Defensor hominis

18 dicembre 2012 12:16 11 comments

di Andreas Hofer

18 dicembre 2012

costanzamiriano.com

Il Cristianesimo è sempre fuori di moda perché è sano, e tutte le mode sono insanità. (G.K. Chesterton)

Le campagne d’odio contro Benedetto XVI, come quella – l’ennesima – scatenatasi in questi giorni dopo la pubblicazione del Messaggio per la XLVI Giornata Mondiale della Pace, colpiscono sempre per la malafede e l’accanimento feroce dei suoi detrattori. Di nuovo papa Ratzinger si è rivelato, come dice il vangelo, «segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2, 34-35). E il “Matrix progressista”, attaccandolo selvaggiamente, sommergendolo sotto una coltre di velenose calunnie e interpretazioni tanto faziose quanto distorte, non ha tardato a palesare i propri pensieri. Una volta di più, sulla cattedra di Pietro si è riversato un odio furente e implacabile, frutto di un rancore sprigionatosi con tutta evidenza dagli abissi insondabili di un cuore di tenebra.

Tanto furore ha una sola spiegazione plausibile. Il Papa, è bene dirlo, affermando che la pace, in ultima istanza, trova la sua scaturigine nel riconoscimento di un ordine morale oggettivo, ricordando come essa possieda un legame costitutivo con la giustizia e la verità, ha colpito al cuore l’ideologia del Matrix e ciò è stato sufficiente a scatenarne la reazione dissennata e far sì che Benedetto XVI fosse additato come fomentatore d’odio.

Per il Matrix, che non riconosce alcuna natura umana, “bene” e “male” sono creazioni dell’uomo, e la pace è l’esito dell’assoggettamento servile all’ideologia dei detentori del potere politico. Benedetto XVI sa bene che questa è una pace mutilata e illusoria, un nuovo idolo: la pace non è il frutto dei condizionamenti di un’ideologia soggiogante ma si iscrive in una dimensione universale, la legge morale propria della natura umana. Fedele alla dottrina di san Tommaso (cfr. Summa theologiae, II-II, q. 29), la Chiesa sa come la pace non si identifichi con la concordia, vale a dire col semplice accordo delle volontà. Vi può essere infatti una “concordia nel male”, come quella che regna in una banda di malfattori uniti dal medesimo disegno criminale. Non si dà invece autentica pace, ricorda l’Aquinate, che non richieda come condizione necessaria la concordia in un bene oggettivo.

È manifesto quanto sia di vitale importanza per Benedetto XVI demolire l’idea che la pace possa nascere dall’alleanza col principio relativista, come vorrebbe invece la Matrice progressista. «Precondizione della pace – scrive il pontefice in un passo decisivo del messaggio – è lo smantellamento della dittatura del relativismo e dell’assunto di una morale totalmente autonoma, che preclude il riconoscimento dell’imprescindibile legge morale naturale scritta da Dio nella coscienza di ogni uomo» (n. 2).

 

Totalitarismo e relativismo

Pace e relativismo. Circolano facili slogan a questo proposito. Si scorda con altrettanta facilità quanto scriveva a tal riguardo George Orwell, forse il più acuto “diagnosticatore” di totalitarismi del secolo passato. L’autore di 1984 non ha avuto timore di affermare che «l’aspetto più terrificante del totalitarismo non sono le sue “atrocità”, ma il fatto che esso attacca il concetto di verità oggettiva: pretende di controllare il passato oltre che il futuro» (G. Orwell, Romanzi e saggi, a cura e con nota introduttiva di Guido Bulla, Meridiani Mondadori, Milano 2000, p. 1550).

Nel saggio The Prevention of Literature (1946) Orwell aggiungerà che il totalitarismo «a lungo termine richiede probabilmente un discredito dell’esistenza stessa della verità oggettiva» (in the long run probably demands a disbelief in the very existence of objective truth).

L’eredità di Orwell è stata accolta dal magistero pontificio. Nella Veritatis splendor veniamo avvertiti da Giovanni Paolo II che «una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia» (n. 101). Asserire che «tutto è convenzionabile, tutto è negoziabile», scriveva papa Wojtyla nella Evangelium vitae, rappresenta «l’esito nefasto di un relativismo che regna incontrastato: il “diritto” cessa di essere tale, perché non è più solidamente fondato sull’inviolabile dignità della persona, ma viene assoggettato alla volontà del più forte. In questo modo la democrazia, ad onta delle sue regole, cammina sulla strada di un sostanziale totalitarismo» (n. 20).

 

Due sistemi in conflitto

Augusto Del Noce ha osservato come il pericolo di una alleanza tra democrazia e relativismo etico fosse stato ben colto già al principio del XX secolo dal grande scrittore francese Charles Péguy. In uno dei suoi ultimi scritti, L’argent suite, vediamo Péguy intento a distinguere un «sistema pace in cui l’ordine materiale (piacere, vitalità, eccetera; o, con i termini oggi consueti, benessere, consumo, eccetera) è norma ultima di valore, e un sistema diritti dell’uomo in cui invece ha valore infinito la giustizia. L’abisso tra i due sistemi è tale che i termini cambiano radicalmente di significato, se inseriti nell’uno o nell’altro» (Augusto Del Noce, Introduzione, in Angelo Magliano, Esame di coscienza di un democratico, Rusconi, Milano 1972, pp. 9-10).

A partire dal secondo dopoguerra, proseguiva Del Noce “sistema pace” è di fatto divenuto sinonimo di “democrazia”, alterandone pesantemente il significato. Si rende perciò urgente, per riscoprire l’autentico senso del concetto stesso di democrazia, sfrondare la selva delle illusioni mistificatorie e fronteggiare una simile “adulterazione semantica”. I due sistemi, “pace” e “diritti dell’uomo”, si contrappongono infatti in maniera netta. Scrive Péguy: «Nel sistema pace, la giustizia non è nulla, se si deve acquisirla a prezzo di un disordine. Nel sistema diritti dell’uomo, l’ordine non è nulla, se si deve acquisirlo a prezzo di un’ingiustizia. […] Nel sistema pace, l’ordine vale tanto che il suo acquisto non è mai troppo caro, così che si è autorizzati a pagarlo non importa quale iniquità. Nel sistema diritti dell’uomo non vale l’ordine che occorre acquisire a prezzo di un’ingiustizia […]. Nel sistema diritti dell’uomo (e, non ho bisogno di dirlo, nel sistema cristiano), un ordine fondato sull’iniquità non è un ordine; una pace fondata sull’iniquità non è una pace» (C. Péguy, L’argent suite, in «Cahiers de la quinzaine», 9° quaderno, XIV serie, 27 aprile 1913, pp. 151-152).

 

La velenosa superstizione del soggettivismo

È nota la simpatia che Joseph Ratzinger, fin da cardinale, quando lo citò con ammirazione in un ciclo di conferenze tenuto presso l’Università di Cambridge (1988), nutre per il pensiero dello scrittore britannico C.S. Lewis, l’autore di capolavori come Le cronache di Narnia e Le lettere di Berlicche. Non è difficile capirne il motivo: Lewis in fondo ha combattuto la stessa battaglia portata avanti oggi da Benedetto XVI. Echeggia in lui l’eco dei ratzingeriani “valori non negoziabili” quando lo vediamo scagliarsi contro la messa in circolazione del «veleno del soggettivismo», uno dei vizi capitali del sistema “pace”. Con soggettivismo va intesa, scrive Lewis, la «superstizione fatale che ritiene che gli uomini possa creare valori, che una comunità possa scegliere un’ideologia, come la gente sceglie i vestiti» (C.S. Lewis, Riflessioni cristiane, tr. it., Gribaudi, Milano 1997, p. 107).

Quella mossa dalla mentalità relativista, leggiamo in The Abolition of Man (1949), è un’offensiva in piena regola contro la «dottrina del valore oggettivo» ovvero «la convinzione che taluni atteggiamenti sono realmente veri, e altri realmente falsi, in rapporto al genere di cose che noi siamo» (Idem, L’abolizione dell’uomo, tr. it., Jaca Book, Milano 1979, p. 24).

Quando giudichiamo sublime un quadro di Caravaggio, una cascata naturale o un paesaggio alpestre stiamo semplicemente registrando un nostro stato d’animo interno, un moto soggettivo, oppure riconosciamo una “verità delle cose”, una qualità che richiede da noi quella risposta? Chi segue la dottrina del valore oggettivo non ha dubbi: dire che l’opera di Caravaggio o la cascata sono sublimi equivale a dire che la nostra sensazione di stupore e ammirazione è la reazione emotiva dovuta a un valore oggettivo e reale, significa già parlare di qualcosa che oltrepassa la mera emozione soggettiva.

Per Lewis, che replica così alle obiezioni dei soggettivisti, questa è una convinzione nient’affatto “confessionale”, ma assolutamente laica e ragionevole, tanto da poter essere ravvisata in tutti i grandi pensatori e poeti dell’umanità, da Socrate a Platone, da Aristotele a Lao-Tze, da Marco Aurelio alle leggi dell’antico Egitto.

 

Ambiguità di un progresso solo tecnico-scientifico

L’imperio del relativismo condurrebbe a conseguenze esiziali qualora si imponesse in una società tecnologica come la nostra. È un luogo comune affermare che il progresso materiale delle scienze e delle applicazioni tecniche conferisca all’uomo un potere sempre crescente sulla natura. Questo è vero solo in parte. Consideriamo, argomenta Lewis, il caso di prodotti della civiltà tecnico-scientifica come l’aeroplano, la radio e i contraccettivi. Nel nostro mondo può usufruirne chiunque abbia modo di pagare. Ciò facendo però non si acquista alcun potere individuale sulla natura. Acquistare un aereo o un viaggio in aeroplano non mi rende capace di volare più di quanto pagare qualcuno per portarmi in spalla mi renda più forte.

Tutte queste cose infatti possono essere sottratte da alcuni uomini ad altri uomini. In particolare, cioè, da coloro che le vendono o permettono che siano vendute, per non parlare dei possessori dei mezzi di produzione.
Ciò mostra, dice Lewis, che «ciò che chiamiamo potere dell’Uomo è, in realtà, un potere che alcuni uomini hanno e di cui possono, o non possono, permettere ad altri uomini di servirsi. […] Da questo punto di vista, ciò che va sotto il nome di potere dell’Uomo sulla Natura risulta essere un potere esercitato da alcuni uomini sopra altri uomini con la Natura a fungere da strumento» (Ibid., pp. 58-59).

Quanto all’esempio dell’aeroplano e della radio, l’uomo può esserne tanto dipendente quanto detentore e perfino la vittima, visto che può divenire il bersaglio delle bombe come della propaganda. I contraccettivi, dal canto loro, rendono tributarie le generazioni future di un potere detenuto dalla generazione attuale. E così in tutti i campi conquistati dalla conoscenza tecno-scientifica.
Ne consegue che senza un capitale di valori morali impermeabili all’arbitrio l’uomo potenzialmente si consegna al dominio da parte di altri uomini, con conseguenze tanto più rovinose quanto più ampio e esteso sarà il potere tecnico-scientifico nelle loro mani.

Un redivivo C.S. Lewis certo non faticherebbe a riconoscere nella gender ideology propugnata oggi dal Matrix – che vuole convincerci che a poter ad essere scelta come si sceglie un vestito sia l’identità sessuale, ridotta ad attributo accidentale dell’essere umano – una consequenziale applicazione del principio soggettivista, uno stadio ulteriore, più grave e avanzato della medesima patologia.

 

In lotta contro l’abolizione dell’uomo

Senza un patrimonio di valori oggettivi trasmissibile di generazione in generazione orientare la propria esistenza si rivela impossibile, impensabile poter dare un significato a istinti ed emozioni che di per sé sono alogici.
Saranno altri a farlo per noi, secondo i dettami di una illimitata libertà mascherata da pseudo-scienza.

Questo è il sogno del Matrix progressista e di tutti gli ideologi d’ogni tempo («grandi pianificatori e condizionatori», così li apostrofa Lewis).

Alcuni, più ingenui, potranno chiedersi perché mai sia necessario supporre che costoro siano malvagi. A questa obiezione si può rispondere come fa Lewis: la vera tragedia non sta nella malvagità degli ideologi e del loro desiderio di plasmarci a misura della propria ideologia. Sta nel fatto che si tratta di «uomini che hanno sacrificato la loro parte di umanità tradizionale per dedicarsi al compito di decidere quale senso attribuire per il futuro alla parola «Umanità». «Buono» e «cattivo», applicato ad essi, sono parole senza contenuto: perché è da loro che dovrà trarsi d’ora in poi il senso di queste parole» (Ibid., p. 66).

Qualora avesse successo la costruzione di un uomo artificiale assemblato secondo un disegno ideologico, allora questi uomini privi di umanità avranno abolito l’uomo.

Non è detto, osserva di nuovo Lewis, che gli uomini “prodotti” a tavolino dagli ideologi siano uomini infelici, tutt’altro. Il guaio è che «non sono affatto uomini, ma semplici artefatti. La conquista finale dell’Uomo si è rivelata l’abolizione dell’Uomo» (Ibid., p. 67).

Così, voler conquistare l’ultimo segreto dell’uomo conduce ad abolirlo, ridurlo a semplice artefatto porta al disastro antropologico.
Per poter offrire all’uomo la salvezza soprannaturale occorre almeno che vi sia una natura umana da salvare, occorre dunque battersi, come Benedetto XVI, vero operatore di pace, contro l’abolizione dell’uomo.

Semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore, nostro amato Papa, in questa battaglia non ti mancherà il nostro sostegno.

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