Stragi di Cristiani nel mondo, un’emergenza dimenticata

30 dicembre 2012 09:31 30 comments

di Vittorio Messori

28 dicembre 2012

Corriere della Sera

Vi furono reazioni di incredulità se non di rifiuto nel 2011, quando il sociologo Massimo Introvigne, in un convegno internazionale a Budapest organizzato della Comunità Europea, ricordò che in media, ogni anno, erano oltre 100.000 i cristiani di ogni confessione uccisi nel mondo per la loro fede. Introvigne parlava come rappresentante italiano dell’Osce, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, ma anche come esperto tra i più autorevoli, in quanto fondatore e direttore del Cesnur, il Centro Studi sulle Nuove Religioni, e autore di molti studi scientifici.

A coloro che lo contestavano, Introvigne replicò con il consueto scrupolo accademico, indicando le fonti inoppugnabili da cui risultava che, se la cifra era sbagliata, era perché in difetto. Per prudenza, lo studioso torinese aveva in effetti diminuito il numero delle vittime che, secondo alcuni istituti di ricerca, è in realtà maggiore. Al termine della confutazione di coloro che respingevano le sue cifre osservava: “In queste reazioni di rifiuto c’è già di per sé una lezione: si sottovaluta talmente il problema dei cristiani perseguitati che i numeri – quando sono esattamente citati, in tutto il loro orrore – a molti europei ed americani sembrano incredibili.”

Pochi giorni fa, in occasione della ricorrenza di santo Stefano, “protomartire“, cioè primo martire cristiano, lapidato dagli ebrei di Gerusalemme perché annunciava la risurrezione di Gesù, Introvigne ha ricordato dai microfoni della Radio Vaticana i dati per l’anno che sta finendo: 105.000 morti, uno ogni cinque minuti. Stando alle ricerche più sicure, il 10 per cento dei due miliardi di cristiani – dunque 200 milioni di persone, quasi tutte in Africa e in Asia – soffrono a causa della loro religione.

In tal modo, ha continuato Introvigne, ora responsabile dell’Osservatorio sulla libertà religiosa presso il Ministero degli Esteri, “la persecuzione dei cristiani è oggi  la prima emergenza mondiale in materia di violenza e discriminazione religiosa. Non vi è alcun altra fede che sia così combattuta, sino al tentativo di genocidio in massa dei suoi aderenti.”

In Europa e in America si continua a rimproverare ai credenti, soprattutto ai cattolici, un passato remoto di inquisizioni, di intolleranza, di crociate, di censure: nel frattempo (al di là del carattere antistorico di molte di queste accuse) si stenta a credere che oggi proprio la semplice fede nel Vangelo possa essere causa di rischio troppo spesso mortale. E oggi il Papa è praticamente solo a denunciare la mancanza di libertà religiosa difendendo non solo i cristiani ma i credenti in qualunque fede.
“Questa libertà” ha ripetuto anche di recente Benedetto XVI , seguendo le orme del suo predecessore “non riguarda certo ogni cristiano ma ogni uomo, è un diritto che va riconosciuto come diritto naturale, quale che sia la propria prospettiva religiosa”.

Il papa ha ricordato che molti Paesi, soprattutto musulmani, si difendono dalle accuse sostenendo che da loro è riconosciuta libertà di culto. Ma libertà vera non c’è, replica Benedetto XVI, quando ai cristiani è permesso soltanto di celebrare le loro liturgie nel chiuso delle chiese (in Arabia Saudita anche questo è proibito) mentre è rigorosamente vietato manifestare in pubblico la propria fede. Non c’è libertà quando il mostrare una croce sul tetto di una chiesa o appesa a una collanina significa essere aggrediti e, spesso arrestati. Non c’è di certo libertà quando si arriva addirittura alla pena di morte per coloro che scegliessero il battesimo, in contrasto con la religione di stato.

Tre sono oggi gli “ambienti“ principali di persecuzione. Vi è quanto resta di comunismo (o presunto tale): in Cina, dove la sola militanza a stento tollerata è quella nella Chiesa “patriottica“, cioè quella creata e sorvegliata dal regime, che nomina persino i vescovi; nella Corea del Nord che , stando agli osservatori, “è probabilmente in assoluto il luogo dove è più pericoloso dirsi cristiani”; a Cuba, dove il castrismo ormai moribondo alterna momenti di tolleranza e di intolleranza.
Vi sono poi i nazionalismi etnici, le tradizioni “razziali“ che suscitano periodiche esplosioni di furore persecutorio proprio tra coloro che, stando alla “leggenda rosa“ occidentale, sarebbero campioni di tolleranza e di accoglienza: induisti e buddisti.

Infine, vi è l’oceano islamico che circonda i tropici, dove le rare zone di relativa tranquillità e di quasi eguaglianza per i cristiani sono state cancellate dalla rinascita di un estremismo che (spesso con l’aiuto di Europa ed Usa: vedasi Medio Oriente e Africa del Nord) ha travolto governi e culture che tentavano di mettere in atto una lettura del Corano più pacifica e aperta.
Un’altra zona di persecuzione sanguinaria dovrebbe essere aggiunta: l’Africa nera, dove le autorità statali sono spesso evanescenti e impotenti, travolte da un caos di continui scontri tra tribù ed etnie e dove la caccia al cristiano è tra i passatempi preferiti da bande di irregolari, di predoni, di discepoli fanatici di stregoni.

Rimedi ? Ben difficile, forse impossibile suggerirne, vista la vastità, la profondità e insieme la diversità di ciò che istiga all’odio e alla strage nei confronti di chi crede nel Vangelo. Va comunque osservato che ormai da più di due secoli i cristiani si trovano solo e sempre dalla parte dei perseguitati, mai da quella dei persecutori.

Va pur detto, con la necessaria umiltà e, insieme, con verità: in tanta tragedia è, questo, un segno di nobiltà spirituale. Nessuno che opprima o uccida potrà mai trovare una istigazione o una approvazione nel vangelo.

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