il fallimento dell’ateismo è una conseguenza diretta del suo successo. Si potrebbe così parlare di una dialettica, analoga alla “dialettica dell’Illuminismo”, espressione che Adorno e Horkheimer usarono come titolo del loro libro più famoso. Salvo che qui ci troviamo di fronte a una dialettica che assumerebbe dei tratti realmente concreti.

Il progetto dell’ateismo moderno consiste nel realizzare l’emancipazione dell’uomo.

L’uomo dovrebbe prendere in mano il proprio destino, darsi delle leggi da solo (autonomia).

Ciò non è stato possibile nel passato, o comunque secondo il modo in cui il progetto moderno racconta la propria storia. Un tempo l’uomo si regolava in base a principi che si trovavano al di fuori di lui. Il ruolo decisivo era svolto sia dal bell’ordine del cosmo (espressione di natura tautologica) che bisognava imitare, sia da una legge divina alla quale bisognava obbedire.

I due punti di riferimento erano d’altra parte legati: il Dio, che detta i comandamenti, è anche quello che ha creato il mondo, il Legislatore è anche il Creatore. I tempi moderni si sono sempre più rifiutati di guardare in queste due direzioni.

Il loro ideale sarebbe di fondare l’uomo sull’uomo e su nient’altro, di modo che ogni rapporto con qualsiasi elemento esteriore, distinto, superiore, sarebbe escluso, anzi diventerebbe un’assurdità inutile. Per dirla come il giovane Marx «la radice per l’uomo è l’uomo stesso».

Per esprimere questo ideale, il XIX secolo ha forgiato una parola, che si trova tra l’altro anche nel giovane Marx: “umanesimo”. Il termine ha due accezioni. Abbiamo appena ricordato la prima. Per la storiografia designa il movimento di riscoperta e di riappropriazione dell’eredità letteraria antica iniziato nell’Italia del XIV secolo.

Gli artefici di questo rinnovamento per altro non erano affatto avversari della religione, ma, a cominciare da Petrarca, persone veramente pie. È tuttavia interessante osservare che la formazione del termine come categoria storiografica è avvenuta simultaneamente al suo uso per esprimere le dichiarazioni d’indipendenza dell’uomo rispetto a Dio, ossia proprio all’inizio degli anni Quaranta del XIX secolo. L’“Umanesimo” come epoca della ripresa degli studi classici è stato senza dubbio proposto dallo storico Carl Heinrich Wilhelm Hagen. E “umanesimo” come intenzione di preoccuparsi solo dell’uomo si trova per la prima volta negli scritti di Arnold Ruge, e poi di Feuerbach, Proudhon e altri ancora.

Ebbene, questo umanesimo, proprio perché non riconosce nessuna istanza superiore all’uomo, si rende incapace di pronunciare un qualsivoglia giudizio sul valore o sull’assenza di valore dell’uomo. L’uomo non si può pronunciare a favore o a sfavore di se stesso; è chiaro che accetterebbe in blocco la propria esistenza e questa assoluzione sarebbe priva di qualsiasi peso.

In una conferenza pronunciata nell’immediato dopoguerra, Jean-Paul Sartre ha ben individuato il problema, prendendosi gioco di una frase di Jean Cocteau: «l’uomo è straordinario!». Forse, fa notare Sartre. Ma chi parla qui? Certamente non un cavallo o un cane, un qualche giudice imparziale, ma un uomo; è evidente che nessuno può emettere un giudizio obiettivo su se stesso.

Ben inteso, potremmo accontentarci d’immaginare che l’istinto di conservazione assicurerà la sopravvivenza della specie umana. A quanto sembra, così è stato per secoli. È di fatto possibile che l’uomo in quanto specie continuerà a esistere perché si riprodurrà.

Ma Schopenhauer ha cercato di mostrare che l’istinto sessuale non è altro che una trappola attraverso la quale si fa beffa di noi un’onnipotente Volontà di vivere, alla quale non importa un fico secco degli individui. Abbiamo una risposta da dargli? Certo, si può invocare l’istinto e affidarsi a esso. Molti di noi hanno avuto i propri figli senza volerli troppo.

Perché le generazioni future non dovrebbero anch’esse confidare nella natura? Forse. Ma ciò corrisponderebbe a condannare in blocco il progetto dell’Illuminismo. Con esso non intendo solo il movimento divenuto consapevole di sé che si è dato questo nome nel XVIII secolo europeo, ma anche il progetto della filosofia in tutta la vastità delle sue realizzazioni.

Questo progetto è tanto antico quanto Socrate con la sua impresa che consisteva nell’interrogare ogni uomo con un mestiere preciso e nel chiedergli di dimostrare la propria competenza. Per farlo, il professionista doveva spiegare perché faceva esattamente quel che faceva, dunque doveva “rendere conto” (lògon didònai) delle proprie azioni. Da qui, sotto una forma più ampia, il programma che consiste nel ricercare, per ogni fenomeno, la ragione.

In metafisica è stato Leibniz a porlo sul trono, formulando il principio di ragion sufficiente. Storicamente parlando questa esigenza ha riguardato soprattutto le istituzioni: ogni norma giuridica, ogni organizzazione sociale dovrebbe giustificarsi davanti al tribunale della ragione, per sapere se è capace di “resistere al suo esame libero e pubblico”.

In generale, ogni azione, senza alcuna eccezione, deve poter essere fondata sulla ragione. Abbiamo il diritto di rinunciare a cercare e a fornire una ragione nel caso dell’esistenza dell’umanità? Se agiamo così, l’esistenza del solo essere che può essere depositario della ragione si ritrova affidata all’insensatezza.

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