I “principi non negoziabili”: verità e strumentalizzazioni

26 febbraio 2013 12:56 30 comments

Di Antonio Maria Baggio

Nuova Umanità

N. 206 – Marzo 2013

«Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati?». Agostino, La città di Dio, IV, 4[1]

Il tema dei “principi non negoziabili”, è presente ormai da alcuni anni nella riflessione di Benedetto XVI e viene ripreso regolarmente dalle varie Conferenze episcopali. Tale tema è, in genere, rivolto direttamente a persone impegnate politicamente, o ai cittadini, soprattutto in prossimità di consultazioni elettorali. Così che l’adesione ai “principi non negoziabili” da parte della singola persona, la presenza di essi nei programmi dei partiti, il fatto di avere assunto (o meno) l’impegno di metterli in pratica nell’attività legislativa, sono proposti come criteri in base ai quali prendere decisioni politiche, quali la militanza in un partito, o il voto alle elezioni.

Come vengono recepiti tali inviti dell’Autorità ecclesiastica? Molto dipende dai modi con i quali essi vengono diffusi. L’originaria riflessione ecclesiale, abitualmente profonda e articolata, viene ridotta spesso, sia dai mezzi di comunicazione sia da più rozzi e militanti ripetitori, ad una alternativa secca e semplicistica: l’espressione “senza se e senza ma”, che di per sé vorrebbe indicare la chiarezza e la decisione di una scelta meditata, viene assunta dai militanti di opposte fazioni per gridare slogan su temi complessi riguardanti la vita, la famiglia, la libertà di educazione, il diritto del lavoro, la giustizia sociale e degenera fino a non significare più nulla.

A questo livello, non mancano i politici che, dichiarandosi cattolici, brandiscono i “principi non negoziabili” come un’arma contro gli avversari, perché si collocano in partiti (generalmente nell’area di centro-destra o destra) che hanno accettato formalmente tali principi, indipendentemente dall’effettiva e sincera adesione ad essi da parte dei singoli membri; altri politici di analoga dichiarata fede, ma di diversa collocazione politica, al contrario, tendono a diminuire l’importanza di tali principi o a metterli da parte del tutto, perché i loro partiti di appartenenza (generalmente di sinistra), dei quali condividono soprattutto i temi sociali, hanno una forte componente che dei “principi non negoziabili” pensa tutt’altro o, semplicemente, non ne vuole sapere.

Oltre a queste due posizioni cristallizzate e ripetitive, esiste una maggioranza ragionevole di cittadini (cattolici e non cattolici) che si rende conto della difficoltà di tali temi e che su di essi si interroga con attenzione, prendendo sul serio – poiché pensa –, tutti i “se” e tutti i “ma” che la realtà contiene; cittadini che trarrebbero maggior profitto nel leggere direttamente le riflessioni originali di Benedetto XVI[2], piuttosto che accontentarsi delle sintesi di stampa e televisione, spesso fuorvianti.

Compito di questo editoriale non è quello di entrare nello specifico contenuto di ognuno dei principi in questione, ma cercare di capire, sulla base dei documenti del Magistero ecclesiale, anzitutto di quali principi si tratti e quale sia il loro significato d’insieme e il loro ruolo sociale; secondariamente, se abbia senso separarne alcuni dagli altri e se si possa privilegiarne alcuni rispetto ad altri. Chi scrive è consapevole che il tema coinvolge molte rilevanti questioni che non vengono qui trattate; su di esse ci impegniamo ad aprire un dibattito nei prossimi fascicoli di «Nuova Umanità».

 

1. Che cosa si intende con “principi non negoziabili”? È accettabile che qualcuno rivendichi l’adozione di tali principi in un regime democratico?

Per esaminare una chiara esposizione dei “principi non negoziabili” prendiamo in considerazione la Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica[3], pubblicata il 24 novembre 2002 dalla “Congregazione per la dottrina della fede” allora guidata dal Cardinale Joseph Ratzinger, futuro papa Benedetto XVI. La questione è così introdotta: «Se il cristiano è tenuto ad “ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali”, egli è ugualmente chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono “negoziabili”»[4]. La Nota aveva precedentemente sottolineato che non è il «pluralismo etico» ad essere una condizione della democrazia; al contrario, è proprio la condivisione di alcuni principi etici fondamentali, che costituiscono una base valoriale unitaria, che permette agli esseri umani di associarsi politicamente. Su tale base unitaria è poi possibile lo svilupparsi di tutti gli altri pluralismi: degli stili di vita, delle opzioni politiche. Quello che viene escluso dalla Nota è il pluralismo etico (morale) nel senso di relativismo etico, al riguardo dei principi fondativi (non negoziabili), per la ragione che senza di essi una libera e stabile società politica (democratica) non può né costituirsi né conservarsi.

Questo insieme di principi costituisce una base antropologica ed etica comune, una visione dell’essere umano condivisa. Tale condivisione può essere più o meno estesa e profonda; certamente, più profonde sono le fondamenta, più alta potrà essere la costruzione; se questa base viene eccessivamente ridotta, aumenta la fragilità sociale e diminuisce la coesione, si riduce la capacità di un popolo di affrontare i momenti più duri e di costruire i progetti più difficili e lungimiranti, quelli che guardano al futuro e che richiedono i grandi sacrifici che si possono fare solo insieme: perché dovrei privarmi di cose importanti e sacrificarmi per il bene comune, se non abbiamo stabilito con chiarezza con quale criterio verranno distribuiti, domani, i frutti delle rinunce di oggi?

In questo senso, cercare di introdurre nella società politica principi “non negoziabili” e di meglio comprendere quelli già riconosciuti, è del tutto legittimo, anzi, la loro esistenza è una condizione della democrazia.

 

2. Come si riconoscono e si comprendono i “principi non negoziabili”?

I principi non negoziabili, così come Joseph Ratzinger li definisce, sono principi etici che, avendo lo scopo di orientare la vita associata, fanno da base ai principi costituzionali (o sono direttamente assunti come tali) sul cui fondamento si costruisce l’unità e si sviluppa la politica di un popolo. Per fare l’esempio dell’Italia, la Costituzione italiana è il documento fondativo e identitario che dice, attraverso i principi che vi sono raccolti, che cosa è l’Italia; dice che non è quella dello Statuto Albertino e della monarchia sabauda, non è quella del fascismo: è l’Italia nata dalla consapevolezza degli errori compiuti, da una guerra di Resistenza di un popolo contro la dittatura e dai sacrifici condivisi per raggiungere la libertà. La Costituzione raccoglie i “principi non negoziabili”, che sono tali non solo per convenzione o per contratto, ma perché riconosciuti come veri da italiani di diversa cultura politica e religiosa, i quali hanno sperimentato che senza quei principi non è possibile vivere politicamente nella libertà e nell’uguaglianza; per conquistarli, è stata condotta una lotta da fratelli, che tra loro non hanno misurato “quanto” davano, proprio perché ciò che si voleva raggiungere è senza prezzo, senza misura e, dunque, non può essere oggetto di scambio, di negozio: è, appunto, non negoziabile.

Vero è che per stabilire il significato e la chiarezza di tali principi si è dovuto discutere molto e trovare i punti di incrocio e condivisione tra culture differenti: è ciò che hanno fatto i Costituenti ed è ciò che continuamente si deve fare. Queste verità infatti non devono essere considerate come degli idoli intoccabili, ma vengono comprese sempre meglio nel corso della storia: ogni generazione di cittadini ha il dovere di interrogarsi intorno ai contenuti e alla formulazione di tali fondamenti; ogni cittadino che arrivi alla maturità politica deve attuare la propria libera scelta di appartenenza (anche critica e conflittuale) o non appartenenza alla società nella quale è nato, facendo propri o respingendo i principi fondamentali di essa.

Se c’è qualche cosa su cui continuamente si deve dialogare e discutere, dunque, sono proprio i “principi non negoziabili”; la discussione che essi richiedono dev’essere ampia, continua, approfondita. I dibattiti parlamentari, spesso inquinati da problemi che nulla hanno a che fare col merito delle importanti questioni trattate, sono solo un aspetto di tale più ampia riflessione civile che deve avvenire, prevalentemente, fuori dai luoghi nei quali si decide attraverso il voto e in base alla maggioranza. In tale riflessione civile si incontrano e si confrontano le culture, le appartenenze religiose, le diverse tradizioni, dando vita al dibattito più importante e decisivo per le democrazie, quello che continuamente reinterpreta i “principi non negoziabili”, cercando, appunto, di comprendere, non di “negoziare”; per questo, tale dialogo è il più importante nella vita dei popoli e, là dove manchi, la democrazia è a rischio, perché si può arrivare a perdere la cognizione dell’identità di un popolo, dei suoi diritti e delle sue responsabilità, della direzione che vuole prendere per il futuro.

Il momento di negoziare, poi, verrà, come è necessario, nei luoghi istituzionalmente deputati a farlo; e si concluderà con una decisione presa a maggioranza, come avviene, ad esempio, nei parlamenti; le decisioni della maggioranza, naturalmente, non stabiliscono che cosa sia la verità, ma si limitano a contare le opinioni; e una maggioranza potrebbe benissimo decretare una corbelleria (cosa di cui ogni Paese possiede numerosi esempi). Eppure, questo è un aspetto della saggezza della democrazia, che impone di prendere una decisione perché la società ne ha bisogno; e tutti accettano la decisione della maggioranza, proprio perché con essa non si pretende di avere stabilito una verità.

Ma da dove vengono tali principi?

Si può pensare che gli esseri umani li scoprano in se stessi; si può pensare – e anche scriverlo in un documento fondativo quale è la Dichiarazione di indipendenza americana del 1776 – che tali principi vengano da Dio. Quel che è certo è che essi sono affidati al popolo. I cittadini sovrani non possono accettare che i “principi non negoziabili” vengano calati dall’alto di una autorità esterna alla cittadinanza stessa; la democrazia è infatti, anche, il processo storico e istituzionale attraverso il quale il principio di autorità viene attribuito alla nazione stessa e condiviso orizzontalmente. Tale principio è proprio della forza generatrice che, in un evento storico originario, fonda e costituisce una nazione; un tempo, prima dello sviluppo delle concezioni antropologiche personalistiche (che valorizzano il singolo e le sue relazioni orizzontali) e delle corrispettive concezioni politiche democratiche, il principio di autorità era interpretato in maniera quasi esclusivamente verticale e personificato individualmente, come avviene dai tempi degli antichi imperi sacrali fino alle monarchie di diritto divino dell’epoca moderna.

L’instaurarsi dei vari regimi democratici non può cambiare la natura verticale dell’autorità, ma essa viene attribuita all’unità della nazione, viene posta al di sopra – e a fondamento – delle decisioni che il governo – che è un potere, non una autorità – quotidianamente prende.

Dunque i “principi non negoziabili” vengono stabiliti dai cittadini stessi, i quali attingono alle loro diverse tradizioni, culture e religioni che, in tal modo, arricchiscono i fondamenti della società politica; ma tutti questi contenuti identitari delle comunità particolari devono essere tradotti in una lingua comune nel dibattito pubblico, affinché i cittadini possano parlarsi tra di loro.

 

3. I principi non negoziabili secondo il pensiero di Benedetto XVI

Quali sono i principi fondativi non negoziabili proposti dalla Nota della Congregazione? L’elenco che essa riporta è di rilevante importanza e conviene studiarlo con attenzione. Data la natura della Nota, che è un documento ecclesiale di portata universale, l’elenco proposto è da intendersi come completo e come un’espressione compiuta e serena della dottrina. La lista dei principi considerati “non negoziabili” infatti, in altri documenti e in discorsi pontifici successivi, legati a occasioni e a momenti particolari, è risultata talvolta ridotta e parziale rispetto a questa approfondita presentazione. La Nota stessa sottolinea l’esigenza che il cattolico impegnato in politica tenga sempre presente l’insieme dei principi etici che corrispondono ai contenuti della fede, senza ridurre la dottrina ad uno solo, o a pochi, dei suoi contenuti fondamentali: «Poiché la fede costituisce come un’unità inscindibile, non è logico l’isolamento di uno solo dei suoi contenuti a scapito della totalità della dottrina cattolica. L’impegno politico per un aspetto isolato della dottrina sociale della Chiesa non è sufficiente ad esaurire la responsabilità per il bene comune»[5].

 

3.1. I principi non negoziabili nella Nota dottrinale del 2002

Riportiamo l’elenco completo dei principi che la Nota considera “non negoziabili”, cioè «principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno»[6]: si tratta di «esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili» nelle quali «è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della persona»[7]. Ecco l’elenco, riportato alla lettera dalla Nota, al quale abbiamo aggiunto una numerazione:

1: «È questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia (da non confondersi con la rinuncia all’accanimento terapeutico, la quale è, anche moralmente, legittima), che devono tutelare il diritto primario alla vita a partire dal suo concepimento fino al suo termine naturale».

2: «Allo stesso modo occorre ribadire il dovere di rispettare e proteggere i diritti dell’embrione umano».

3: «Analogamente, devono essere salvaguardate la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne leggi sul divorzio: ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale».

4: «Così pure la garanzia della libertà di educazione ai genitori per i propri figli è un diritto inalienabile, riconosciuto tra l’altro nelle Dichiarazioni internazionali dei diritti umani».

5: «Alla stessa stregua, si deve pensare alla tutela sociale dei minori e alla liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù (si pensi ad esempio, alla droga e allo sfruttamento della prostituzione)».

6: «Non può essere esente da questo elenco il diritto alla libertà religiosa e lo sviluppo per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale, del principio di solidarietà umana e di quello di sussidiarietà, secondo il quale “i diritti delle persone, delle famiglie e dei gruppi, e il loro esercizio devono essere riconosciuti”».

7: «Come non vedere, infine, in questa esemplificazione il grande tema della pace. Una visione irenica e ideologica tende, a volte, a secolarizzare il valore della pace mentre, in altri casi, si cede a un sommario giudizio etico dimenticando la complessità delle ragioni in questione. La pace è sempre “frutto della giustizia ed effetto della carità”; esige il rifiuto radicale e assoluto della violenza e del terrorismo e richiede un impegno costante e vigile da parte di chi ha la responsabilità politica»[8].

Come si vede, l’elenco comprende sia i temi legati alle questioni della “vita”, sia quelli legati al “sociale”. I principi sono elencati in maniera che si potrebbe definire “antropo-logica”, partendo cioè dalla condizione di “esistenza in vita” della singola persona, senza la quale cade ogni discorso; si passa poi alla relazione fondamentale tra uomo e donna, cioè alla prima relazione che fa sussistere tutte le altre; si allarga successivamente a considerare la sfera più ampia delle relazioni sociali, economiche e politiche, fino ad arrivare alla questione della guerra e della pace: è questo l’ultimo dei principi elencati, dal quale però dipende la vita della persona, cioè il principio che apriva l’elenco; senza il primo non c’è l’ultimo, senza l’ultimo non c’è il primo. Si chiude così il circolo dei “principi non negoziabili”, vero e proprio “cerchio ermeneutico” attraverso il quale si interpreta l’esistenza umana, la persona in se stessa e nelle sue relazioni. Come si vede, ciascuno dei principi è in relazione dinamica con ogni altro, al punto che la piena realizzazione di ciascuno dei principi non negoziabili richiede l’attuazione di tutti gli altri: non c’è matrimonio se non c’è lavoro; non c’è libertà di educazione senza libere istituzioni; non c’è vera tutela dei deboli se non si riconosce il debole nell’embrione umano, e così via[9].

Dobbiamo dunque sempre fare riferimento a ben sette aree di “principi non negoziabili”, che solo insieme delineano i tratti di una antropologia completa, corrispondente alla struttura fondamentale della giustizia che deve caratterizzare una società politica, quegli elementi senza i quali si applica il durissimo giudizio di Agostino, riproposto da Benedetto XVI: ««Se non è rispettata la giustizia – sostiene Agostino –, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati?»[10]. Rivolgendosi ai parlamentari del Bundestag, così Benedetto XVI commenta le parole di Agostino: «Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso»[11]. Tra la possibilità di distruggere e manipolare se stesso e quella di distruggere e manipolare il mondo esiste dunque, secondo Joseph Ratzinger, una continuità logica nel pensiero umano, che devia, in tal modo, non solo dai principi della religione cristiana, ma dalla ragione retta, consegnando le proprie forze (la forza delle leggi, della tecnologia, dell’organizzazione) ad un potere senza giustizia.

Il giudizio di Agostino, ripreso da Benedetto XVI, è grave ma esatto. Ed è esatto perché denuncia l’allontanamento radicale dalla verità dell’uomo che un potere può arrivare ad effettuare. Con quanta prudenza questo giudizio deve essere emesso! E con quanta facilità lo sentiamo scagliare contro i “nemici” in tempi di campagne elettorali.

Non dovremmo mai dimenticare quanto sia difficile per un pensiero politico – e ancor più per un programma di partito – abbracciare in maniera chiara ed efficace l’intera visione dell’essere umano, delle sue relazioni, dei suoi bisogni, delle comunità che egli forma. Per questo esistono culture e pensieri politici diversi; ed esistono diversi partiti, ognuno dei quali deve coltivare la consapevolezza della propria parzialità e della propria imperfezione. Nessun partito deve commettere l’errore di pensarsi come completo e autosufficiente. La diversità è un bene che dobbiamo attentamente custodire, perché è il mezzo attraverso il quale una società politica tende alla completezza del bene comune.

 

3.2. I principi non negoziabili nella Sacramentum caritatis del 2007

Un’affermazione particolarmente forte a riguardo della completezza della visione che il cristiano deve avere è contenuta in un altro rilevante documento di carattere universale, l’Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis del Santo Padre Benedetto XVI all’episcopato, al clero alle persone consacrate e ai fedeli laici sull’eucaristia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa; l’Esortazione definisce questa interezza di comprensione e di testimonianza della fede – che, come abbiamo visto, si traduce in interezza di visione della vita umana in tutti i suoi aspetti – con la pregnante espressione di “coerenza eucaristica”, per sottolineare l’obbligatorietà di tale visione integrale: «È importante rilevare ciò che i Padri sinodali hanno qualificato come coerenza eucaristica, a cui la nostra esistenza è oggettivamente chiamata. Il culto gradito a Dio, infatti, non è mai atto meramente privato, senza conseguenze sulle nostre relazioni sociali: esso richiede la pubblica testimonianza della propria fede. Ciò vale ovviamente per tutti i battezzati, ma si impone con particolare urgenza nei confronti di coloro che, per la posizione sociale o politica che occupano, devono prendere decisioni a proposito di valori fondamentali, come il rispetto e la difesa della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la libertà di educazione dei figli e la promozione del bene comune in tutte le sue forme. Tali valori non sono negoziabili. Pertanto, i politici e i legislatori cattolici, consapevoli della loro grave responsabilità sociale, devono sentirsi particolarmente interpellati dalla loro coscienza, rettamente formata, a presentare e sostenere leggi ispirate ai valori fondati nella natura umana. Ciò ha peraltro un nesso obiettivo con l’Eucaristia (cf. 1 Cor 11, 27-29). I Vescovi sono tenuti a richiamare costantemente tali valori; ciò fa parte della loro responsabilità nei confronti del gregge loro affidato»[12].

Anche qui troviamo l’indicazione della non negoziabilità dei principi riguardanti direttamente la sfera bioetica e di quelli attinenti alla sfera sociale («la promozione del bene comune in tutte le sue forme») e nessuno (dai Vescovi, ai quali per primi l’Esortazione si rivolge, ai laici cattolici impegnati in politica) può operare una riduzione dottrinale considerando non negoziabili gli uni e negoziabili gli altri. Se qualcuno, nell’ambito ecclesiale, pur dotato di una qualche autorità, omettesse di sottolineare la pari dignità dei principi menzionati, o usasse gli uni contro gli altri, causando così confusione e disordine all’interno delle comunità ecclesiali, sarebbe obbligo di coscienza per ogni cattolico non ascoltarlo e richiamarlo, privatamente o pubblicamente, affinché prenda coscienza del suo errore, nonché adoperarsi affinché il danno sia riparato e venga ristabilita la giusta e piena dottrina.

Viceversa, nell’ambito politico, è ugualmente obbligo di coscienza per il cattolico esprimere la completezza delle proprie convinzioni relativamente ai “principi non negoziabili” anche differenziandosi esplicitamente dalla linea eventualmente presa dal partito a cui appartiene. Tale differenziazione deve essere condotta in termini politici e non rivendicando la propria appartenenza ecclesiale, perché i principi in questione, come abbiamo visto, hanno una radice religiosa, ma la società politica li assume in quanto principi etici e politici; su di essi il cattolico che fa politica deve condurre una discussione e, se necessario una battaglia, politica, rivolta a orientare la linea del proprio partito. E senza sottomettersi ad alcuna forma di disciplina contraria alla propria coscienza etico-politica.

 

4. I principi non negoziabili e i diritti umani: l’esperienza del Novecento raccolta e spiegata nel Concilio Vaticano II

La riflessione sui “principi non negoziabili” appare strettamente legata al tema dei diritti delle persone e delle comunità (che i principi hanno lo scopo di tutelare). Nella Nota, in particolare, il tema dei diritti è affrontato attraverso una citazione diretta dal Concilio Vaticano II, dalla Costituzione Pastorale Gaudium et spes, cui la Nota si riferisce con frequenza[13]. Il Concilio espresse, proprio sul tema dei diritti, una maturazione dottrinale importante che la Chiesa cattolica aveva raggiunto attraverso le prove e gli errori vissuti sotto i totalitarismi del Novecento. Si è trattato, in effetti, di un profondo cambiamento attuato dalla Chiesa nel suo atteggiamento verso le istituzioni pubbliche. Fino all’epoca delle grandi dittature europee della prima metà del Novecento la Chiesa si affidava, nei suoi rapporti con gli Stati, prevalentemente agli strumenti giuridici: accordi quali i Patti Lateranensi esprimevano l’esigenza di vedere riconosciuta dagli Stati la propria esistenza e le proprie funzioni, di salvaguardare uno spazio religioso nel quale esercitare la propria missione. Prevaleva, in sostanza, un atteggiamento ecclesiale di difesa dell’uomo soprattutto sotto l’aspetto dei suoi essenziali diritti religiosi, piuttosto che dell’uomo nell’integralità dei suoi diritti, che comprendono anche i diritti civili e politici, ugualmente essenziali, del cittadino.

Significativo, da questo punto di vista, l’episodio della difesa dell’Azione cattolica italiana nei confronti del regime fascista: la Chiesa insorse a tutela della propria autonomia associativa; ma, è opinione di molti, non fu profuso analogo impegno a difesa del Partito popolare di Luigi Sturzo, impegno che implicava una condanna delle pratiche antidemocratiche del fascismo e una scelta convinta e piena a favore della democrazia che ancora non era avvenuta. Pur tenendo ferme le rilevanti differenze tra i due casi, ne emerge l’immagine di una Chiesa che ritiene di poter difendere gli spazi religiosi senza occuparsi di quelli civili: l’esperienza successiva porterà invece a far comprendere che tutti i diritti della persona devono essere tutelati, che la libertà religiosa non si può conservare, se non si difende la libertà come tale.

È una comprensione nuova, che troviamo espressa proprio nel documento del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa: la Dignitatis humanae, nel 1965, «dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana» e «deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell’ordinamento giuridico della società»[14]. Il ragionamento, su questo punto, non è teologico, ma politico[15]: si appoggia su una concezione costituzionale che vede lo Stato come capace di riconoscere i diritti e i valori, e di tutelarli, rimanendo però Stato di diritto, senza diventare Stato etico o confessionale. Si riconosce insomma la concezione fondamentale dello Stato democratico, come un organismo dotato di poteri delimitati, al quale è vietato di compiere scelte – quali l’adesione ad una religione – che appartengono esclusivamente alla persona. Questo testo conciliare è espressivo del nuovo atteggiamento ecclesiale, che non è più di sola difesa nei confronti del mondo: senza rinunciare allo strumento giuridico dei “concordati” con gli Stati, la Chiesa tende però alla promozione integrale della persona umana, soprattutto attraverso l’impegno dei laici sul terreno sociale e politico.

Per tale impegno è necessaria una visione antropologica, coerente con la visione religiosa cristiana, ma da essa distinta per fondamento e per linguaggio: espressione di retta ragione, essa può essere condivisa da credenti e non credenti, sulla base della natura della persona umana. Questa visione della realtà pubblica e dell’impegno che i cattolici vi devono avere, del resto, è perfettamente coerente con la logica che portò Pio XII, nel suo Radiomessaggio per il Natale 1944, a compiere una vera e propria scelta dottrinale in favore della democrazia, considerata come «un postulato naturale imposto dalla stessa ragione»[16], perché è la forma di governo più adeguata alla realtà della persona umana. La scelta operata da Pio XII ha conseguenze dirette anche per la nostra comprensione dei principi non negoziabili: egli infatti descrive la democrazia sottolineandone fortemente l’aspetto metodologico, come un processo in continuo perfezionamento della partecipazione del popolo alle decisioni politiche. Il suo ragionamento, anzi, parte proprio dalla costatazione del fallimento della fiducia riposta nei capi degli Stati e dalla necessità che sia il popolo stesso a farsi garante del proprio destino: «Queste moltitudini – egli spiega –, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione – dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile – che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l’attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che affine di evitare per l’avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie»[17]. È una svolta metodologica quella operata da Pio XII rispetto a una diffusa visione ecclesiastica precedente: la consapevolezza dei principi fondamentali della società deve crescere liberamente nelle persone e nei popoli; la Chiesa partecipa a tale processo con gli interventi del proprio Magistero, rispettosi dell’autonomia della politica, con le sue numerose opere di bene ed educative e con la partecipazione diretta dei cattolici, in quanto cittadini, alla vita sociale e politica.

 

5. Benedetto XVI: quale sia la cosa giusta da fare, spesso non è affatto evidente

Di particolare interesse sono anche i brevi ma importanti commenti che la Nota riserva al principio non negoziabile della pace, perché mettono in luce un altro aspetto importante della faccenda. La centralità del tema è sottolineata dalla citazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, proprio in quella espressione secondo la quale la pace è «frutto della giustizia ed effetto della carità»[18]; in tal modo la Nota si preoccupa di eliminare due diverse e opposte interpretazioni del tema della pace: quella del pacifismo ideologico, che la riduce a un valore parziale, come se si potesse avere una pace sociale e delle armi mentre si commettono ingiustizie in tutti gli altri aspetti (in particolare bioetici) della vita delle persone; e quella dei moralisti intransigenti i quali condannano facilmente, ma non vogliono vedere le difficoltà della vita reale. Quanta potenza nel connubio tra giustizia e carità! Quanti “se” e quanti “ma” sono necessari per una retta interpretazione dottrinale e quanto vi sono lontani i fanatici degli opposti schieramenti, gli inflessibili portatori del “senza se e senza ma”: in realtà, la pace è pace se e solo se «è frutto della giustizia ed effetto della carità»; ma non può essere né ideologia secolare né moralismo sterile. Nessuno dei “principi non negoziabili” può essere compreso e spiegato senza stabilirne le condizioni (“se”) e senza distinguerlo dalle errate interpretazioni (“ma”). La Nota stessa non li considera evidenti, dato che avverte la necessità di spiegarli, di indicare alcune delle loro possibili false interpretazioni.

L’autore della Nota, Joseph Ratzinger, divenuto Benedetto XVI, ritorna su questo tema in un importante discorso tenuto al Parlamento federale tedesco nel 2011. Ci sono stati casi nella storia, egli spiega, nei quali la cosa giusta da fare era evidente, come nella resistenza ai nazisti e agli altri regimi totalitari. Ma non sempre le scelte si presentano con questa chiarezza: «nelle decisioni di un politico democratico, la domanda su che cosa ora corrisponda alla legge della verità, che cosa sia veramente giusto e possa diventare legge non è altrettanto evidente. Ciò che in riferimento alle fondamentali questioni antropologiche sia la cosa giusta e possa diventare diritto vigente, oggi non è affatto evidente di per sé. Alla questione di come si possa riconoscere ciò che veramente è giusto e servire così la giustizia nella legislazione, non è mai stato facile trovare la risposta e oggi, nell’abbondanza delle nostre conoscenze e delle nostre capacità, tale questione è diventata ancora molto più difficile»[19].

Benedetto XVI concluse la sua complessa analisi davanti al Bundestag invitando ad una riflessione generale sui cambiamenti epocali della mentalità intervenuti nell’ultimo mezzo secolo, tali da mettere in discussione l’esistenza stessa dei “principi non negoziabili”. Certamente accetteremo questo invito. Per ora, concludiamo la presente riflessione accogliendo il richiamo alla prudenza nelle decisioni. La prudenza, appunto, è la capacità di scegliere i mezzi adeguati a raggiungere i fini. Per i cattolici, almeno, i principi non negoziabili, che rappresentano i fini, sono chiari; molto più difficile è decidere come tradurli in leggi, in decisioni operative, in voto politico. Tanto è vero che i cattolici, nei più vari Paesi, applicano in maniera molto differenziata il criterio di prudenza, scegliendo “mezzi”, cioè programmi politici e partiti, tra loro molto diversi.

Quello che è chiaro, nella situazione odierna, è che non si può operare una facile deduzione dal piano delle convinzioni religiose ed etiche generali, al piano della scelta politica, quella deduzione che spesso, in passato, ha assunto la seguente forma: «sono cattolico, dunque voto per…». Questo ragionamento non si può più fare. I cattolici non possono scegliere alcuni principi non negoziabili contro altri principi non negoziabili. La scelta politica dev’essere motivata diversamente, dev’essere pensata non solo nei fini ma anche nei mezzi, dev’essere studiata, confrontata, sofferta.

Certo, tutto questo non facilita le cose. Ma non è scritto da nessuna parte che essere cattolici renda l’esistenza più facile.

 

Summary

The subject of “non negotiable principles” has been a constant element of Benedict XVI’s reflections on the involvement of catholics in politics. They are deeply rooted in Christian teaching and were strongly emphasised during the second Vatican Council. Benedict XVI develops them by bringing out the specifically Christian view (when compared to that of other religions) of these principles, as human values that can be discerned with the light of our intelligence. For this reason, “Christianity has never imposed on the State or on society a revealed right… it has appealed instead to nature and to reason as the true source of rights”. Non negotiable principles are concerned with questions related to life (bioethics) and social bonds. These two dimensions are inseparable. Political and ideological manipulation occurs when these two dimensions are placed in opposition to one another.

[1] «Remota itaque iustitia quid sunt regna nisi magna latrocinia? Quia et latrocinia quid sunt nisi parva regna?»; De civitate Dei, 4, 1; in Sant’Agostino, La città di Dio, I (Libri I-X), Città Nuova, Roma 1997, p. 256.

[2] Sono disponibili in internet, nel sito della Santa Sede il cui indirizzo è: www.vatican.va.

[3] Congregazione per la dottrina della fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, Roma, 24 novembre 2002.

[4] Ibid., n° 3.

[5] Ibid.

[6] Ibid.

[7] Ibid.

[8] Ibid.

[9] Come vecchio professore di Etica nella Pontificia Università Gregoriana non posso non notare che in effetti l’elenco è disposto secondo l’insegnamento tradizionale dell’Etica generale e dell’Etica sociale nelle Università ecclesiastiche; si tratta di insegnamenti elementari, obbligatori nel primo o nel secondo anno. È evidente che i politici che separano un blocco di principi dall’altro verrebbero bocciati tutti. Forse anche qualche vescovo troverebbe un giovamento spirituale nel ripassare i suoi vecchi appunti. Quanto a me, temo di averne promossi troppi.

[10] Sant’Agostino, La città di Dio, cit., p. 256.

[11] Benedetto XVI, Discorso al Parlamento federale, Reichstag di Berlino, 22 settembre 2011, disponibile nel sito internet della Santa sede: www.vatican.va.

[12] Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis del Santo Padre Benedetto XVI all’episcopato, al clero alle persone consacrate e ai fedeli laici sull’eucaristia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, Roma, 22 febbraio 2007, n. 83.

[13] Cf. Nota dottrinale, cit., 4; e Concilio Vaticano II, Costituzione Pastorale Gaudium et Spes, 75.

[14] Concilio Vaticano II, Dignitatis humanae, 2.

[15] Cf. A. Acerbi, Chiesa e democrazia. Da Leone XIII al Vaticano II, Vita e Pensiero, Milano 1991, pp. 251-281.

[16] Pio XII, Radiomessaggio per il Natale 1944, in Le encicliche sociali dei papi. Da Pio IX a Pio XII (1864-1956), I. Giordani ed., Studium, Roma 1956, pp. 800-815, n° 7. Ora reperibile in www.vatican.va.

[17] Ibid.

[18] Nota dottrinale, cit., 4; e Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2304.

[19] Benedetto XVI, Discorso al Parlamento federale tedesco, Reichstag, Berlino, 22 settembre 2011; reperibile in www.vatican.va.

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