La lunga guerra contro la famiglia

9 febbraio 2013 19:50 2.549 comments

Di Ryan N. S. Topping

Crisis Magazine.com, 30 gennaio 2013

Traduzione in italiano di d. Giorgio Rizzieri

diocesiportosantarufina.it

Parte Prima

“È giusto oggi suonare l’allarme, ma bisogna recuperare la memoria dei motivi per cui la famiglia tradizionale si è persa per strada”

L’élite della cultura progressista ha una lunga storia di pregiudizi contro la famiglia che, se non contrastati, porteranno alla sua rovina. Fra tanti, ne cito tre:

1) l’affermazione che il matrimonio renda gli uomini e le donne meno liberi;

2) il presupposto che i figli siano un peso;

3) lo slogan che la differenziazione sessuale sia una finzione.

Queste tre idee rappresentano, per così dire, tre ondate del movimento anti-famiglia degli ultimi 150 anni. La prima ondata viene dalla teoria marxista; la seconda da quella eugenetica; e la terza è il frutto dei recenti teorici del “gender”.

I conservatori sociali fin troppo si interpongono con la sinistra progressista. Ci meravigliamo dell’aborto; ci preoccupiamo del divorzio; ci stupiamo dell’ascesa della lobby omosessuale. È giusto suonare l’allarme. Ma ancor prima di scendere in campo, se mai la famiglia potrà riottenere la sua posizione naturale di preminenza, i conservatori devono recuperare la memoria del modo in cui la “famiglia tradizionale” si sia smarrita per strada. In questo e nei due articoli successivi, vorrei analizzare le tre fasi della lunga guerra contro la famiglia, per dare alla fine una breve risposta che spero utile. Iniziamo con il contributo marxista.

Comune a Marx ed Engels è la convinzione che i rapporti sociali non caratterizzati da una stretta uguaglianza materiale, siano ingiusti. Friedrich Engels, collaboratore di Marx, nel suo libro che ebbe grande influsso “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” (1884), attaccò la famiglia come cellula originaria di ineguaglianza e schiavitù. L’uomo, insieme al suo primo desiderio di avere una proprietà – l’equivalente marxista del peccato originale – desiderò anche assicurarne la trasmissione alla sua posterità. Secondo Engels, tale istintualità è ciò che dà origine alla monogamia. Chi è proprietario di terre vuole eredi legittimi. Nel matrimonio, pertanto, la donna appartiene all’uomo semplicemente “come strumento per la produzione di figli”. Nella visione di Engels, la schiavitù della donna cesserà quando, ovviamente come tutte le ineguaglianze, il mezzo di produzione sarà trasferito dalla proprietà privata allo Stato. Se non vi sarà più alcun diritto alla proprietà privata e alla possibilità di trasmettere un’eredità, non ci sarà più bisogno di identificare i discendenti. Se le condizioni economiche che diedero origine al matrimonio cesseranno, cesserà anche il matrimonio. Alla fine della storia, il sesso sarà di nuovo affrancato.

Engels prevedeva che l’imminente rivoluzione avrebbe dato un colpo mortale alla famiglia e alla moralità sessuale borghese che la sostiene. Nel futuro socialista, “la famiglia singola cessa di essere il nucleo economico della società”, che vedrà “la crescita graduale del rapporto sessuale libero”. Evidentemente, non è stato Freud il primo ad affermare che ciò che guida le persone è il sesso. Per quanto difettosa fosse la sua teoria, Engels vedeva lontano almeno per le sue ramificazioni: se il socialismo avanza, la famiglia recede. Se il compito di allevare i figli, assistere gli anziani e guadagnarsi la vita sarà assorbito dallo Stato, ci saranno sempre meno ragioni perché un uomo e una donna formino un vincolo durevole.

Nei miei viaggi nei Paesi ex-comunisti, sono rimasto colpito da quanto vicino ai metodi comunisti sia il nostro modo di educare i figli. C’è una differenza, però: sotto il comunismo, milioni di madri erano obbligate a lavorare fuori casa e collocare i figli nelle istituzioni statali. Nel mondo libero, molti di noi fanno lo stesso per propria scelta. Quando bambini fin dall’età di tre anni mangiano più volte con estranei, non sorprende che per i genitori diventi difficile esigere un livello di obbedienza che un tempo era dato per scontato. Più che di “tempi di qualità” i bambini hanno bisogno di tempi di quantità, e quando la famiglia è latitante, i bambini trasferiscono la loro fiducia altrove, generalmente verso i loro pari.

Ragazzi e ragazze esposti fin dalla più tenera età alle istituzioni statali diventano facile preda di ciò che è stata definita “cultura giovanile”, quella somma cioè di musica da discoteca, vestiti costosi, e divertimenti grossolani, predisposti da aziende commerciali per fornirsi di un facile mercato. Quando la mamma è al lavoro, diventa ancora più difficile fare i genitori. Infatti, richieste di lavoro possono giungere gratificanti se affiancano la genitorialità. Per tantissimi genitori, i sacrifici a casa sembrano offrire una magra ricompensa. Certo, alcune giovani madri non hanno altra scelta che lavorare fuori casa; ma la necessità non è la norma. Il focolare domestico non deve essere un terminale di autobus dove si trovano le coincidenze per altre destinazioni. La famiglia deve tornare ad essere un centro di “attività” di valore. Formazione, lavoro, preghiera, nutrimento e gioco sono funzioni essenziali che competono alla famiglia vera e propria. Se si ridarà forza ad ogni nucleo familiare, esso sarà capace di fare a meno di agenzie esterne alle quali erano state trasferite le sue attività.

Papa Leone XIII, scrivendo la “Rerum Novarum” (1891) una generazione dopo Marx ed Engels, si rendeva conto di ciò che era in gioco nella lotta contro il socialismo. L’enciclica infatti aveva a cuore non solo i diritti del lavoratore ma anche la sopravvivenza della famiglia. Ambedue hanno diritti che sono fondati nella natura e perfezionati dalla Rivelazione: “Ecco pertanto la famiglia, ossia la società domestica, società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società!” (Rerum Novarum, n.9). Occorre che le coppie si ribellino al pericolo presente che minaccia la loro felicità. Uguaglianza e complementarietà possono infatti coesistere in buona armonia. Per il cristiano, l’uguaglianza non si riduce affatto (come sostiene il marxismo) a parità di salario e a pari opportunità per la libertà sessuale. In questa prima ondata di attacco alla famiglia, qualsiasi segno di mutua interdipendenza era visto come una minaccia alla libertà. Per chi lavora contro la famiglia, la sottomissione a un contratto esclusivo sarebbe un sacrificio per la propria autonomia. Come sentenziava Simone de Beauvoir, nel matrimonio, “marito e moglie insieme subiscono l’oppressione di una istituzione che essi non hanno creato”.

Va da sé che la vera oppressione di cui uomini e donne soffrono di più non è la realtà del matrimonio, ma la realtà delle promesse non mantenute. Anche i soli indici molto prosaici di ricchezza, salute e felicità dichiarata lo dimostrano. Le donne, come gli uomini, sono più serene nel matrimonio. Sono meno colpite dalla depressione, più sicure finanziariamente e sperimentano un’intimità più appagante. Anche oggi, dopo decenni di aggressione all’ideale della famiglia nucleare, solo l’8% delle donne dice di non volersi sposare. Tanto basta per la prima ondata anti-famiglia.
Anche la seconda ondata ha accettato il presupposto marxista che la giustizia esigerebbe una stretta uguaglianza materiale, ma l’attenzione qui dagli uomini passerà ai bambini.

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Parte Seconda

Anche la seconda ondata accettò il presupposto marxista secondo il quale la giustizia esigerebbe una stretta uguaglianza materiale, puntando questa volta il dito non contro gli uomini ma contro i bambini. Se le donne hanno voglia di fare sesso, così si esprimevano, non devono essere castigate da figli non desiderati.

La contraccezione artificiale, per la maggior parte, era considerata come il primo bastione di difesa, ma fin dall’inizio l’aborto è stato sempre visto come alternativa. La connessione fra contraccezione, uguaglianza economica e accesso all’aborto fu resa manifesta nel 1992 dalla Corte Suprema degli Stati Uniti che giudicava sulla disputa tra Planned Parenthood contro Casey. Il suo giudizio confermò la sentenza precedente del 1973 in favore dell’aborto riguardante la disputa Roe contro Wade, con queste memorabili parole: “La limitazione della norma di Roe sul potere dello Stato non può essere ripudiata senza causare serie disuguaglianze su coloro che, in venti anni di sviluppi economici e sociali, hanno stabilito relazioni intime e hanno fatto delle scelte che definiscono se stesse e il loro posto nella società, confidando nella disponibilità dell’aborto nel caso in cui la contraccezione non funzionasse. La capacità delle donne di partecipare in modo paritario alla vita sociale ed economica della Nazione, è ora facilitata dalla loro capacità di controllare la propria vita riproduttiva”.

La tolleranza verso l’aborto legalizzato è la conseguenza più grave, una volta accettata la contraccezione, ma non è l’unica. Nel 1930 fu la Comunione anglicana il primo gruppo cristiano ad approvare l’uso della contraccezione artificiale. L’ex Arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, osservava che dire di sì al profilattico significa perdere il diritto a condannare la sodomia. Separate il sesso dalla procreazione, e le unioni omosessuali diventeranno equivalenti a quelle eterosessuali. Affermava ancora Williams: “In una Chiesa che accetta la legittimità della contraccezione, la condanna assoluta delle relazioni d’intimità fra persone dello stesso sesso si deve basare o su un astratta tesi fondamentalista con il supporto di alcuni testi biblici molto ambigui, o su una teoria non scritturistica e problematica sulla complementarietà naturale, applicata rigidamente e cinicamente alla differenziazione fisica senza rispettare le strutture psicologiche”.

La logica dell’arcivescovo anglicano è sana, certo nella misura in cui si accetta il presupposto. In una Chiesa che accetta la contraccezione, censurare poi le unioni gay appare arbitrario. La Chiesa cattolica è rimasta l’unica Confessione cristiana a respingere in modo inequivocabile la contraccezione artificiale, ma prima del 1930 tutte le Confessioni cristiane – e molti altri gruppi religiosi – la condannavano come un insulto alla dignità umana. La sterilizzazione temporanea o permanente delle donne o di un uomo sano non soltanto degrada l’atto coniugale, ma mina la stessa unione sponsale.

Lo aveva intuito il Mahatma Gandhi nel 1925, quando ammonì: “Faccio appello ai promotori dei metodi artificiali per il controllo delle nascite, di considerare bene le conseguenze. Un uso generalizzato di quei metodi potrebbe portare alla dissoluzione del vincolo matrimoniale”.

Comunque sia, il movimento eugenista e di anti-natalità reso popolare da Margaret Sanger (1879-1966) e portato avanti da “Planned Parenthood” ha avuto un tale successo che ci vorrà un grande impegno per risvegliare l’immaginazione dei giovani verso un mondo in cui i figli non siano visti come un peso sociale ed economico. Quale riparazione sarà necessaria per l’olocausto dei nostri piccoli è difficile da immaginare. Oltre all’indurimento delle nostre coscienze, cominciamo solo ora a soffrire il costo sociale delle uccisioni. L’Europa è entrata nel suo inverno demografico; e quello che la Cina sperimenterà quando sentirà tutto l’effetto della soppressione di un’intera generazione di bambine, è difficile da immaginare. Prima si sono presi di mira gli uomini, poi i bambini, e oggi la terza ondata dell’assalto alla famiglia mira direttamente alle donne.

È da questa terza ondata che si gridano ai quattro venti le pretese più bizzarre sui sessi, la più bizzarra delle quali è che il sesso sarebbe illusorio. È ormai da una generazione che le matricole universitarie hanno imparato ad ammiccare furbescamente quando veniva loro detto che “gender” è una costruzione sociale. Il termine “gender” si riferisce a una identità sociale. Ma solo le parole hanno un genere (gender) maschile, femminile o perfino neutro: gli esseri umani sono di sesso maschile o femminile. Le femministe (e molti cristiani) sostenevano il suffragio femminile motivandolo col fatto che uomini e donne condividono una comune natura. Ora sostengono una irrazionalità distintamente femminile ed implicitamente negano una comune natura umana.

A questo riguardo, il movimento femminista ha percorso un lungo cammino da quando Mary Wollstonecraft scrisse “I diritti delle donne” (1792). In generale, le femministe oggi hanno riposizionato la base delle loro rivendicazioni per seguire le ultime mode della filosofia postmoderna. Infatti, la studiosa molto acclamata Luce Irigaray difende lo status privilegiato delle donne non sul fondamento della ragione, ma sulla base della sua negazione. Per citare solo un esempio, leggiamo dal suo libro “Il sesso che non è un sesso”: “Le parole della donna sono contraddittorie, quasi folli dal punto di vista della ragione, inudibili per chi le ascolta con schemi precostituiti, con un codice pienamente elaborato in mano”. Qualunque cosa l’autrice volesse affermare, sembra negare alle donne di far parte della comune razionalità. È una vera disgrazia. Prima di tutto, se non si partecipa della ragione, c’è poco su cui basare il principio di uguaglianza dei sessi. Come pure, affermare che le donne partecipano con “razionalità” differenti, può servire solo a far diminuire la felicità delle donne, dal momento che la maggior parte di esse desidera condividere una qualche sorta di amicizia con gli uomini. Un mondo in cui uomini e donne non condividono una ragione universale può forse far sentire a loro agio alcune lesbiche, ma sarebbe un mondo molto più piccolo da godere, senza amicizia preziosa tra sorelle e fratelli, tra mogli e mariti, tra le madri e i loro figli (Irigaray almeno sembra credere che una donna sia più felice fuori dalla famiglia). A Irigaray non piace essere classificata con le etichette preconfezionate di identità etero-omo o transessuali, per cui propone quella che chiama “la sensualità polimorfa”. Vuol dire che non si potranno più costruire toilettes per uomini e per donne.

Se l’ideologia del gender fosse accettata, non solo non ci saranno più spogliatoi, ma non ci sarà nemmeno la famiglia. Cristiani, ebrei, musulmani e conservatori hanno concesso fin troppa tolleranza verso gli ingegneri del gender. Come Papa Benedetto XVI ha osservato nel suo discorso per gli auguri natalizi alla Curia Romana (21 dicembre 2012), la stessa nozione di famiglia e la sicurezza dei figli è a rischio: “Se non esiste la dualità di maschio e femmina come dato della creazione, allora non esiste più la famiglia come realtà prestabilita della creazione. Ma in tal caso anche la prole ha perso il luogo che finora le spettava e la particolare dignità che le è propria”.

Come reagiremo a queste ondate? Come possiamo riparare i danni fatti da questa lunga guerra contro la famiglia? Nell’ultima parte di questa riflessione offrirò alcuni suggerimenti.

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Parte Terza

Nelle due parti precedenti, ho ricordato le tre ondate di attacco alla famiglia:

1) l’affermazione che il matrimonio è una schiavitù,

2) che i figli sono un peso, e

3) che la differenza sessuale è una finzione.

Come rispondere? Vorrei concludere la nostra breve rassegna riflettendo non tanto su un tipo di azione da intraprendere, quanto su come possiamo noi rinnovare il nostro modo di pensare.
Innanzi tutto, qual è la causa dell’attacco contemporaneo alla famiglia? Frequentemente alla radice di questi attacchi sta una corruzione di ciò che il Beato Giovanni Paolo II chiamava “l’idea e l’esperienza della libertà”. Nell’analisi del Papa, alla radice di tali idee e istituzioni sociali ed economiche che le sostengono, vi è un concetto di libertà concepita non come la capacità di realizzare la verità, “ma come autonoma forza di affermazione per il proprio egoistico benessere” (Familiaris Consortio n.6). Viceversa, al posto di tale concetto, attraverso discipline e forme adatte alla famiglia, l’uomo e la donna uniti in matrimonio sono chiamati a impersonare l’amore di donazione di Cristo. Non vi è testimonianza più attraente dell’amore di donazione che una famiglia in preghiera.

In secondo luogo, i cristiani devono ripensare il concetto di uguaglianza, cominciando con la sua unità di misura. Ovviamente, l’uguaglianza non consiste nell’abbassare l’altezza degli uomini o aumentare il peso delle donne. L’eguaglianza si misura generalmente con il voto, con il salario e con un suo aumento – in altre parole, in base a criteri politici ed economici. Anche accettando per il momento una concezione strettamente materialistica di eguaglianza, è da molto tempo che si è passati da un’eguaglianza di opportunità a una necessità pratica di conformità. Per i cattolici, andando ben oltre Marx, la felicità non si misura principalmente con i dollari e i centesimi. La virtù è una valuta assai più stabile. È proprio vero che le maggior parte delle donne è più felice in ufficio che a casa? Dati gli esiti avvelenati di ingegneria sociale ora evidenti, vi sono già prove sotto gli occhi di tutti che il perseguimento di uguaglianza astratta va contro la felicità di entrambi i sessi, e contro i nostri figli. È degno di nota il fatto che le donne continuano a dire che la loro massima soddisfazione non è il lavoro fuori casa. Lo dicono soprattutto le donne con figli. In un recente sondaggio, alla domanda di quale sia la fonte più importante di realizzazione per le madri con figli minorenni, il 51% ha indicato il rapporto con i figli, il 29% il rapporto con il marito legittimo o di fatto, mentre solo l’1% ha citato il lavoro o la carriera. Come si è potuti giungere alla convinzione che le donne non si realizzano in casa? La catechesi agli adolescenti e i corsi pre-matrimoniali dovrebbero passare all’offensiva in questo campo.

In tutto il XX secolo c’è stato un rinnovamento del modo di pensare alla vocazione della famiglia, compreso il pensare al ruolo delle donne. Il Beato Giovanni Paolo II notava che, se un allargamento di accesso ai compiti pubblici è per certi aspetti una vera conquista, dall’altra parte non è senza sconfitte. In tutti gli scritti di Giovanni Paolo II, dalla Lettera Apostolica “Mulieris Dignitatem” alla “Lettera alle Famiglie”, egli sottolinea che uomini e donne giungeranno alla loro vera statura solo mediante l’amore del dono sincero di sé. Nelle donne, tale dono di sé si attua in modo distinto nel crescere un figlio. Per questo, la maternità (che si può esprimere anche verso figli spirituali) deve essere onorata anche al di là dei preziosi contributi che si decidono negli ambiti politici ed economici (Mulieris Dignitatem n.18). Purtroppo oggi il ruolo materno è così deriso che molti non ritengono desiderabile o possibile dedicarsi alla famiglia a casa. Una società in cui il governo rende facile il divorzio e rende dura alle mamme di stare a casa, non è una società che progredisce ma che muore. Il Beato Giovanni Paolo II diceva al riguardo che “la società deve strutturarsi in maniera tale che le spose e le madri non siano di fatto costrette a lavorare fuori casa” (Familiaris Consortio n.23).

Non è una speranza irrealistica. Si può smettere di fare leggi che penalizzano le donne che stanno a casa. Per cominciare: una maggiore riduzione delle tasse nazionali e comunali ridirette a famiglie con figli a carico; norme urbanistiche potrebbero consentire un uso maggiore della casa come luogo di lavoro; le famiglie che fanno scuola a casa potrebbero essere alleggerite del carico fiscale sulla proprietà, e via dicendo. Ciò che importa di più è che le donne e i mariti riscoprano la bellezza della maternità. Recentemente, una coppia di mia conoscenza chiese consiglio al proprio pastore anglicano se dovessero o no cercare di concepire un terzo figlio. Il pastore li incoraggiò e disse che, nel suo ministero, aveva consigliato tanti genitori che si lamentavano di non avere un numero maggiore di figli, ma mai aveva incontrato una coppia che pensasse di averne avuti troppi. Certo, quando ambedue i genitori sulla trentina sono impegnati a fare carriera a tempo pieno, scende il numero delle coppie che desiderano figli. Ma i figli sono una benedizione; accoglierli esige un adeguamento delle nostre abitudini di spesa. Se veramente crediamo che allevare dei figli sia un compito più nobile che accumulare ricchezza, allora le giovani coppie sposate dovranno ridimensionare le proprie aspettative economiche. In breve, i cattolici devono tornare a riapprezzare non solo il matrimonio tradizionale, ma anche l’apertura verso molti figli. Il progresso umano non solo richiede una economia sana e una società stabile, ma richiede anche amore. E non esiste modo migliore di imparare ad amare che in una famiglia aperta alla vita.

Le famiglie numerose favoriscono la santità, per varie ragioni. Per i genitori, eccone tre: dormono meno, spendono di più e lavorano di più. Tre buone ragioni, qualcuno potrebbe dire, per evitare di proposito i figli. E molti lo fanno. Ma non se la vostra meta è il Cielo. In effetti, i frutti dell’amore coniugale producono per natura quelle condizioni che monaci e monache devono imporsi per grazia (accettando cioè i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza). Guardiamo ad esempio a Santa Teresa di Lisieux nel Carmelo. Allora come oggi, nel monastero è la campana che chiama la comunità alla preghiera. Era così pronta l’obbedienza di Teresa che al primo squillo ella lasciava cadere la penna, lasciando in sospeso la parola che stava scrivendo. Ebbene, nella chiesa domestica, il pianto di un bambino è come la campana di Santa Teresa, e in casa suona spesso.

Non c’è dubbio che non sempre conviene che una giovane madre stia a casa. Né tutte le coppie sono aperte a una vita benedetta da figli. L’assenza di prole è causa di dolore per i coniugi. Purtroppo, sono sempre di più le coppie che credono essere un vantaggio ciò che in passato era ritenuta una disgrazia. In tutte le culture umane, le famiglie numerose rappresentano un segno di benedizione. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che anche oggi lo sono: “La Sacra Scrittura e la pratica tradizionale della Chiesa vedono nelle famiglie numerose un segno della benedizione divina e della generosità dei genitori” (Catechismo n.2373). I figli sono una benedizione per nonni e cugini, perché essi portano gioia contagiosa; i figli sono una benedizione per fratelli e sorelle, perché offrono amicizia immediata; soprattutto, i figli sono una benedizione per mamma e papà, perché da genitori li fanno diventare adulti. A differenza di qualsiasi altro dono, un nuovo bambino offre ai genitori l’opportunità di crescere nell’amore. Lo scambio di tali doni è possibile solo quando un uomo e una donna si aprono alla vita nuova. La Chiesa, verso coloro che si donano senza riserve, prova una stima perenne.

Fin dalla nascita del marxismo a metà del secolo XIX fino a circa il 1980, era un dato quasi universale la convinzione che la ricerca scientifico-sociale fosse amica degli ingegneri sociali sinistrorsi. Le scienze sociali adottarono da subito il presupposto marxista che le relazioni sociali non caratterizzate da stretta uguaglianza materiale fossero ingiuste. Le ricerche scientifiche ed empiriche venivano salutate come mezzi per sradicare il pregiudizio e la irrazionalità su cui si fondavano le istituzioni tradizionali. Soprattutto l’istituto della famiglia, e in essa i ruoli dell’uomo e della donna, venivano presentati come se non avessero nessun fondamento nella natura. Tutto ciò è cambiato. Molti sociologi continuano sì a credere ciecamente nella politica radicale, ma la loro autorità in materia si è oscurata.

Da molti anni ormai, gli studi scientifico-sociali sulla famiglia hanno contribuito a riscoprire, secondo le parole di uno studio recente, “le forze, anzi la insostituibilità della famiglia”. In risposta alle teorie di Engels, di De Beauvoir, di MTV e compagni, la catechesi dovrà utilizzare con maggior fiducia i risultati dell’abbondante ricerca che è a disposizione sui benefici della famiglia. Come attestano la ragione e la Rivelazione insieme, una comunione di persone non è fondata su un’astratta uguaglianza, ma sulla disponibilità a servire Cristo servendosi l’un l’altro. Nel rinnovamento della cultura cattolica, la battaglia incomincia a casa, inginocchiati.

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