La fede è risposta d’amore all’Amore.

25 febbraio 2013 08:53 9 comments

Di Ylenia Fiorenza

Relazione tenuta sabato 23 febbraio 2013 in occasione degli “Incontri Quaresimali”, Parrocchia San Giuseppe Artigiano, Campobasso.

“Non tutti coloro che mi dicono – Signore, Signore – entreranno nel Regno dei cieli, ma solo chi fa la volontà del Padre mio”. E’ il versetto che più di tutti ci spoglia delle nostre vane sicurezze, della nostra superbia. Molti tra noi credono di essere cristiani solo perché iscritti nell’elenco dei salvati. Ma per dirsi cristiani bisogna darsi cristianamente. Il Regno di Dio non si merita è vero, ma bisogna che si realizzi col nostro “sì”. Così come lo è per Dio che mentre si dice al mondo, si rivela come Verbo, in verità si dona, si china sull’umanità. In questo Anno della Fede, riflettiamo che davvero non basta dire “Signore,Signore” per varcare la soglia della Salvezza. L’unica via per avere e lasciare pace nella vita è quella di mettere in pratica la parola che viene da Dio e metterla in pratica significa prima di tutto “ascoltarla”, cioè predisporre la nostra accoglienza come un sacrario, il nostro udito come un tabernacolo, il nostro cuore come un tempio.

“Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo” (1 Gv. 5, 4). E’ questa la nostra forza. Sapere che chi nasce da Dio ha il potere di contrastare ciò che non viene da Dio. Chi nasce da Dio se non la creatura, se non noi! Risolleviamoci all’altezza di questa Verità perché siamo figli di Dio, ed è nostro compito godere della filiazione divina. Dio vuole donarci se stesso. Ma tocca a noi mostrarci capaci di Dio, degni di immergerci nel bagno della rigenerazione. In che modo può e deve avvenire tutto questo? In Porta Fidei al paragrafo 8 appaiono scritte delle indicazioni perfette e necessarie per ciascuno: “Celebrare per intensificare la riflessione sulla fede. Con consapevolezza aiutare per rinvigorire l’adesione al Vangelo. Confessare. In fine, la fede nel Signore per far conoscere pubblicamente quello in cui crediamo”. Cosa esprimono queste parole? Di fare della testimonianza il movente della nostra vita. E’ la nostra testimonianza che apre per i lontani un accesso libero verso Dio. Noi siamo il campo di Dio. “Dei agricultura simus” (1Cor.3,9). Il dirci cristiani non ci dispensa allora dall’essere cristiani, dal dimostrarlo coi fatti. Ma in cosa consiste questo vivere da cristiani nel mondo? Nell’assumere quello di cui ci dato prova san Paolo: dimostrando che non siamo noi che viviamo, ma che abbiamo fatto posto a Cristo, che, una volta decentrati, è proprio Lui che vive in noi.

E ritengo fondamentale collegare a questo quello che il Papa dice in Porta Fidei, al n. 4, con molta chiarezza:
“Capita ormai non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche, del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti, questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato. Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone”.

Perché è avvenuta questa ferita? Perché abbiamo dato inizio ad una crisi di fede? Perché il cristiano tende sempre di più a mondanizzarsi, a rende la propria testimonianza di fede una estensione misera di faccende umane. Si tende, dunque, più a “fare i cristiani” piuttosto che ad “essere cristiani”. Il mondo ci sta portando cioè ad essere fedeli all’Infedele, sta risultando vincente nella sua capacità di distrarci dal mistero, indicendoci a trattenere il nostro slancio verso Dio. Ha escogitato un altro modo per sedurci che si chiama appunto “renderci idoli di noi stessi”, autoreferenziali, illudendoci che possiamo essere autosufficienti. “Chi si fida di se stesso è stolto” (Pr. 26,28).

La stella che illumina la strada non è più l’invocare il Dio-con noi, ma il professare il “noi-con noi stessi”. Attorno a questa fiaccola rappresentata dal nostro istinto famelico di fare, chi diminuisce è il fuoco della preghiera, del ricordo di Dio. La preghiera, sappiamo che è il principio vitale del nostro credo, e conferisce a tutte le nostre opere la certezza dell’aiuto divino, ma essa viene appena appena accennata e poi subito superata da occupazioni materiali, fittizie che hanno poco a che fare con le cose che non passano. Domandiamoci allora, con serietà, se il nostro tempo è impiegato più nelle cose di Dio o in quelle del mondo. Esige, secondo me, una nuova armonia tra l’azione e la contemplazione. Solo così si può superare questa crisi di fede.

Quante volte agiamo come se non conoscessimo Dio!

Quante volte parliamo come se non avessimo Dio nel cuore!

Quante volte pronunciamo cose contrarie alla logica divina nel nostro linguaggio comune, quotidiano!

Quante volte ci mostriamo tiepidi e impauriti come se non avessimo Dio dalla nostra parte!

Quante volte ci spingiamo nelle onde del potere umano sotto forma di carrierismo o attirando la simpatia ed il plauso del mondo abusando del nome di Dio!

Quante volte calpestiamo la sensibilità e la libertà altrui come se Gesù non si fosse sacrificato per noi, come se Lui fosse morto invano!

Cos’è allora la fede in Lui per noi? Un metodo? Un ordine? Un modo di dire? Un esperienza? O invece la visione completa del suo amore e quindi una scelta di vita fatta con fervore e coerenza fino alla morte! “Ciò che la vergine Eva legò con la sua incredulità, la vergine Maria sciolse con la fede” (S. Ireneo). La Fede può spingerci là dove le forze umane per volere di Dio diventano divine. L’amore soltanto rende comprensibile questo e rende la dinamica del credere trasfigurante e nobilitante! Basta guardare alla Croce e capire in profondità in quale punto l’umanità si sposa con la divinità.

Fede è la partecipazione amorosa al Suo Spirito. E’ la nostra elevazione a Lui perché percepiamo con la nostra pochezza che c’è in Lui l’infinita consolazione. La fede non è un dovere sociale! E’ amare Dio che non si vede, ma che comunque scalda e sazia i poveri di questo mondo per mezzo del nostro assenso! La fede non è un’azione eroica! E’ servire Dio rispondendo con la propria vita. E’ andare e fare lo stesso. E’ dare continuità a quell’amore che venne ad abitare in mezzo a noi, che noi non abbiamo voluto né riconoscere né accogliere. E’ vivere nel suo nome, applicando il rimanere uniti a Gesù. Non più la formula “Dio ed io”, ma lo spirito di comunione che ci porta al vincolo “ Dio e noi”. La fede ci aiuta a capire che Dio non si spiega, ma si mostra! Come?

Mostrandoci come un’anima sola. Avendo come credenti gli stessi sentimenti di Cristo. Chi ci appare come persona piena di fede? Chi imposta ed orienta incessantemente la propria vita come dono di sé a Dio e al prossimo, e tenta con tutte le forze di unire la terra al cielo. Aver fede significa in fondo vivere nello sguardo di Dio. La fede è veramente la “porta di accesso” a tutti i beni che Dio vuole comunicare all’Umanità. Non è solo una condizione, ma un impegno di vita tradotto in questi compiti: “Incontrare e celebrare la Vita, preparare con la nostra fede la via del Cristo ritornante, aiutare Dio a restare vivo laddove il male spegne la speranza”.

Restiamo accesi nella notte del mondo, perché noi apparteniamo alla Luce. Perché “La fede, che prende coscienza dell’amore di Dio rivelatosi nel cuore trafitto di Gesù sulla croce, suscita a sua volta l’amore”. Non rendiamo emarginato ciò che già è reietto! Non escludiamo chi già si è escluso! Non allontaniamo dalla chiesa chi già è lontano dalla propria dignità! Non rendiamo più amaro il sentiero buio di chi è smarrito! Non rendiamo più duro il cuore in chi non sa amare! Portiamo Dio dove lo si rifiuta e lo si teme. Fede è credere alle promesse di Dio! Ma questo concerne l’atto più grande di fede: impegnare Cristo, impegnandoci con Lui!

Servo tuo più fedele è quello che non mira a udire da te ciò che vuole, ma a volere piuttosto ciò che da te ode. (Confess., X,26 S.Agostino). Fidiamoci del Signore che si è lasciato persino toccare dall’uomo. Tutta la folla cercava di toccarlo, perché da lui usciva una forza che sanava tutti. (Mt. 14,36) e lo pregavano di poter toccare almeno l’orlo del suo mantello. E quanti lo toccavano guarivano (Lc 6,19). Gettiamoci addosso al Signore, anche noi (Mc 3,10) e sarà fatto a noi secondo la nostra fede (Mt. 9,29) perché ci rialzeremo e nulla temeremo più (Mt. 17,7).

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