Fede, impegno politico e crisi antropologica

18 dicembre 2012 12:47 46 comments

di Stefano Fontana

VIII Giornata sociale diocesana – Catania, 17 novembre 2012

 

La crisi antropologica è una crisi teologica

Vediamo innanzitutto cosa si intende per questione antropologica, una espressione ormai entrata nell’uso corrente ma che i cattolici non considerano ancora nel suo enorme peso. La questione antropologica assume un senso stretto e un senso ampio.

In senso stretto si pone da quando le biotecnologie possono disporre della identità umana. La questione antropologica si pone quando nasce Luise Brown, la prima bimba nata con fecondazione in vitro. Per la prima volta un essere umano nasceva non concepito nel corpo di una donna. Per la prima volta la relazione tra uomo e donna è diventata superflua per la generazione di una nuova vita. Sicché oggi un bambino che nasce può avere fino a sei genitori tra genitori biologici e sociali.

La separazione tra sessualità e concepimento produce la dissoluzione delle relazioni naturali, la creazione di una società composta di individui asessuati, la sostituzione della natura con la cultura.
La punta più acuta della questione antropologica è l’ideologia del gender con la pretesa di scegliere il proprio orientamento sessuale: donne e uomini non si nasce, si diventa.

Nel prossimo futuro sarà sempre più facile essere padre senza essere uomo ed essere madre senza essere donna, avere un figlio senza partorirlo, concepirlo da sola senza bisogno dell’uomo, progettare un figlio, contrattare un figlio con una donna fornitrice di utero in affitto, selezionare un figlio.

La richiesta del riconoscimento delle coppie omosessuali ha tutto questo alle spalle ed ha questo come scopo. Non ci sono associazioni che tutelano presunti diritti delle coppie di fatto eterosessuali. Ciò significa che il problema non sono i diritti dei conviventi. Questo semmai è per aprire la strada alla coppia omosessuale, il vero cambiamento epocale, perché oggi la coppia omosessuale può avere dei figli. Non si tratta nemmeno della questione di diritti degli omosessuali. Si tratta di molto di più: di una società diversa da quella che per secoli abbiamo conosciuto. Si tratta di produrre la persona in laboratorio, di sostituire la famiglia con qualcos’altro.

In senso lato la questione antropologica significa l’autolimitazione della ragione (Benedetto XVI). La ragione è retrocessa da ambiti che un tempo considerava alla sua portata e si è ridotta ad essere ragione calcolante i misurante.
L’ambito della religione e della morale vengono considerati irrazionali, non conoscibili dalla ragione, oggetto di pure scelte. Gli ambiti del matrimonio o della convivenza, della vita o della morte del concepito, del bene o del male sono considerati oggetto di opinione. Il mondo dell’irrazionale si è così allargato, non si distingue tra la religione cristiana e lo yoga. La politica è il luogo della ragione pubblica, ma in questo clima irrazionale la politica perde la guida della ragione, diventa tecnica e non riesce più a guardare al bene comune, che è un concetto etico. Sparisce il modello del bene comune e prevale l’individualismo dei desideri. Del bene comune fa parte la legge morale naturale, ma la ragione oggi si ritiene incapace di conoscerla.

Con queste osservazioni però si comprende che la questione antropologica in realtà è questione teologica. Eliminato il concetto di natura nulla più rimanderà al Creatore. Sparita la natura sparisce l’idea stessa di un Creatore. La fede cristiana non può stare senza la natura, perché allora non ci sarebbe più la natura corrotta dal peccato delle origini e non ci sarebbe più bisogno del Salvatore. Il Battesimo non donerebbe più una seconda natura e non costituirebbe più nessuna rinascita. La Grazia non avrebbe più una natura da purificare. Senza natura non c’è più legge morale naturale.

La fede cristiana ha anche bisogno della famiglia naturale. tutto il suo lessico teologico è incentrato su di essa. Se l’uomo del futuro non dovesse più fare esperienza della famiglia naturale non capirebbe più cosa voglia dire la parola padre, figlio, fratello, parole senza delle quali non c’è fede cristiana.

La lotta alla fede cristiana è stata condotta spesso direttamente contro di essa. Ma l’attacco principale è avvenuto e avviene indirettamente: corrodendo le basi naturali su cui essa si fonda. Prendiamo ancora la realtà della famiglia. Marx diceva che siccome la base della Sacra Famiglia è la famiglia terrena è quest’ultima che si deve eliminare per eliminare quella. Lo scopo ultimo delle legislazioni contro la famiglia non è sociale ma religioso. I cattolici però non sempre capiscono che difendendo la natura e la famiglia si difende la possibilità della fede cristiana.

 

Fare i conti con la secolarizzazione

Davanti a questi esiti disumani della secolarizzazione, la prima cosa da fare sia di riconsiderare la secolarizzazione stessa. La secolarizzazione doveva essere – secondo gli ottimisti – una acquisizione di autonomia del mondo dalla religione utile a purificare la stessa religione. Invece è stato un processo di eliminazione della religione cristiana dallo spazio pubblico. Eliminata però la religione dallo spazio pubblico alla secolarizzazione religiosa è seguita fatalmente la secolarizzazione etica, per cui dallo spazio pubblico ormai sono eliminati anche i grandi valori etici legati alla legge morale naturale. Pluralismo e tolleranza riguardano non più solo le fedi religiose ma anche l’adesione o meno ai principi della legge naturale. Anzi, come abbiamo visto, la corrosione di questi principi della legge morale naturale, frutto della secolarizzazione religiosa, produce a sua volta nuova secolarizzazione religiosa in quanto toglie alla religione le basi naturali perché possa essere comprensibile e ragionevole, relegandola perciò inevitabilmente nel privato, come se fosse una setta.

Senza natura umana, infatti, non è nemmeno più possibile percepire la ragionevolezza della fede cristiana, ragionevolezza è sinonimo di naturalezza. Ma si noti che inevitabilmente anche il vissuto della fede nel privato è così soggetto a secolarizzazione: come si può accettare il relativismo religioso ed etico nel campo pubblico e mantenere viva l’adesione a significati assoluti nella propria anima? Poco a poco anche la nostra vita interiore cede il passo al relativismo e si inaridisce. Non si creda che sia possibile che la religione cristiana sia relegata nel privato senza che poi anche da questo sia irrimediabilmente espulsa.

C’è stato un lungo periodo, che in alcuni tuttora dura, nel quale si pensava che la secolarizzazione fosse frutto dello stesso cristianesimo. Si diceva che le ideologie e i progetti politici della modernità erano nient’altro che il messaggio cristiano secolarizzato e quindi erano figli illegittimi del cristianesimo, illegittimi ma pur sempre figli. Da qui un sguardo benevolo sulla secolarizzazione vista come occasione positiva per il cristianesimo di purificarsi dai legami con l’ordine sociale e politico. Il cristianesimo non è una religione integralista e quindi è vero che una legittima laicità è un suo portato. Ma l’ordine sociale e politico, nella sua autonomia, dipende direttamente dalla morale e dipende indirettamente anche dalla religione in quanto non è in grado di fondarsi da sé senza diventare disumano. Si deve dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio, ma anche Cesare ha dei doveri verso Dio.

Abbiamo assistito a due aspetti della secolarizzazione che non erano stati completamente previsti. Il primo è l’esito anticristiano di questa secolarizzazione che sarebbe nata dal cristianesimo. Il secondo è che nello sviluppo della secolarizzazione c’è un punto di non ritorno, una svolta non recuperabile di abbandono senza possibilità di ritorno del rapporto con la fede cristiana. Ad un certo punto – e secondo molti analisti ciò avviene con Comte – la secolarizzazione “esce” da qualsiasi rapporto con il cristianesimo e diventa radicalmente anti-cristiana. Diventa una nuova religione. La ragione umana fuori della fede si limita a constare relazione e diventa relativismo e si impone come tale. La ragione fuori della fede diventa positivismo e il positivismo è radicalmente anticristiano.

 

L’impegno politico del cattolico

Davanti a questi scenari come si colloca l’impegno politico del cattolico? Qui siamo spesso presi da un grande sconforto. Non solo e non tanto per una certa superficialità di comportamento. Da Todi 1 e da Todi 2 non è uscito niente. Il cardinale Bagnasco aveva fatto un eccellente discorso a Todi 1 ma non è stato minimante sviluppato. Non di rado sono proprio i politici cattolici a presentare nei consigli comunali proposte di legge di istituzione dei registri delle DAT o per il riconoscimento delle coppie omosessuali. Se esamino l’arco dell’associazionismo cattolico trovo di tutto quanto ad impegno politico. Ad ogni appuntamento referendario o elettorale connesso con i principi non negoziabili ci presentiamo divisi. Alla formazione sociale e politica dedichiamo risorse spesso estemporanee. Questo è sotto gli occhi di tutti, ma non è poi questo che conta veramente. Quanto piuttosto una incertezza teologica, una confusione teologica circa il modo di guardare al mondo e al rapporto della fede della Chiesa con il mondo.

I punti decisivi mi sembrano due.

L’impegno politico del cattolico è indirizzato orizzontalmente a organizzare il bene comune sul piano naturale o è indirizzato a ordinare le cose a Dio? C’è oggi una forte spinta alla orizzontalizzazione in base ad una non ben compresa laicità. La laicità è la legittima autonomia del piano naturale rispetto al piano soprannaturale. Il piano naturale, in quanto è frutto della creazione e ordinato alla salvezza è in sé buono. Però è anche gravato dal peccato per cui non solo non è in grado di darsi e darci la salvezza ma anche non è in grado di realizzare se stesso al suo proprio livello. Il problema della laicità, e quindi della politica, è un problema squisitamente teologico: si tratta di stabilire se l’ordine naturale può fare da solo o no.

Se il bene comune abbia bisogno della fede cattolica o no.

Se il cristianesimo sia solo utile o indispensabile.

Se sia possibile risolvere la questione sociale fuori del Vangelo.

La laicità vera è quella che intende l’ordine naturale come autonomo ma non come autosufficiente. Il resto è laicità falsa.

E’ la superbia del mondo che vuole salvarsi da solo. Sono due religioni.

Oggi i cattolici in società parlano solo dell’uomo. Dopo la svolta antropologica una proposta di parte cattolica è sempre presentata come una proposta laica, adatta al mondo, su misura per l’uomo. Ma il mondo non aspetta dai cattolici solo un discorso umano. Un discorso umano è sempre “troppo umano”. Non possiamo andare sempre d’accordo col mondo. Non possiamo intervenire solo sulle questioni che nel mondo hanno il vento nelle vele come è successo sul referendum sull’acqua, trasformato in una questione dogmatica di vita o di morte mentre invece era una questione opinabilissima. In questi casi sposiamo la logica del mondo e siamo contenti quando siamo con esso in armonia.

Il secondo punto è che dobbiamo recuperare il rapporto tra impegno politico, dottrina sociale della Chiesa e totalità della dottrina cristiana. Un cattolico in politica dovrebbe essere in grado di chiarirsi cosa c’entra il dogma della Trinità nella costruzione della società, oppure se è un elemento che si può tranquillamente trascurare. Il dogma nutre la Chiesa e la Chiesa è il Corpo di Cristo nella storia, Corpo che rimane in eterno. Tra dogma e Corpo c’è una unità inscindibile, sicché il dogma non è presente solo nella coscienza del credente, ma si fa per sua natura storia e, quindi, civiltà. La Chiesa ha plasmato la civiltà cristiana occidentale con i suoi dogmi, definiti nei suoi Concili dogmatici. Ora, invece, pensiamo che sia sufficiente impegnarsi per l’uomo, la solidarietà la pace e in questo modo il nostro impegno diventa un generico umanesimo, nutrito di una incerta teologia. Ogni battaglia che ci viene presentata come “etica” la facciamo nostra. Siamo spesso incapaci di leggere dietro alle proposte altrui per scoprirne l’origine teologica e quindi spesso collaboriamo per delle cause che non sono le nostre.

 

Seguendo Benedetto XVI

Per affrontare la questione antropologica e per un nuovo impegno dei cattolici in politica bisogna ripartire da due fondamentali indicazioni di Benedetto XVI.

La prima riguarda il corretto rapporto tra ragione e fede. Si pensa che la fede coarti la ragione, la soffochi e le impedisca di essere ciò che è. Invece la fede cattolica ha una pretesa che è fonte non di superbia ma di umiltà.
La pretesa consiste nell’illuminare la ragione, purificarla, correggerla, ma non per coartarla, bensì per sollevarla ad essere se stessa fino in fondo. La fede vuole che la ragione non perda fiducia in sé e nelle sue capacità, le tiri fuori tutte non vedendo ad interessi di parte. Ciò vale anche per la ragione politica. La Dottrina sociale della Chiesa trasmette alla politica la luce del Vangelo non per soffocarla bensì per liberarla, perché sia maggiormente se stessa. Le mostra un bene comune che è molto più ampio del semplice benessere e gli dice che è alla sua portata. In questa fase di disillusione e di smarrimento la fede dice alla ragione politica – senza cessare di essere tale e senza diventare religione o antireligione – di riprendersi, di ricominciare la pensare in grande, senza riduzionismi.

Umile, poi, perché? Perché la proposta della fede cattolica accetta con ciò di essere valutata dalla ragione dato che ha la pretesa di essere ragionevole. La Dottrina sociale della Chiesa ha l’umiltà di essere posta davanti a politici, imprenditori, sindacalisti per essere valutata con criteri razionali. Se essa è ragionevole vuol dire che dà un messaggio conforme alla vera natura umana e allora la ragione umana questo lo può verificare. Certo che se la ragione si è talmente ristretta da perdere il concetto stesso di natura umana ciò non è possibile.

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46 Comments

  • Salvatore Scargiali

    Gli individui sono tutti diversi, pezzi unici, la maggioranza ha tendenze eterosessuali e desiderio di procreazione. Questa maggioranza può contarsi, con varie gradazioni e natura, in circa l’80% della popolazione mondiale. Il matrimonio tradizionale e l’antropologia tradizionale non è in pericolo.(Le statistiche parlano di circa un 9% di omosessuali un 1% che non sente attrazioni sessuali ed un 9% che per varie cause, dalle più nobili alle più perverse, non ha vocazione matrimoniale). I figli in qualsiasi modo concepiti sono figli di Dio e hanno diritto a tutto il rispetto che una qualunque persona umana possiede. L’uomo è le relazioni che ha, egli assume valore sovrannaturale nel rapporto con Dio, nel riconoscersi figlio di Dio, nel credere nella vita eterna. Una buona novella che si sostiene sulla virtù della Speranza, tutti i timori che vengono espressi nell’articolo sono indice di poca Fede e di disconoscimento del valore dell’uomo. Il fondamento dell’esistenza è la dignità della Persona. Ognuno ha un valore, ognuno deve ricercare il proprio carisma metterlo a frutto per se e per gli altri in armoniosa sinergia. La famiglia è il luogo dove primariamente ognuno esprime la propria relazione ma è un valore secondario rispetto alla persona e alla relazione stessa. Non si può anteporre la famiglia alla persona e imporre una struttura relazionale alla persona. Se fosse il contrario, e la “famiglia tradizionale” fosse il fondamento dell’esistenza, non dovrebbero esserci, ad esempio, vocazioni sacerdotali né altri carismi al di fuori dello schema. Non cristallizzerei la famiglia come solo quella procreativa, non è più oggi, e sottolineo oggi, la priorità antropologica più sentita, siamo 7 miliardi sulla terra. La famiglia è definita come gruppo di individui che uniti da legami affettivi e di convivenza costruiscono sinergicamente un gruppo economicamente più forte della somma dei singoli individui , la famiglia inoltre assicura conforto, aiuto morale e fisico ai componenti del gruppo. Non disdegnerei questa realtà qualunque fosse la natura dei componenti.

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