Hanno perso tutti tranne Grillo lo dicono i numeri

27 febbraio 2013 12:16 2 comments

Di Massimo Introvigne

27-02-2013

La Nuova Bussola Quotidiana

Le riflessioni politiche sul voto del 24-25 febbraio continuano. Ma – da sociologo – vorrei invitare anzitutto a leggere i numeri: i numeri assoluti, molto più «reali» delle percentuali che ci danno i grandi media. Per semplicità, li leggo arrotondando i decimali secondo i normali criteri, e prendendo in considerazione solo la Camera – dove c’è una base più ampia di elettori -, escludendo inoltre la Valle d’Aosta, dove si vota in modo diverso, e le circoscrizioni estere. Il punto di riferimento sono le precedenti elezioni politiche, del 2008.

La base elettorale è scesa da 47 a 46,9 milioni di elettori, ma i votanti sono scesi di più: da 37,9 a 35,3. Il calo percentuale è stato di 5,4 punti, da 80,5 a 75,1. Non sono salite, anzi sono calate, le schede bianche e nulle, scese da 1,4 a 1,3 milioni: numeri comunque mai da trascurare e non irrilevanti.

Tutti i partiti che avevano ottenuto seggi alle elezioni del 2008 hanno perso elettori, in modo davvero impressionante.

Il PD, sceso da 12,1 milioni di voti a 8,6 ne ha persi tre milioni e mezzo.

Il PDL, calato da 13,6 a 7,3 ha perso 6,3 milioni di elettori.Anche deducendo i risultati di Fratelli d’Italia (0,66) e FLI di Fini (0,16) – parliamo sempre di milioni di elettori, non di percentuali -, due partiti di fuoriusciti da quello che nel 2008 era il PDL, la perdita è sempre elevata: cinque milioni e mezzo di elettori.

La Lega, scesa da 3 a 1,4 milioni di voti, ha perso 1,6 milioni di voti.

L’UDC ne ha persi 1,4 milioni, scendendo da due milioni a 0,6.

L’Italia dei Valori ha generato Rivoluzione Civile di Ingroia ma il parto non è stato indolore: si ê passati da 1,6 a 0,7 milioni di elettori, con una perdita di 0,9 milioni.

La Destra di Storace, passata da 0,88 a 0,22 milioni, ha perso esattamente tre quarti dei suoi sostenitori.

Nel loro complesso, i partiti del 2008 hanno perso 13,6 milioni di voti. Dove sono andati a finire?

La parte maggioritaria è andata a Beppe Grillo, l’unico che può dire di avere vinto le elezioni, con 8,7 milioni di elettori, un votante italiano su quattro.

2,8 milioni hanno votato per Scelta Civica di Monti, che naturalmente nel 2008 non c’era.

0,4 milioni hanno votato Giannino, mentre gli 0,04 milioni (42.529 voti) di Magdi Allam non avvicinano gli 0,13 milioni (135.535) che nel 2008 avevano votato per la lista anti-abortista di Giuliano Ferrara.

Restano 1,7 milioni rifluiti nell’astensione, che ha mangiato voti anche alle liste minori, nel loro complesso più votate nel 2008.

Ma hanno ragione i primi commenti dell’Istituto Cattaneo: l’astensione non va sottovalutata ma neanche sopravvalutata. L’Italia con il 75,1% di votanti perde il suo tradizionale primo posto di grande Paese europeo dove si vota di più, sopravanzato dalla Francia (80,3% alle ultime presidenziali), ma rimane saldamente davanti – rispetto alle ultime elezioni politiche in questi Paesi – alla Germania (70,8%), alla Spagna (68,9%) e alla Gran Bretagna (65,8%). I partiti tradizionali non devono certo ignorare l’astensione, ma devono anche considerare che l’87,5% di coloro che li votavano nel 2008 e non li hanno più votati nel 2013 (al presumibile netto di morti e nuovi elettori) non si è rifugiato nell’astensione ma ha votato qualcun altro. Si tratta di 11,9 milioni di elettori in libera uscita, un record nella storia della Repubblica.

Che cosa di dicono questi dati? Che gli italiani non hanno considerata credibile nessuna delle proposte dei partiti tradizionali e hanno manifestato un confuso e disperato desiderio di cambiamento, che ha trovato sfogo in primo luogo in Grillo e in secondo nell’astensione. Il sistema elettorale ha poi prodotto un mostro. La coalizione guidata da Bersani con il 29,54% dei votanti – che corrisponde al 21,42% del corpo elettorale – ha lucrato la maggioranza assoluta dei deputati, 340. E con un vantaggio dello 0,36% sulla coalizione Berlusconi ha preso 216 deputati in più. Il sistema assegna la maggioranza assoluta a una coalizione che il 78,6% degli elettori ha manifestato di non gradire. Un meccanismo elettorale pensato per tempi di alte percentuali di votanti e di bipolarismo oggi, palesemente, produce una straordinaria ingiustizia, che la Corte Costituzionale ha censurato tre volte e che anche giuristi stranieri cominciano a considerare non conforme a qualunque nozione di democrazia tollerata dalle carte europee.

«Repubblica» ha lanciato ieri la proposta provocatoria di riparare alla «rapina a mano armata» – che, ovviamente, sarebbe stata tale anche a ruoli rovesciati tra Bersani e Berlusconi – con un’azione degli stessi parlamentari che denunciano il risultato elettorale alla Corte Costituzionale, chiedendo la dichiarazione di incostituzionalità della legge elettorale vigente e un immediato più equo riparto dei seggi. Naturalmente non se ne farà nulla. Né ci sono idee chiare su che cosa proporre. L’idea geniale nata in casa PD di attribuire il premio di maggioranza non alla prima coalizione ma al primo partito, pensata per mettere in sicurezza Bersani, avrebbe portato Beppe Grillo direttamente a Palazzo Chigi, perché il primo partito è il suo. Ma una legge elettorale che genera risultati così iniqui non è l’ultimo fattore fra quelli che hanno spinto tredici milioni e seicentomila italiani ad abbandonare i partiti che avevano votato cinque anni fa.

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