Il papa ribadisce il no alla tecnocrazia

26 dicembre 2012 11:12 28 comments

di Massimo Introvigne

05-12-2012

La Nuova Bussola Quotidiana

È sfuggito a molti, ma nel discorso del 3 dicembre 2012 alla plenaria del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace Benedetto XVI è personalmente intervenuto per spiegare, precisare e in parte correggere un controverso documento di quel dicastero.

Si tratta del testo del 24 ottobre 2011 “Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale” che, a credere ai vaticanisti, aveva a suo tempo suscitato riserve nello stesso cardinale Tarcisio Bertone, dando origine alla disposizione che invitava da allora in poi tutti i dicasteri pontifici a sottoporre i loro documenti alla Segreteria di Stato prima della pubblicazione.

Il Pontefice – sia nell’enciclica Caritas in veritate sia in discorsi successivi – denuncia la tecnocrazia, il prevalere di tecnici che non rispondono né agli elettori né al bene comune ma fondano il loro potere sulla pretesa di un sapere superiore, come uno dei grandi pericoli del nostro tempo. I critici del documento del Pontificio Consiglio si sono chiesti se l’autorità mondiale – di cui quel testo parla con precisazioni perfino troppo numerose, mentre la stessa autorità era stata evocata nella Caritas in veritate in linea generale e senza dettagli - non rischi di risolversi nell’ennesimo potere tecnocratico anonimo, che decide sfuggendo a ogni controllo dei cittadini.

L’idea di un governo mondiale dell’economia nasce dall’enciclica Pacem in terris del beato Papa Giovanni XXIII (1881-1963) dell’11 aprile 1963, di cui – ha ricordato il Papa – fra qualche mese si celebrerà il cinquantenario. Benedetto XVI inquadra il tema partendo dall’idea che la dottrina sociale «è parte integrante della missione evangelizzatrice della Chiesa», e va pure considerata «importante per la nuova evangelizzazione». La Pacem in terris, spiega il Pontefice, c’insegna che diventando cristiani accettiamo un’antropologia «contrassegnata dalla trascendenza, in senso sia orizzontale sia verticale. Dall’antropologia integrale, che deriva dalla Rivelazione e dall’esercizio della ragione naturale, dipendono la fondazione e il significato dei diritti e dei doveri umani». Questa nozione della Pacem in terris è importante, perché si risolve in una riaffermazione del diritto naturale. «I diritti e i doveri, infatti, non hanno come unico ed esclusivo fondamento la coscienza sociale dei popoli, ma dipendono primariamente dalla legge morale naturale, inscritta da Dio nella coscienza di ogni persona, e quindi in ultima istanza dalla verità sull’uomo e sulla società».

Se non si cerca il fondamento dei diritti umani nel diritto naturale, prosegue Benedetto XVI, si rischiano insieme una deriva relativista e una tecnocratica. «Sebbene la difesa dei diritti abbia fatto grandi progressi nel nostro tempo, la cultura odierna, caratterizzata, tra l’altro, da un individualismo utilitarista e un economicismo tecnocratico, tende a svalutare la persona. Questa viene concepita come un essere “fluido”, senza consistenza permanente. Nonostante sia immerso in una rete infinita di relazioni e di comunicazioni, l’uomo di oggi paradossalmente appare spesso un essere isolato, perché indifferente rispetto al rapporto costitutivo del suo essere, che è la radice di tutti gli altri rapporti, quello con Dio».

La tecnocrazia considera l’uomo «in chiave prevalentemente biologica o come “capitale umano”, “risorsa”, parte di un ingranaggio produttivo e finanziario che lo sovrasta». Si parla molto dei diritti della persona ma nel contempo, all’interno dell’orizzonte culturale tecnocratico, si affermano «nuove ideologie – come quella edonistica ed egoistica dei diritti sessuali e riproduttivi o quella di un capitalismo finanziario sregolato che prevarica sulla politica e destruttura l’economia reale , le quali negano la trascendenza della persona umana.

La dottrina sociale della Chiesa deve dunque mirare oggi «a detronizzare gli idoli moderni, a sostituire l’individualismo, il consumismo materialista e la tecnocrazia, con la cultura della fraternità e della gratuità, dell’amore solidale». Solo in questo contesto si comprende l’idea di un’autorità mondiale della Pacem in terris. «Il beato Papa Giovanni XXIII - afferma Benedetto XVI – ha motivato l’impegno per la costruzione di una comunità mondiale, con una corrispondente autorità, proprio muovendo dall’amore, e precisamente dall’amore per il bene comune della famiglia umana». Occorre leggere le parole esatte della Pacem in terris: «Esiste un rapporto intrinseco fra i contenuti storici del bene comune da una parte e la configurazione dei Poteri pubblici dall’altra. L’ordine morale, cioè, come esige l’autorità pubblica nella convivenza per l’attuazione del bene comune, di conseguenza esige pure che l’autorità a tale scopo sia efficiente» (n. 71).

Con parole in cui si può vedere, se non una pubblica correzione, almeno una precisazione del documento del Pontificio Consiglio, Benedetto XVI afferma che «la Chiesa non ha certo il compito di suggerire, dal punto di vista giuridico e politico, la configurazione concreta di un tale ordinamento internazionale»: si limita a offrire uno spunto di riflessione generale. E «nella riflessione, comunque, è da tenere presente che non si dovrebbe immaginare un superpotere, concentrato nelle mani di pochi, che dominerebbe su tutti i popoli, sfruttando i più deboli, ma che qualunque autorità deve essere intesa, anzitutto, come forza morale, facoltà di influire secondo ragione (cfr Pacem in terris, 27), ossia come autorità partecipata, limitata per competenza e dal diritto».

Il «superpotere» sarebbe in effetti una nuova manifestazione della tecnocrazia, che la Chiesa non intende certamente favorire. Un’autorità internazionale limitata «dal diritto» nella sua «competenza» ad alcune materie, e intesa più come autorità «morale» che come governo, potrebbe invece aiutare a evitare derive pericolose che, specie in campo finanziario, sono alle radici della crisi attuale. Si può immaginare, per esempio, che – se fosse esistita – qualche anno fa avrebbe potuto autorevolmente mettere in guardia contro prodotti finanziari speculativi venduti sui mercati internazionali e privi di un vero rapporto con l’economia reale.

Con questo intervento del Papa, le polemiche sul documento del 24 ottobre 2011 potrebbero essere chiuse. Mentre non è chiusa la riflessione su chi davvero comanda nell’economia mondiale, e su quali autorità nazionali o internazionali potrebbero mettere argine alle pretese tecnocratiche: stando bene attente, però, a non crearne di nuove.

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