Domenica, difesa dell’umano

27 novembre 2012 17:07 0 comments

di Davide Rondoni

Avvenire

25 novembre 2012

Perché preservare la festa dall’invadenza di lavoro e consumo

Non si tratta solo di una questione di saracinesche. Non è solo una faccenda di commercio e orari e calendari. Dentro alla protesta contro la “liberalizzazione” totale del lavoro domenicale, dentro l’idea di “liberare la domenica”, non ci sono solo problemi di equità nella concorrenza e di funzionalità di servizi. E non c’è, non c’è mai stata davvero, la molla per far consumare di più: non è vero, i consumi si spostano (da un giorno qualunque alla domenica) al giorno di festa, ma non si moltiplicano. C’è un’altra questione.

Una questione grande come una casa, una faccenda enorme. C’è un’ombra gigantesca che si avvicina e ci deve far riflettere. È ovvio che se sa giusto garantire più servizi e più lavoro a tutti – specie in un momento di crisi – nessuno può dirsi contrario. Ma non si tratta di questo. Si tratta, invece, della pretesa di dire che “è tutto uguale”, che ogni giorno della settimana vale l’altro. E questo non è liberalizzare, è annientare.

Dire che non c’è più da considerare speciale un giorno della settimana – quel giorno – significa ridurre a zero una delle idee, delle concezioni e delle esperienze più significative della storia umana. Non sembri esagerato. Sappiamo benissimo che anche piccoli gesti mettono in questione faccende e beni enormi. Affermare che la domenica non è più un giorno speciale – affermarlo di fatto, non ci saranno trattati filosofici sul tema, ma la dura brutale pratica – implica affermare che il tempo degli uomini è al servizio di un solo elemento, di un solo dio, di un solo valore: il lavoro. Significa impoverire – di fatto, con la brutalità delle decisioni burocratiche e amministrative, con la pavida decisione dei legulei, non con l’argomentare del pensiero – la concezione che gli uomini sempre e ovunque hanno espresso: il tempo è segnato dai diversi compiti fondamentali della persona. Lavorare, certo, ma anche sostare con i familiari, con gli amici, coltivarsi, aprire e ristorare la mente, il corpo e l’anima.

Tale concezione, che ha preso mille forme e flessioni in tante culture, ha trovato espressione in tutte le forme di vita organizzata con usanze, regolamenti e leggi. Negare praticamente, burocraticamente, legislativamente, che ci sia un tempo per il lavoro e un tempo per il riposo e che sia un tempo condiviso e condivisibile, tirare un tratto sul fatto che la comunità sociale si muova considerando questa varietà di valori in campo è un atto di sottomissione.

Sì, è una resa senza dignità alla idea – e ai suoi interessati propugnatori – che l’unica cosa che conta è “produrre”. È arrendersi a questo potentissimo e onnipresente drago, tanto più feroce quanto più ferito e in crisi: il consumo, il mercanteggiamento, il profitto. Come se nient’altro la comunità sociale – mediante i suoi regolamenti – riconoscesse come valore, come principio organizzativo della convivenza.

Eppure siamo dentro una crisi che viene proprio dal marcire, dall’afflosciarsi violento e opprimente della pretesa di ridurre il tempo a mercato, a denaro. Ne stiamo pagando tutti le conseguenze e vogliamo ostinatamente andare nella stessa direzione? Verso quale eliminazione dell’umano, con quale nera voluttà di cancellare il nostro vero volto? Non ci rispondano che in fondo è solo una questione di orari, di organizzazione del lavoro. Non facciano i furbi. Si fermino i burocrati e gli organizzatori che vogliono cancellare il tempo degli uomini e delle donne, in esso, come dice il Papa, «il giorno di Dio e della comunità». Sanno bene – sì, lo sanno bene – che in decisioni come queste, apparentemente neutre si giocano questioni grandi.

E non dicano, per favore, che vogliamo difendere un nostro “diritto alla santa Messa” (che non è un diritto: è la scelta di stare in un evento, Cristo presente con quelli riuniti nel suo nome). C’è una larga alleanza tra noi cristiani e forze e sigle sociali laiche che non accettano il diktat. Il tempo non del tutto venduto al produrre, al faticare, è un valore riconosciuto in ogni epoca e in ogni cultura. Eccetto che in questa, soffocante, dove ci tocca vivere, ma dove ci resta il fiato e la dignità per dire “liberiamoci”. È il nostro “sì” a una concezione veramente più ricca del vivere rispetto a quella di chi evoca e insegue l’arricchimento. Di questa loro misera idea di ricchezza – e delle loro ricette – non ci fidiamo più. Oggi ancor meno di ieri.

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