Figli in provetta di tre genitori

2 marzo 2013 14:12 7 comments

Di Assuntina Morresi

1 marzo 2013

Il Foglio

Un esperimento finito male dieci anni fa e i nuovi esseri umani manipolati dalla tecnoscienza

Il 9 maggio del 2002, una commissione della Food and Drug Administration, l’agenzia di farmacovigilanza americana, discusse pubblicamente un fatto straordinario: fra il 1998 e il 2002, in tre cliniche degli Stati Uniti erano nati con fecondazione assistita più di ventitré bambini con un Dna appartenente a tre persone, due donne e un uomo. Per la prima volta nella storia dell’umanità era stata manipolata la linea germinale – cioè i gameti – di alcuni esseri umani mediante una particolare procedura, chiamata “trasferimento ooplasmatico”, che consentiva di trasmettere questo loro particolarissimo Dna alle generazioni future, contrariamente a quanto stabilito dalle più importanti convenzioni internazionali, da quella di Oviedo e dell’Unesco sul genoma. Ma poi, considerato l’elevato numero di malformazioni verificatesi in quei nati, e la scarsità di studi su animali e di dati pre-clinici a disposizione, la FdA decise di bloccare quel tipo di procedure.

La notizia avrebbe dovuto fare scalpore almeno quanto ne aveva suscitato la nascita della pecora Dolly per clonazione, considerata anche la spregiudicatezza dell’esperimento in sé, applicato alla procreazione di esseri umani nonostante studi pregressi insufficienti, e con ben poche certezze sulla salute dei bambini nati a seguito di queste manipolazioni. Una superficialità e un cinismo non nuovi, purtroppo, nel settore della fecondazione assistita, ma non per questo meno raggelanti. Ma nonostante la portata e le inaccettabili modalità con cui era stata condotta, l’intera vicenda rimase a conoscenza dei soli “addetti ai lavori”. La si può trovare citata, per esempio, in nota in un parere del nostro Comitato nazionale per la bioetica su chimere ed ibridi, in riferimento a un verbale di una riunione dell’Hfea, l’authority inglese su fecondazione assistita ed embriologia. Non sappiamo cosa ne sia stato di quei bambini con un Dna unico al mondo, proveniente da tre persone. Le modifiche genetiche potrebbero aver avuto effetti in questi anni, potrebbero averne nei successivi, o forse nei loro discendenti o forse mai: a tutt’oggi, di queste persone la letteratura scientifica sembra aver perso le tracce. Ma il tentativo di procreare esseri umani con Dna di tre persone non è mai stato abbandonato nei laboratori. L’attenzione degli studiosi non è mai venuta meno, anzi, è cresciuta nel tempo, tanto che lo scorso anno l’Hfea ha lanciato una consultazione pubblica sull’argomento, in Gran Bretagna, per informare l’opinione pubblica della possibilità di ammettere questo tipo di pratiche nelle cliniche inglesi e verificare l’accettazione di questo tipo di esperimenti, in vista della possibilità di renderli leciti.

La procedura è stata presentata sempre nella solita chiave terapeutica, e cioè come innovativa terapia genica delle linee germinali, allo scopo di prevenire malattie ereditarie: “Medical frontiers debating mitochondrial replacement”, è il titolo che campeggia nel sito dell’Hfea, nella sezione dedicata all’argomento. Che poi ne possano nascere dei bambini con il Dna di tre persone diverse, è tutto sommato una conseguenza secondaria alla quale si dà poco rilievo, almeno da parte istituzionale. La consultazione si è chiusa lo scorso dicembre e i risultati debbono ancora essere resi pubblici.

Nello scorso ottobre e a dicembre l’importante rivista scientifica britannica Nature ha pubblicato due articoli sull’argomento. Nel primo, alcuni ricercatori dell’Oregon hanno spiegato di essere riusciti a produrre linee staminali embrionali umane fecondando ovociti geneticamente modificati in laboratorio: un Dna complessivo, quello degli embrioni ottenuti, ancora una volta riconducibile a tre persone – due donne e un uomo – ma formato con una tecnica differente rispetto a quella applicata negli Stati Uniti più di dieci anni prima. I ricercatori riferiscono che più della metà degli embrioni umani prodotti presenta anomalie, molto più che negli stessi esperimenti sui macachi, effettuati in precedenza dal medesimo gruppo di ricerca.

Due mesi più tardi, in un secondo articolo, un team di scienziati dal New York Stem Cell Foundation Laboratory e dal Columbia University Medical Center ha illustrato una tecnica più sofisticata della precedente, che consente la produzione di ovociti modificati apparentemente privi di anomalie.

La notizia è rimbalzata sui media di tutto il mondo – dall’Economist al Wall Street Journal – che hanno ripetuto il mantra della nuova scoperta per prevenire malattie ereditarie, spesso glissando sul “particolare” patrimonio genetico dei nascituri. Il copione, insomma, è sempre lo stesso: in nome di ipotetiche terapie per patologie attualmente incurabili, si cerca di far accettare dall’opinione pubblica, e di far autorizzare giuridicamente, qualsiasi esperimento tecnicamente realizzabile sugli esseri umani, nel tentativo di ridisegnarne i tratti fondanti. Il presunto fine è, in questo caso, impedire la trasmissione di alcune malattie ereditarie, dovute ad anomalie del Dna mitocondriale; il mezzo è la modifica delle linee germinali umane e la creazione di esseri umani con un Dna inesistente in natura, proveniente da tre persone. Ma il vero fine è saggiare l’onnipotenza della tecnoscienza, costi quel che costi.

L’autore principale della prima ricerca pubblicata su Nature, che ha avuto la maggior eco, è Shokurat Mitalipov, uno dei ricercatori che sulla stessa rivista, nel novembre del 2007, spiegava di essere riuscito a produrre linee cellulari staminali embrionali clonate di macachi con la stessa tecnica con cui era stata fatta nascere la pecora Dolly: sarebbe dovuta essere la dimostrazione che quella modalità di clonazione funzionava in esseri viventi complessi come i primati, e quindi, in futuro, negli esseri umani. Letto il testo dell’articolo, numeri alla mano, l’esperimento si rivelava evidentemente fallimentare. Ma soprattutto gli autori molto sfortunati: nello stesso periodo lo scienziato giapponese Yamanaka pubblicava il lavoro decisivo sulle sue iPS – le staminali pluripotenti indotte – che metteva la parola fine a quel filone di ricerca sulla clonazione e che gli avrebbe aperto la strada al Nobel.

Eppure, la manipolazione genetica di cui stiamo parlando, spacciata come prevenzione delle anomalie del Dna mitocondriale, oltre al problema del Dna innaturale e alla modifica ereditaria delle linee germinali, fa rientrare dalla finestra quello che era uscito dalla porta: ripresenta cioè il problema della clonazione umana, in termini ancora più pesanti di quelli posti dalla nascita della pecora Dolly.

Per capire meglio, dobbiamo entrare nel merito delle tecniche utilizzate. Un gamete femminile, cioè un ovocita, è una cellula che ha il 99,9 per cento del suo patrimonio genetico nel Dna del nucleo, e lo 0,1 per cento al di fuori del nucleo, nei mitocondri, che si ereditano solo per via materna, tramite, appunto, gli ovociti, poiché i mitocondri presenti negli spermatozoi si distruggono subito dopo la fecondazione, e non vengono trasmessi alla prole.

La prima tecnica utilizzata per eliminare i mitocondri portatori di anomalie genetiche, era il trasferimento ooplasmatico: dopo la manipolazione in laboratorio, l’ovocita aveva mitocondri “sani” insieme a quelli “anomali”, con il Dna in totale proveniente da due donne. Abbandonata questa strategia a seguito dei fallimenti e del pronunciamento della FdA, le tecniche attualmente possibili sono tre, tutte basate sul trasferimento nucleare, in analogia con la clonazione da cui è nata Dolly.

La prima, proposta nell’articolo di Nature, consiste di nuovo in una manipolazione degli ovociti, una variante rispetto a quella precedente: i mitocondri anomali di una donna sono sostituiti con quelli sani di un’altra donna. E’ una specie di eterologa in cui la “donatrice” cede solo una parte dei propri ovociti a una donna che ne ha di geneticamente difettosi. Il Dna difettoso viene eliminato, e quello sano, della “donatrice”, non contribuisce ai tratti somatici del bambino che eventualmente nascerà. Una procedura che può essere utilizzata anche per tentare di “ringiovanire” gli ovociti di donne biologicamente anziane. Con la fecondazione in vitro dell’ovocita modificato, l’embrione risultante avrà anche il contributo genetico del maschio, e quindi di tre persone complessivamente, in cui c’è una “madre biologica parziale” che ha contribuito solo per una parte degli ovociti, cioè i mitocondri.

La seconda procedura possibile prevede invece la sostituzione dei mitocondri malati con quelli sani mediante un trasferimento nucleare fra zigoti, cioè embrioni al primo stadio di sviluppo, quello monocellulare: in sostanza, si manipolano due embrioni per formarne un terzo, che può essere trasferito in utero ed eventualmente dar luogo a una gravidanza.

Anche in questo caso l’eventuale nato da un embrione così ottenuto avrebbe il patrimonio genetico riconducibile almeno a tre persone: il Dna nucleare appartiene alla coppia portatrice di anomalie mitocondriali, quella che cerca di avere un figlio sano. I mitocondri appartengono alla donna che ha messo a disposizione un embrione sano, e quindi sono geneticamente legati a questa donna.

Presso l’Università di Newcastle sono stati condotti esperimenti di questo tipo, utilizzando embrioni provenienti da trattamenti di fecondazione in vitro ma non trasferiti in utero perché anomali. Il Nuffield Council – un importante comitato etico inglese – in un report sull’argomento, rende anche conto di notizie secondo le quali in Cina cinque embrioni così modificati sono stati trasferiti in utero, e successivamente abortiti, sia volontariamente sia spontaneamente.
Si è discusso, in letteratura, se questa procedura potesse essere considerata una clonazione, e la risposta data generalmente è negativa, poiché non è duplicato nessun individuo, e neppure nessun embrione. C’è però anche chi la considera una clonazione contestuale alla distruzione dell’embrione clonato.

Diversa la terza possibilità, invece, per ora solo ipotizzata, che sarebbe sostanzialmente una clonazione multipla: un embrione con anomalie mitocondriali viene disgregato nelle sue cellule singole, i blastomeri, dai quali sono estratti i nuclei, che vengono poi trapiantati negli ovociti di una seconda donna, precedentemente enucleati, con mitocondri sani. Il risultato è una serie di embrioni tutti uguali fra loro, nel Dna nucleare, tanti quanti gli ovociti enucleati: è una vera e propria clonazione riproduttiva, dove però non si tratta di produrre una copia identica di un essere vivente adulto (come nel caso della pecora Dolly), ma di formare embrioni identici fra loro, clonando un embrione iniziale.

Anche solo da una descrizione sommaria come questa appena fatta, si possono trarre alcune conclusioni. La prima è che la complessità raggiunta dalle nuove tecnologie chiede sempre più di entrare nel merito scientifico dei singoli esperimenti per darne adeguate valutazioni; la seconda è che già esistono persone, al mondo, con un patrimonio genetico modificato, fatte nascere in esperimenti che meriterebbero una stigmatizzazione innanzitutto da parte della comunità scientifica e medica, per il fatto stesso di essere stati condotti. Di queste persone sarebbe importante conoscere le sorti e lo stato di salute. E’ inoltre evidente più che mai l’estrema vulnerabilità di tante coppie che accedono alle tecniche di fecondazione assistita, e la difficoltà, da parte di chi ne avrebbe il dovere e/o la competenza, nel monitorare quel che sta accadendo. La terza è che ancora una volta si copre, con la scusa di nuove terapie, il tentativo di ridisegnare in laboratorio esseri umani, manipolandoli nei primissimi istanti della loro esistenza, spesso senza conoscere neppure le conseguenze e i rischi di quelle manipolazioni.

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