Pacem in terris, un’enciclica da rileggere

12 aprile 2013 18:46 25 comments

Di Massimo Introvigne

12-04-2013

La Nuova Bussola Quotidiana

Lo ha ricordato Papa Francesco nell’udienza dell’11 aprile 2013 ai membri dell’istituzione caritativa statunitense “Papal Foundation”: ieri l’ottava e ultima enciclica del Beato Giovanni XXIII (1881-1963), “Pacem in terris”, dell’11 aprile 1963, ha compiuto cinquant’anni. Dell’importanza di questo cinquantenario aveva parlato a più riprese Benedetto XVI, certo consapevole anche dei rischi di celebrazioni intese a contrapporre l’“ottimismo” del “Papa buono” al Magistero sociale dei suoi predecessori.
Mentre nell’enciclica “Caritas in veritate” Papa Ratzinger aveva spiegato che il criterio interpretativo della “riforma nella continuità” da lui proposto per il Concilio Ecumenico Vaticano II vale anche per le encicliche sociali: di fronte a ogni documento vanno colti e accettati lealmente gli elementi di riforma, leggendoli però sempre in continuità con i documenti precedenti dei Pontefici e non come se si trattasse di smentite o di rotture.
“Pacem in terris”, il titolo dall’enciclica del Beato Giovanni XXIII, troppe volte è diventato uno slogan pacifista banale. Come spesso accade, tanti che citano l’enciclica non l’hanno mai letta.
Esaminiamone allora in modo dettagliato il contenuto. Sarà un esercizio più impegnativo della ripetizione di slogan, ma anche più fruttuoso. Scopriremo che il Magistero di quella grande enciclica non ha affatto al suo centro il pacifismo o un ottimismo ingenuo, ma la nozione dell’ordine sociale basato sul diritto naturale.
La pace, afferma Papa Roncalli, costituisce una delle principali preoccupazioni dei nostri contemporanei, e la Chiesa si unisce volentieri ai comuni auspici di pace. Ricorda, tuttavia, che la pace “può venire instaurata e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio”. Mentre i progressi della scienza rivelano sempre di più il mirabile ordine dell’universo, il disordine con “stridente contrasto” “regna tra gli esseri umani e tra i popoli”. La Chiesa, sulla base delle leggi iscritte da Dio nella natura umana, ricorda il nesso strettissimo fra pace e ordine.
L’enciclica esamina quattro sfere dell’ordine sociale: fra i cittadini; fra i cittadini e l’autorità pubblica; fra le comunità politiche; tra le comunità politiche, da una parte, e dall’altra la comunità mondiale nel suo complesso. Una quinta parte contiene una serie di indicazioni e di raccomandazioni pastorali. Soprattutto le prime tre parti costituiscono un compendio schematico di tesi ricavate dal magistero di Leone XIII (1810-1903) e del venerabile Pio XII (1876-1958). A questi due pontefici sono dedicate oltre cinquanta citazioni, spesso molto ampie.

La prima sfera esaminata è dunque quella dei rapporti tra i cittadini. Gli uomini riuniti in società sono persone, e quindi soggetto di diritti e di doveri che “scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla stessa natura umana” e sono pertanto “universali, inviolabili, inalienabili”.
II Pontefice propone una lista dei diritti che derivano dalla natura della persona umana, riuniti per gruppi:
- il diritto alla vita, da cui derivano il diritto all’integrità fisica, a un dignitoso tenore di vita, alla sicurezza in caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla propria volontà;
- il diritto al rispetto della propria persona, e quindi all’onore, alla buona reputazione, alla libertà nella ricerca del vero e nell’espressione culturale e artistica “entro i limiti consentiti dall’ordine morale e dal bene comune”; nonché il diritto “all’obiettività della informazione” e a “partecipare ai beni della cultura” in un sistema in cui si possa accedere ai gradi superiori dell’istruzione “sulla base del merito”;
- il “diritto di onorare Dio secondo il dettame della retta coscienza”, e quindi alla libertà di religione;
- il “diritto alla libertà nella scelta del proprio stato”, che comporta il diritto di perseguire la propria vocazione sacerdotale o religiosa come quello di creare una famiglia “fondata sul matrimonio contratto liberamente, unitario e indissolubile” che dev’essere rispettata come “nucleo naturale ed essenziale della società” e cui deve essere riconosciuto un “diritto di priorità” nell’educazione dei figli;
- il diritto al lavoro e alla libera iniziativa in campo economico, da cui deriva il diritto a condizioni di lavoro dignitose e, nel caso delle donne, rispettose, delle loro particolari esigenze “di spose e di madri”; il diritto a una giusta retribuzione; il diritto di proprietà privata “sui beni anche produttivi”, di cui il beato Giovanni XXIII riafferma il carattere naturale e la funzione sociale;
- il diritto di riunione e di associazione, e il diritto dei corpi intermedi a operare in libertà senza che le loro attività siano ridotte o impedite dallo Stato; il diritto alla libertà di movimento, che comporta il diritto di emigrazione e di immigrazione;
- il “diritto di prendere parte attiva alla vita pubblica”, nei modi consentiti dalle varie forme di governo e di regime fra le quali la Chiesa non esprime preferenze; il diritto alla tutela giuridica efficace e imparziale dei propri diritti. I diritti naturali della persona “sono indissolubilmente congiunti con altrettanti rispettivi doveri”. La scissione fra diritti e doveri costituisce uno dei principali errori relativi all’ordine sociale.
Per esempio, il diritto di ogni essere umano all’esistenza è connesso con il suo dovere di conservarsi in vita; il diritto a un dignitoso tenore di vita con il dovere di vivere dignitosamente; “il diritto alla libertà nella ricerca del vero è congiunto con il dovere di cercare la verità”, e così via. I doveri naturali si riassumono nel dovere di rispettare i diritti altrui, e nel dovere di solidarietà che chiede a ognuno di portare il suo contributo all’ordine sociale. Il dovere di solidarietà non potrà essere percepito nella sua pienezza dai cittadini se questi non si renderanno conto che la convivenza si “fonda sulla verità e non è soltanto un caso materiale o storico, ma è anzitutto un fatto spirituale”, quale “comunicazione di conoscenza nella luce del vero”, e “permanente disposizione ad effondere – gli uni negli altri – il meglio di se stessi”.
In sintesi “l’ordine fra gli esseri umani nella convivenza è di natura morale” e “l’ordine morale – universale, assoluto ed immutabile nei suoi principi – trova il suo oggettivo fondamento nel vero Dio”. I rapporti fra i cittadini, nota il beato Giovanni XXIII, sono caratterizzati negli anni più recenti rispetto al l’enciclica (che è del 1963) da una triplice ascesa economico-sociale: delle classi lavoratrici, delle donne, e dei popoli e delle etnie un tempo “dominate” che, con la fine dell’epoca coloniale, si costituiscono in comunità politiche indipendenti.
I lavoratori manuali, le donne, i popoli di recente indipendenza reclamano “uguali diritti” nella vita economica e sociale nazionale e internazionale.
Si tratta di un fenomeno che non manca di aspetti positivi; ma è necessario – afferma l’enciclica – che con la coscienza di nuovi diritti affiori anche la consapevolezza dei rispettivi doveri. Solo un equilibrio tra la percezione dei diritti e quella dei doveri permette infatti di aprire l’ordine sociale “sul mondo dei valori spirituali” e quindi di organizzarlo sul suo vero fondamento, che è Dio.

La seconda sfera dell’ordine che il beato Giovanni XXIII considera è quella in cui i cittadini entrano in rapporto con l’autorità. Il Pontefice tiene anzitutto a ribadire, con un’ampia serie di riferimenti a Leone XIII, che l’autorità non è una creazione o un’invenzione degli uomini, ma “deriva da Dio”.
Dio infatti ha creato gli uomini sociali, e non c’è società senza autorità. L’autorità, del resto, “trae la virtù di obbligare dall’ordine morale: il quale si fonda in Dio”. L’autorità che emana “leggi o autorizzazioni in contrasto con l’ordine, e quindi in contrasto con la volontà di Dio” non deve essere ubbidita, e le sue norme “non hanno forza di obbligare la coscienza”; “in tal caso, anzi, l’autorità cessa di essere tale e degenera in sopruso”.
Citando l’enciclica “Diuturnum” di Leone XIII, il beato Giovanni XXIII ribadisce pure che “per il fatto che l’autorità deriva da Dio non ne segue che gli esseri umani non abbiano la libertà di scegliere le persone investite del compito di esercitarla”.
La Chiesa non esprime preferenze fra i possibili regimi, e la dottrina secondo cui l’autorità deriva da Dio è conciliabile, come con altre forme di governo, anche con la “vera democrazia” descritta dal venerabile Pio XII.
II punto di riferimento specifico dell’ordine nel rapporto tra i cittadini e l’autorità è costituito dalla nozione di “bene comune, “ragion d’essere dei poteri pubblici” cui anche tutti gli esseri umani e tutti i corpi intermedi sono tenuti a portare il loro specifico contributo. L’enciclica mette in luce diversi elementi del bene comune: anzitutto, “le caratteristiche etniche che contraddistinguono i vari gruppi umani”, le tradizioni e la storia della nazione.
Nei suoi aspetti “essenziali e più profondi” il bene comune dev’essere tuttavia determinato con riferimento alla stessa natura umana, che include sia “bisogni del corpo” sia “esigenze dello spirito”. Queste ultime sono oggi spesso ingiustamente trascurate, mentre “il bene comune va attuato in modo non solo da non porre ostacoli, ma da servire altresì al raggiungimento del fine ultraterreno ed eterno”. Gli stessi “diritti e doveri della persona” costituiscono “l’indicazione di fondo” per determinare il bene comune: i pubblici poteri dovranno “tutelare e promuovere” i diritti e “rendere più facile” l’adempimento dei doveri.
Le due esigenze di tutelare e di promuovere i diritti e i doveri devono essere “saggiamente contemperate” con “la più vigilante attenzione”. Può infatti accadere che “nell’intento di promuovere i diritti, si arrivi all’assurdo risultato di ridurre eccessivamente o renderne impossibile il genuino esercizio”, attraverso eccessive ingerenze dello Stato nell’attività dei privati che, con il pretesto di garantire a tutti l’esercizio della libertà, di fatto la restringono in modo intollerabile.
L’enciclica ricorda anche che tutta la tradizione della dottrina sociale della Chiesa sottolinea l’esigenza “che gli esseri umani prendano parte attiva alla vita pubblica”; ma tale “diritto alla partecipazione” non è legato alla opzione per una forma politica determinata (la democrazia moderna), ma può esercitarsi in varie forme “necessariamente legate al grado di maturità umana raggiunto dalla comunità politica di cui sono membri e in cui operano”.
Esprimono spesso il principio del diritto alla partecipazione le “carte dei diritti” e le Costituzioni che molte nazioni si sono date; in tali documenti – nota il Pontefice – si riscontrano spesso elementi positivi, ma tuttavia “non può essere accettata come vera la posizione dottrinale” normalmente presente nelle dichiarazioni dei diritti “di quanti erigono la volontà degli esseri umani, presi individualmente o comunque organizzati, a fonte prima e unica donde scaturiscono diritti e doveri”. I diritti e i doveri, come l’autorità, non derivano dalla volontà o dalle decisioni degli uomini, ma dall’ordine morale e quindi da Dio.

La terza parte dell’enciclica discute l’ordine sociale nei rapporti tra le diverse comunità politiche. Anche le comunità politiche sono soggetti di diritti e di doveri: “la stessa legge morale che regola i rapporti fra i singoli esseri umani regola pure i rapporti tra le rispettive comunità politiche”, che costituiscono la terza sfera dell’ordine sociale. I rapporti internazionali tra le comunità politiche devono essere regolati nella verità, nella giustizia, nella solidarietà e nella libertà.
La verità implica anzitutto il riconoscimento della dignità di ogni persona umana e il rifiuto di “ogni traccia di razzismo”. Questo non esclude che “le comunità politiche possono differire tra loro nel grado di cultura e di civiltà” e non implica l’accettazione di un relativismo culturale; ma le nazioni più sviluppate non devono “fare valere ingiustamente la loro superiorità sulle altre”, ma piuttosto aiutarle nello sviluppo. È un atteggiamento richiesto anche dalle esigenze della pace, in quanto “i popoli, a ragione, sono sensibilissimi in materia di dignità e di onore”.
In secondo luogo, i rapporti fra le comunità politiche devono essere regolati secondo giustizia, nel riconoscimento dei rispettivi diritti, fra cui spiccano il diritto all’esistenza, allo sviluppo, alla buona reputazione e all’onore, e dei rispettivi doveri. Un particolare dovere di giustizia delle comunità politiche è l’equo trattamento delle minoranze e il rispetto “della loro lingua, della loro cultura, del loro costume”. “Un’azione diretta a comprimere e a soffocare il flusso vitale delle minoranze è grave violazione della giustizia; e tanto più lo è quando viene svolta per farle scomparire”.
Dal canto loro i membri delle minoranze dovrebbero tentare di non “accentuare l’importanza degli elementi etnici” e di “apprezzare gli aspetti positivi di una condizione che consente loro l’arricchimento di se stessi con l’assimilazione graduale e continuata di valori propri di tradizioni o civiltà differenti”. Le minoranze dovrebbero essere “un ponte” fra due civiltà piuttosto che una pericolosa “zona di attrito”. I rapporti tra le comunità politiche devono essere impostati, in terzo luogo, nella solidarietà, favorendo gli scambi tra i rispettivi cittadini e collaborando per il bene comune dell’intera famiglia umana.
L’urgenza di un ordine internazionale fondato sulla solidarietà è messa in luce dal fatto che “vi sono sulla terra paesi che abbondano di terreni coltivabili e scarseggiano di uomini, in altri paesi invece non vi è proporzione tra le ricchezze naturali e i capitali a disposizione”. Il beato Giovanni XXIII raccomanda che “”ogni qualvolta è possibile” sia “il capitale a cercare il lavoro” con investimenti e insediamenti produttivi nei paesi dove abbonda la manodopera “e non viceversa”, in modo da ridurre il fenomeno dell’emigrazione.
A proposito dei rapporti fra ordine internazionale e principio di solidarietà, l’enciclica affronta ancora due problemi specifici. Richiama anzitutto l’attenzione sul dramma dei profughi politici fuggiti da paesi “che non assicurano alle singole persone una sufficiente sfera di libertà, entro cui al loro spirito sia consentito respirare con ritmo umano”.
I profughi debbono essere rispettati, accolti e tutelati nella loro dignità di persone. In secondo luogo, il beato Giovanni XXIII – che scrive nel pieno della Guerra fredda – denuncia lo spreco di risorse costituito dalla corsa agli armamenti e raccomanda opportune iniziative per il disarmo, che tuttavia non potranno essere efficaci e realistiche che se il disarmo sarà “simultaneo e reciproco” e se coinvolgerà, insieme agli aspetti tecnici, anche elementi dottrinali e morali con il riconoscimento di un ordine morale internazionale da tutti condiviso.
Accanto alla verità, alla giustizia, alla solidarietà, i rapporti tra le comunità politiche esigono anche la libertà. Nessuna comunità politica “ha il diritto di esercitare un’azione oppressiva sulle altre o di indebita ingerenza”. Gli aiuti ai Paesi meno sviluppati possono violare questo principio di libertà quando non rispettano “i valori morali e le peculiarità etniche proprie delle comunità in fase di sviluppo economico” o agiscono con “propositi di predominio” ideologico.
Il beato Giovanni XXIII ribadisce che gli aiuti più appropriati ai Paesi in via di sviluppo sono quelli che consentono agli abitanti di tali paesi di divenire essi stessi “i principali artefici nell’attuazione del loro sviluppo economico e del loro progresso sociale”.

La quarta parte della “Pacem in terris” affronta il problema dell’ordine sociale nei rapporti fra le comunità politiche e la comunità mondiale. Il timore della “forza terribilmente distruttiva delle armi moderne”, l’accentuata circolazione “delle idee, degli uomini, delle cose”, l’interdipendenza tra le economie nazionali hanno indotto la consapevolezza che “nessuna comunità politica oggi è in grado di perseguire i suoi interessi e di svilupparsi chiudendosi in se stessa”, ma deve stabilire rapporti con la comunità mondiale nel suo complesso.
L’unità del genere umano postula da sempre l’esistenza di un bene comune universale, anch’esso fondato sulla tutela dei diritti e dei doveri della persona umana in tutto il mondo. La nuova situazione socio-economica mette in risalto come sia impossibile che il bene comune universale sia perseguito da una semplice collaborazione fra le singole comunità nazionali attraverso i normali rapporti diplomatici, e fa nascere l’esigenza di una comunità mondiale che si doti di proprie istituzioni. II criterio, insegna il beato Giovanni XXIII, rimane però quello del principio di sussidiarietà: “i poteri pubblici della Comunità mondiale non hanno lo scopo di limitare la sfera di azione ai poteri pubblici delle singole comunità politiche e tanto meno di sostituirsi ad essi”.
La comunità mondiale, con le sue istituzioni, dovrà intervenire soltanto nei casi e per gli scopi cui l’azione delle singole comunità nazionali, o di alcune fra esse coordinate fra loro, sia manifestamente insufficiente.
Per esempio, nel caso specifico delle Nazioni Unite, l’enciclica nota che sui documenti e le attività dell’ONU “sono state sollevate obiezioni e fondate riserve”, per cui si può ritenere che siano necessari sforzi ulteriori e modifiche perché le persone e i popoli trovino nelle Nazioni Unite una vera “tutela efficace”.

La quinta parte dall’enciclica offre infine indicazioni pastorali. La restaurazione dell’ordine morale e cristiano nelle quattro sfere indicate dal Pontefice richiede anzitutto la partecipazione attiva alla vita pubblica da parte dei cattolici “perché le istituzioni a finalità economiche, sociali, culturali e politiche, siano tali da non creare ostacoli, ma piuttosto facilitare o rendere meno arduo alle persone il loro perfezionamento: tanto nell’ordine naturale che in quello soprannaturale”.
Sarà necessario che i cattolici acquisiscano le necessarie capacità scientifiche, tecniche e professionali; tali competenze sono tuttavia “necessarie ma non sufficienti”. Quella che davvero si richiede è “una sintesi di elementi scientifico-tecnico-professionali e di valori spirituali”. Le istituzioni nazionali e internazionali denunciano una preoccupante “povertà di fermenti e di accenti cristiani”, nonostante che “alla creazione di quelle istituzioni hanno contribuito e continuano a contribuire molti che si ritenevano e si ritengono cristiani”. Quale la causa del fenomeno?
Il beato Giovanni XXIII ritiene “che la spiegazione si trovi in una frattura nel loro animo fra la credenza religiosa e l’operare a contenuto temporale”. “È necessario quindi che in essi si ricomponga l’unità inferiore” fra fede e impegno temporale; senza dimenticare che la grave frattura denunciata è anche “il risultato di un difetto di solida formazione cristiana”. I laici cattolici, anche coloro che occupano posizioni di responsabilità nella vita pubblica, hanno spesso soltanto una “istruzione religiosa di grado elementare”, particolarmente carente per quanto riguarda la dottrina sociale della Chiesa.
Nella promozione dell’ordine sociale i cattolici potranno collaborare, sulla base del diritto naturale, con i cristiani separati dalla Sede Apostolica e talora anche “con esseri umani non illuminati dalla fede in Gesù Cristo, nei quali però è presente la luce della ragione ed è pure presente e operante l’onestà naturale”.
Il beato Giovanni XXIII ricorda l’imperativo di “non venire mai a compromessi” con l’errore; enuncia però la distinzione tra l’errore e l’errante e fra le dottrine filosofiche e i movimenti che le rappresentano. La distinzione fra errore ed errante viene citata oggi con grandissima frequenza, spesso del tutto avulsa dal complessivo contesto della “Pacem in terris”: non sempre tuttavia a proposito.
Spesso la distinzione viene totalmente fraintesa e ridotta al semplice richiamo a presunte esigenze di carità che dovrebbero attenuare se non eliminare, per amore verso l’errante, la stessa polemica nei confronti dell’errore. Nel contesto dell’enciclica la distinzione muove invece dalla chiara premessa secondo cui, come accennato, si deve “non venire mai a compromessi riguardo alla religione e alla morale”. La collaborazione con gli “erranti” deve avvenire, precisa ancora Giovanni XXIII a condizione che essi – pure vittima di errori sulla religione – condividano almeno principi e fini “del diritto naturale”, ciò che ovviamente non si verifica per molti seguaci di ideologie moderne. E deve avvenire per i fini indicati dalla “dottrina sociale della Chiesa”, e inoltre secondo le prudenti “direttive dell’autorità ecclesiastica”.
Infine, se Giovanni XXIII richiama particolarmente l’attenzione sull’“errante”, è anche per sottolineare come la collaborazione per specifici fini di diritto naturale con “quanti non credono, o credono in modo non adeguato, perché aderiscono ad errori” può essere occasione di apostolato in modo che gli “erranti” possano finalmente “scoprire la verità e renderle omaggio”.
Il beato Giovanni XXIII dedica anche un accenno a coloro che “trovandosi di fronte a situazioni nelle quali le esigenze della giustizia non sono soddisfatte” presi dal desiderio di novità vogliono far ricorso a qualcosa che può “rassomigliare alla rivoluzione”.
Il Pontefice, li invita a non dimenticare “che la gradualità è la legge della vita in tutte le sue espressioni; per cui anche nelle istituzioni umane non si riesce a innovare verso il meglio che agendo dal di dentro di esse gradualmente”. E ricorda l’espressione del venerabile Pio XII secondo cui “non nella rivoluzione ma in una evoluzione concordata stanno la salvezza e la giustizia”.
L’enciclica tratta dunque del “compito immenso” della restaurazione dell’ordine sociale nelle sue varie sfere. Se non mancano accenni a problemi contingenti degli anni 1960, il tema centrale di un ordine sociale fondato sulla legge naturale, che a nessuno è lecito violare e su cui possono convenire anche i non cristiani e i non credenti, anticipa il Magistero di Benedetto XVI e rimane un insegnamento fondamentale della dottrina sociale della Chiesa.

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