Riforma federale, la grande incompiuta

27 marzo 2013 19:55 4 comments

A cura di Carmelo Grassadonio

21-03-2013

vanthuanobservatory.org

Intervista a Luca Antonini, presidente della Commissione paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale Riforma federale, la grande incompiuta. Al centro della crisi economica italiana, l’incapacità (o volontà) politica di portare avanti il progetto.

Luca Antonini, per quattro anni presidente della Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, ha recentemente scritto un libro sul tema: “Federalismo all’italiana. Dietro le quinte della grande incompiuta”. Il libro è stato presentato dall’autore lunedì 18 marzo alla Stazione Marittima di Trieste.

Prof. Antonini, nel suo libro lei attribuisce l’origine di molte “spese pazze” delle Regioni a una riforma federale abbozzata dal governo di centro-sinistra sul finire della legislatura 1996-2001 e mai pienamente realizzata: il cosiddetto “federalismo all’italiana”.

È stata una riforma in cui non si credeva, fatta in fretta e furia, dopo il fallimento della Bicamerale, per motivi politici strumentali. I livelli essenziali non sono mai stati attuati. Lo Stato dice: «ci deve essere un asilo ogni mille abitanti»; questi si chiamano livelli essenziali. In dieci anni non sono mai stati realizzati, eppure sono fondamentali per garantire l’uguaglianza nel Paese. Come pure non è stato realizzato il Senato federale. Ormai lo stanno dicendo tutti i più grandi costituzionalisti: non si può gestire un sistema così decentrato senza un Senato federale. Sarebbe formato da sessanta componenti, su modello tedesco, nominati dai Consigli regionali. L’alternativa è un ricorso a ogni legge dello Stato, come sta avvenendo adesso. Nel frattempo, però, abbiamo decentrato il 60% della spesa in un sistema che di fatto è ingestibile.

Perché nel nostro Paese il “federalismo all’italiana” funziona da moltiplicatore di spesa?

Il problema è che mancano i controlli là dove dovrebbero esserci. Abbiamo fatto commissari della Sanità, Presidenti di Regione come Bassolino e Storace (tanto per citarne uno di sinistra e uno di destra). E questo dice tutto.

Quanti modelli di federalismo esistono e quale si adatta meglio alla situazione socio-politica italiana?

Esistono modelli cooperativi-solidali e modelli competitivi. I modelli competitivi sono come il modello federale degli Stati Uniti, quelli solidali come il modello tedesco. Secondo me l’unico modello che va bene per l’Italia è il modello solidale di tipo tedesco. Quelli competitivi distruggerebbero il Paese; a parte che il Sud non li voterebbe mai. Invece un modello di tipo solidale è quello che ha permesso alla Germania di “tirare su” l’Est.

Lei accenna alla necessità di operare riforme costituzionali importanti con larghe intese bipartisan. Questa legislatura, così frammentata politicamente, potrebbe essere l’occasione giusta per un cambiamento costituzionale?

Questo non lo so. Quello che manca è uno spirito di popolo come quello che animava i costituenti. Bisogna recuperare uno spirito come quello che ha animato le persone che presero parte all’Assemblea Costituente nel 1947. I tagli che gli ultimi governi hanno dovuto operare nei trasferimenti Stato-Regioni per effetto dell’austerity imposta dall’Europa hanno fatto implodere il sistema.

Nel suo libro lei parla della necessità di superare il modello bizantino e inefficiente dei trasferimenti in base alla spesa storica per passare a quello dei costi standard. Ce ne può parlare?

Il costo standard vuol dire il costo medio efficiente di un servizio: l’unico vero modo in cui è possibile fare la spending review, cioè tagliando gli sprechi. La spending review si fa così, non affamando la bestia. Altrimenti rischi che ci siano comuni che devono chiudere gli asili nido o non riescono più a erogare servizi essenziali, e magari sono proprio i comuni più virtuosi. Invece è necessario essere molto duri in quei casi, come Napoli, per fare uno dei tanti esempi, dove il comune dovrebbe essere commissariato.

Molti osservatori e analisti, paragonando lo Stato italiano con altri sistemi federali, ne hanno rimarcato le differenze chiamando in causa le religioni: secondo tali teorie gli Stati protestanti sarebbero più “rigorosi”. Condivide questa impostazione?

Non è un problema del Cattolicesimo o del Protestantesimo. Molto più semplicemente è che abbiamo messo le ruote quadrate alla macchina. Il problema è mettere le ruote giuste. Noi abbiamo avuto personalità cattoliche, come De Gasperi, che è andato negli Stati Uniti con un cappotto che gli avevano prestato e che era di un rigore straordinario.

Uno dei capisaldi teorici del federalismo, il principio di sussidiarietà, è anche uno dei principi fondamentali della Dottrina sociale della Chiesa cattolica. Che nesso c’è fra federalismo e sussidiarietà?

Il federalismo implica la sussidiarietà perché la sussidiarietà, cioè favorire la società civile, si può realizzare là dove ci sono delle tradizioni e c’è la società civile. In Friuli c’è la società civile, c’è il non profit, ecc. Allora è giusto che la Regione, che lo vede e lo sente, lo valorizzi. In altre regioni non c’è la società civile, c’è la mafia. Quindi non si può applicare la sussidiarietà. Lì ci vuole il centro, il controllo statale. Se articolo un sistema che mi permette di fare delle differenziazioni, avrò certi modelli regionali che favoriscono giustamente la società e altri che favoriscono il centro perché la società civile non è ancora matura.

Luca Antonini, Federalismo all’italiana: Dietro le quinte della grande incompiuta. Quello che ogni cittadino dovrebbe sapere, Edizione MarsilioTempi, pp 208, euro 15,00

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