Discriminazione significa anche riconoscere le differenze

25 febbraio 2013 08:27 32 comments

Di Fabrice Hadjadj

12 febbraio 2013

L’Osservatore Romano

C’è un gioco di carte, la brisque, dove i giocatori hanno come fine quello di fare dei “matrimoni”, vale a dire di riunire nelle proprie mani un re e una regina di cuori, per esempio. Quando si hanno solo due re, o due regine, non li si chiama “matrimonio” ma “coppia” e, in tal caso, perché non arrivare fino al tris o al poker…

Certo, noi non giochiamo più molto alla brisque, ma riconosceremmo facilmente il gioco di prestigio che consiste nel fare passare una “coppia” come un “matrimonio”. Un giocatore ha tutto il diritto di giocare a un altro gioco, come il poker, dove la coppia vince: ma se intende continuare a giocare alla brisque, sta barando, e ci si chiede il perché.

È ciò che sta accadendo con gli attuali governi. Non smettono di brandire il termine “uguaglianza” mentre si tratta solo di cambiare il significato della parola “matrimonio”. Indubbiamente l’uguaglianza dei diritti, in fatto di matrimonio, è sempre esistita: ogni uomo aveva il diritto di sposare una donna, ogni donna aveva il diritto di sposare un uomo (con restrizioni legate all’età, alla consanguineità, alla salute mentale). Perché dunque non si ha l’onestà di ammettere che qui non si tratta di promuovere l’uguaglianza (cosa che si sarebbe potuta fare estendendo le prerogative dei Pacs o creando un’“unione libera”), ma di decidere di agire sul linguaggio?

Se ci si riflette un po’, è invece il preteso “matrimonio per tutti” a produrre una situazione d’ineguaglianza. Da una parte, quanti hanno scelto il matrimonio come unione legittima di un uomo e di una donna si rendono improvvisamente conto di aver contratto un’altra cosa e sono costretti ad ammettere che la differenza sessuale implicata fino a poco tempo prima dalla loro scelta, era irrilevante. Dall’altra, per i diritti che derivano dal matrimonio, alcuni bambini avranno un padre e una madre, mentre altri avranno straordinariamente due padri o due madri (o un coniuge numero 1 e un coniuge numero 2), il che genera un’evidente disuguaglianza nei loro confronti: salta agli occhi che tra una situazione e l’altra c’è una complicazione dell’origine e un necessario ricorso a un dispositivo di correzione giuridica e persino di manipolazione demiurgica.

Diciamo, a discolpa del Governo Hollande, che quest’ultimo è meno attore in quanto, in questa storia, agisce trascinato da un’onda anomala. Il governo precedente ha forse aggiunto il termine damoiseau? No, ha fatto sopprimere quello di mademoiselle giudicato discriminatorio, come se la lingua non avesse come fine proprio quello di discriminare, nel senso di discernere, e di permetterci così di percepire meglio le differenze. La tolleranza, di fatto, non consiste nell’attenuarle, ma nel riconoscerle.

Ebbene, si sta facendo proprio il contrario: la normalizzazione che si opera sugli omosessuali è il segno che non li si tollera per il loro modo di turbare un certo ordine borghese; occorre quindi che s’imborghesiscano, che diventino “come gli altri”. È il principio ormai vecchio della political correctness (né politico né corretto, nel senso nobile di questi due termini): si cancellano le differenze nel campo lessicale, perché non si riesce a farle comunicare nel campo sociale.

Un asilo di Stoccolma ha spinto questo sistema all’estremo: perché i bambini non fossero vittime del sessismo, il suo personale, non accontentandosi di evitare di raccontare loro vecchie fiabe di principi e principesse, ha deciso di non chiamarli più con il pronome “lui” (han) o “lei” (hon), ma con il pronome neutro (hen), creato per l’occasione, senza rendersi conto che il neutro, come l’it inglese, tende a indicare le cose, piuttosto che le persone. Questa indifferenziazione permette in seguito di accettare meglio le differenze? Forse occorre anche che il bambino sia libero di scegliere in seguito il suo “orientamento sessuale” e pertanto non bisogna imporgli “linguisticamente” il suo sesso “biologico”. Ma se questo è il prezzo, tanto vale dire che non si deve imporre a un bambino una lingua, e non gli si deve parlare affatto, affinché possa sceglierla da solo più tardi.

Dov’è il nuovo Molière, il nuovo Orwell capace di descrivere queste manipolazioni? Siamo però lontani da Le preziose ridicole e persino da Il grande fratello, in quanto il movimento che subiamo non è mondano né totalitario. Negli Scritti corsari, Pasolini osservava che la società consumistica aveva fatto di più per distruggere la lingua italiana del fascismo. In effetti, sembra di stare in un’era post-ideologica. Non si tratta più tanto di torcere le parole per fare la propaganda di una dottrina. È una propaganda a vuoto — e avida — a essere diventata essa stessa la dottrina.

Non siamo più sotto la logica di un’idea, ma sotto la logistica di una tecnica. Se le parole non vengono più riconosciute nella loro differenziazione che apre alla varietà del reale, ma come strumenti di potere, non è perché un’ideologia particolare se ne impossessa, ma perché il potere prevale sul sapere, e il dato della natura, della carne, della lingua, non appare più in primo luogo come una realtà da contemplare o da ascoltare, ma come un materiale da sfruttare.

Ciò che questo regno dell’efficienza tende sempre più a negare, sono tutte le figure del dato: il dato naturale della nascita, che implica un padre e una madre, o il dato tradizionale della lingua, che implica un significato delle parole che ci precede. Di fatto, il sesso e la lingua hanno proprio questo in comune: non li si è scelti, e vi si diviene fecondi solo nella misura in cui si accetta prima di tutto di riceverli. In più, essi si articolano l’uno all’altro: tutte le parole della nostra lingua sono femminili o maschili, come se l’esperienza della differenza sessuale fosse all’origine della nostra prima percezione linguistica delle differenze tra le cose. Del resto, la vera differenza coincide con il dato, con ciò che sfugge alle nostre costruzioni. Ebbene, è proprio questo dato a essere rifiutato, in vista di non so quale “trans-umano”.

Domani, Proust sarà illeggibile, ma Platone avrà sempre più ragione: «non parlare come conviene non costituisce solo una mancanza verso ciò che si deve dire, ma è anche mettere in pericolo l’essenza stessa dell’uomo».

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