Ratzinger-Bergoglio, la prima volta dei papi in tandem

25 marzo 2013 06:25 28 comments

Di Giuseppe Baiocchi

23 marzo 2013

linkiesta.it

Per la Conferenza Episcopale americana, la peggior copertura sul Conclave è della stampa italiana

E’ il primo “passaggio di consegne” nella bimillenaria storia del Pontificato e avviene in una semplicità che si sostanzia nell’immagine dei due inginocchiati fianco a fianco in preghiera nella cappella di Castelgandolfo. Semmai umanamente traspare la confidenza affettuosa tra gli anziani signori, entrambi caricati, in tempi diversi, dall’immane responsabilità della guida della Chiesa universale. Diversissimi per carattere, stile e carisma (l’uno per l’affilatissima lucidità di intelligenza e pensiero, l’altro per la calda affabilità pastorale), eppure uniti dal senso sostanziale del solo compito dell’annuncio del Vangelo in una Chiesa comunque “semper reformanda”.

E’ ormai noto che nel 2005 l’allora cardinale Bergoglio chiese di distogliere da sé i voti del Sacro Collegio, turbato dal solo apparire il capofila dell’opposizione a Ratzinger, quello stesso Ratzinger che sosterrà poi e più volte di non aver mai sentito l’argentino “come un avversario”. Segno reciproco di una condivisione forte della natura profonda ed originale della Chiesa e della sua missione. Come se la forzosa contrapposizione a lungo insistita e contrabbandata dal circo mediatico non trovasse poi altro elemento fondato se non nel diverso colore delle scarpe.

Sta d’altronde tramontando in molta fretta l’illusione ampiamente coltivata che il “progressista” Papa Francesco potesse “aprire” alle istanze mondane (e diffuse nell’inquietudine dell’arcipelago cattolico) su temi delicati come la sessualità e la bioetica, l’aborto e le nozze gay, tanto consone allo spirito laico di questo nostro tempo. Semmai, lo ricordano i più attempati, assomiglia davvero alla stagione luminosa di Papa Giovanni XXIII, tanto severo nella dottrina ed esigente “ad intra” quanto accogliente, amico e portatore di speranza verso il popolo cristiano e l’intera umanità non credente.

Certo, c’è poi l’accentuazione esplicita di temi conciliari come la collegialità episcopale o l’insistenza sul ruolo del “vescovo di Roma” che “presiede a tutte le Chiese nella carità”, accanto alla ruvida dolcezza di uno stile povero e umano che si libera di tutti gli orpelli possibili e esce dalla prigione di rituali, paramenti e consuetudini sovrane capaci ormai soltanto di soffocare l’energia misteriosa e vivificante del messaggio evangelico, senza per questo ritagliare un “Cristo su misura” alle comodità dell’uomo contemporaneo.

In questa nuova sensibilità di Bergoglio e nella sua straripante simpatia sta anche il mandato di portare più avanti quella “purificazione” dalla “sporcizia” della Chiesa che proprio Ratzinger aveva con coraggio additato fin dall’inizio come necessità improrogabile e sulla quale si è sentito mancare le forze fino al gesto sorprendente ed umile della rinuncia. L’esplicita fraternità dimostrata nell’incontro storico non esclude ovviamente l’ingresso negli “arcana imperii” naturalmente collegati al dovere di governo di una realtà carica di secoli e certamente anomala, anche se “deturpata” dall’imperfezione degli uomini.

Se è permessa una memoria personale, capitò a chi qui scrive di ascoltare, da giovane storico, il racconto di Ludovico Montini che confidò di aver chiesto con rispetto al fratello Paolo VI che cosa intendesse fare su uno Ior allora già chiacchierato. Ricevendone questa risposta: «Anche qui dentro, qualche volta, chi governa non comanda…». E’ pur vero, come ha detto di recente un cardinale africano, che «San Pietro non aveva una banca». E forse si va a compiere, con molta fatica e chissà quante resistenze e complicità contrarie, un percorso di cambiamento della Curia, della sua organizzazione e del suo ruolo di supporto al servizio del Pontefice che punti all’essenziale, sfrondando i molti rami secchi se non marciti e causa di infezione. Come tutte le burocrazie senza volto e sotto l’usbergo della norma, della prassi giuridica e della inveterata consuetudine la resistenza sarà insieme implacabile e rafforzata da potenti agenti esterni. Ma l’ultima monarchia assoluta sulla terra ha almeno il vantaggio di operare secondo la propria volontà.
Da buon gesuita, papa Francesco è tutto fuorchè un ingenuo pastore che si lascia trascinare da collaboratori interessati. E semmai la continuità con la determinazione di Benedetto XVI ne rafforza non solo il potere di persuasione ma anche il rischio di future impopolarità, che pure avrà già messo nel conto e alle quali si è già temprato nel groviglio della situazione argentina e latino-americana.

Deluderà, spesso e magari presto, il circo mediatico che nelle ultime settimane l’ha costruito quasi come un idolo, in modo che poi sia più facile abbatterlo. Ma sul terreno comunicativo anche la Chiesa, con la fatica e gli errori dei neofiti, sta imparando piano piano le contromisure. Sembra addirittura che la organizzatissima Conferenza Episcopale americana abbia monitorato con cura l’alluvione mediatica che ha accompagnato queste settimane storiche della rinuncia di Benedetto XVI, del Conclave e dei primi passi del nuovo Papa. Giungendo alla conclusione che l’informazione peggiore sia stata – ahimè – quella italiana.

Nella quale si è assistito, secondo gli estensori, a un sistematico nascondimento delle notizie a vantaggio di preconcette interpretazioni e di distorsioni ideologiche. Un giudizio che fa male, ma che qualche ragione ce l’ha. Un ultimo esempio: nel ricchissimo resoconto sulla lunga cerimonia di inaugurazione del pontificato a Piazza San Pietro nelle tre paginate di Repubblica, la brillante penna di Conchita De Gregorio è riuscita a non citare mai la parola “custodire”, che appariva a tutti la cifra programmatica del ministero petrino di papa Francesco. Un’inarrivabile improntitudine che lascia soltanto (sic) ammirati…

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