L’otto per mille va a beneficio dello Stato e non della Chiesa

17 aprile 2013 16:05 889 comments

Di Ariel S. Levi di Gualdo

Se i vescovi italiani facessero una grande serrata, metterebbero in ginocchio il paese.

Estratto dagli articoli pubblicati su papalepapale.com

14 aprile 2013

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La soppressione dei beni ecclesiastici del 1866

Veniamo anzitutto alla conoscenza della storia, senza la quale non possiamo parlare di Otto per Mille, di cosiddetti finanziamenti alla scuola cattolica e giocondità pannelliane e grilliane di vario genere. Per capire è necessario partire dall’estate del 1866 quando il nuovo governo nazionale italiano promulgò le cosiddette “leggi eversive” che soppressero numerosi enti ecclesiastici i cui patrimoni mobili e immobili furono incamerati dallo Stato. Queste leggi intendevano evitare che dei beni immobili e dei terreni restassero per secoli di proprietà di uno stesso titolare, ossia la Chiesa, impedendo in tal modo la libera circolazione della ricchezza. Nella realtà dei fatti, la vendita delle terre che facevano parte dell’ex patrimonio ecclesiastico, che nelle intenzioni del legislatore dovevano andare a beneficio dei contadini, finirono invece in mano a speculatori e latifondisti, spesso senza scrupoli.

Proprio verso questi speculatori e latifondisti, non verso la Chiesa, presero vita agli inizi del Novecento le sacrosante rivendicazioni dei contadini, appoggiati e sostenuti nelle loro più profonde e cristiane ragioni dalla Dottrina Sociale della Chiesa di cui fu padre e fondatore il Sommo Pontefice Leone XIII. I politicanti anticlericali digiuni di storia che volessero saperne di più vadano a leggersi l’enciclica leonina Rerum Novarum del 1891 [qui] anziché certi penosi commenti di Enzo Bianchi ad uso del politicamente corretto per i salotti della sinistra ultra laica radical chic, che da anni bivacca nel Cortile dei Gentile del Cardinale Gianfranco Ravasi trasformato in una vera e propria succursale della redazione di Micromega.

Con le “leggi eversive” del 1866 buona parte dei grandi immobili urbani costituiti da chiese monumentali, abbazie, monasteri e conventi, per la quasi totalità passarono ai Comuni e furono utilizzati – e oggi ancora molti sono utilizzati – come scuole, collegi, uffici. Lo Stato provvide invece a convertire questi antichi e preziosi stabili in caserme o carceri. Sovvertendo totalmente l’architettura di complessi artistici straordinari, le storiche certose rinascimentali finirono mutate in cimiteri. In quegli anni il patrimonio artistico italiano subì uno scempio come mai prima d’allora s’era visto, ed alla faccia del ritornello “E tu biondina capricciosa e garibaldina trullallà …”, opere pittoriche e scultoree di grandi maestri della storia dell’arte finirono irreparabilmente distrutte, altre furono solo parzialmente recuperate a distanza di un secolo dopo lunghi e costosi lavori di restauro, senza che nessuno abbia mai indicato sulle lapidi celebrative dei restauri affisse su certi stabili spesso smembrati nel corso dell’Ottocento: «Ciò che dopo anni di lungo e costoso lavoro abbiamo recuperato di questo stabile d’alto interesse storico e artistico è solo una parte della struttura originaria sopravvissuta al glorioso scempio del Risorgimento Italiano».

I risultati di tutto questo sono ancora visibili, specialmente nel Meridione d’Italia, dove chiese storiche e cappelle di gran pregio architettonico sono diventate botteghe artigiane, officine, magazzini, autorimesse … il tutto dopo avere subito le debite spoliazioni da parte dei mercanti di opere d’arte che tra l’Ottocento e gli inizi del Novecento si arricchirono, ma soprattutto arricchirono le principali collezioni private del mondo esportando fuori dall’Italia pezzi di incalcolabile valore storico e artistico.

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Il leggendario risorgimento italiano

Tutto quel patrimonio storico, artistico e architettonico non poteva – previa debita spoliazione preventiva – essere convertito per intero in ospedali, scuole, caserme, carceri e cimiteri. Per questo motivo dopo la presa di Roma nel settembre del 1870 e la caduta dell’ultimo territorio dello Stato Pontificio, trovandosi nella grave condizione di non poterle gestire e soprattutto custodire lo Stato cominciò gradualmente a riaffidare molte di queste strutture al clero. Tutt’oggi, numerosi stabili gestiti da diocesi o da ordini religiosi sono di proprietà dello Stato al quale è versato un affitto simbolico stabilito in contratti di locazione rinnovabili ogni 19 anni, per evitare che possa essere rivendicato l’usucapione.

Dopo il 1870 e per gli anni successivi a seguire la Chiesa italiana era ridotta quasi alla fame, soprattutto nei territori dell’ex regno borbonico caduto nel 1861 e comprendente all’epoca gli attuali territori di Abruzzo, Campania, Molise, Basilicata, Calabria, Puglia e Sicilia. Numerose diocesi di questi territori versavano in condizioni di grave indigenza e non pochi parroci e curati di campagna erano spesso costretti a fare i contadini per vivere o semplicemente sopravvivere, i sacerdoti più acculturati che vivevano nei centri urbani cittadini si sostenevano facendo perlopiù lezioni o istruendo a domicilio i figli delle famiglie benestanti.

Dopo la presa di Roma il Romano Pontefice si rinchiuse “prigioniero volontario” nell’attuale spazio della Città del Vaticano e tra il Regno d’Italia e la Sede Apostolica si aprì la stagione della “questione romana”, durata quasi sessant’anni, alla quale pose fine nel 1929 il concordato tra il Regno d’Italia e la Sede Apostolica, revisionato successivamente con la Repubblica Italiana nel 1984 [qui]. Il concordato riconobbe l’indipendenza e la sovranità del Romano Pontefice sulla Città del Vaticano, che divenne Stato indipendente e sovrano. A titolo d’indennizzo lo Stato riconobbe alla Chiesa delle somme pattuite di danaro per le spoliazioni subite nel corso dell’Ottocento e nella successiva revisione del 1984 fu messo a punto il meccanismo di contribuzione dell’Otto per Mille.

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Lo Sato italiano ha bisogno della Chiesa Cattolica

L’Italia di quegli anni era retta dal Governo di Benito Mussolini, di formazione socialista e anticlericale, rimasto di fondo socialista e anticlericale tutta la vita. Dinanzi al concordato tra Stato e Chiesa del 1929 dobbiamo porci una prima domanda: la casa regnante dei Savoia non proveniva da una cultura cattolica ma da una cultura liberale e, perché no, anche massonica. Al Re Umberto I e a suo figlio Vittorio Emanuele III possiamo imputare molte responsabilità, forse soprattutto al secondo, c’è però una cosa di cui i Re di Savoia non sono imputabili: di essere stati dei bigotti baciapile. A maggior ragione dobbiamo interrogarci: perché questa casa regnante e questo governo ebbero l’esigenza politica di risolvere la questione romana? Quali problemi ed emergenze sociali si celavano dietro questa esigenza, solo apparentemente politica?

Non essendo la storia un’opinione, tanto meno manipolabile per mezzo dei sempiterni deliri geriatrici di Pannella su Radio Radicale o dei deliri compulsivi ben maggiori del Grillo sulla Rete, la ragione del perché è semplice, come in genere lo è tutto ciò che di palese non si vuol vedere e proprio per questo ostinatamente negare: lo Stato aveva bisogno della Chiesa italiana per tenere in piedi una fitta rete di istituzioni di assistenza capillarmente diffuse in tutto il Paese.

Aveva bisogno delle suore di varie famiglie religiose, del fitto esercito delle Figlie di Maria Ausiliatrice che all’epoca gestivano orfanotrofi disseminati in tutta Italia, per non parlare dei centri di assistenza per l’infanzia bisognosa, dove molti genitori erano costretti a mettere i propri figlioletti di gracile costituzione e debole salute non in grado di lavorare nei campi o nelle botteghe artigiane a dieci anni e che quindi non potevano mantenere.
Senza l’esperienza e la storica professionalità di numerose altre famiglie religiose, le figlie della carità di San Vincenzo dei Paoli, le suore camilliane, le suore pallottine … lo Stato si sarebbe trovato in enormi difficoltà nel gestire e tenere aperti numerosi ospedali, altrettanti centri di ricovero per anziani ammalati o senza famiglia, per orfani e per fanciulli che le famiglie non potevano sostenere.
Erano le suore di San Giuseppe Benedetto Cottolengo che si prendevano cura di fanciulli e di anziani handicappati che non potevano essere gestiti e curati presso le famiglie, prive anzitutto dei mezzi economici per farlo.

Erano le suore mantellate che si occupavano di accudire le detenute delle carceri femminili ed erano le stesse che direttamente o tramite le diverse strutture cattoliche cercavano poi di inserirle nell’ambito sociale e lavorativo alla loro uscita dal carcere.

Erano i cappuccini di Nostra Signora Addolorata meglio noti come amigoniani che prestavano servizio nelle carceri minorili e nei riformatori statali, dedicandosi attivamente al recupero della gioventù traviata formata di giovani portati a delinquere perché privi di famiglie e di qualsiasi criterio educativo sociale. l’Ordine Ospedaliero San Giovanni di Dio dei Fatebenefratelli gestiva ospedali, orfanotrofi e diversi manicomi…
Perché, analogamente a quanto accaduto in Francia dopo la rivoluzione di fine Settecento, nell’Italia unita aumentarono gli analfabeti a partire dal 1866 per i tre decenni a seguire, tanto che a fine Ottocento il nostro Paese vantava un tasso di analfabetismo pari all’80% circa della popolazione?

Perché – ma soprattutto in nome di quale mito costruito a tavolino e poi trasferito a piè pari sui libri di storia – ci si ostina a tacere sul dato di fatto che prima del 1866 gli analfabeti erano pari al 60% circa della popolazione e che il più alto tasso di alfabetizzazione dell’intera penisola italiana si aveva nei territori del vecchio Stato Pontificio?

Nelle campagne italiane dell’epoca erano i parroci che insegnavano ai fanciulli a leggere e a scrivere. Altrettanto facevano i monaci benedettini e cistercensi, i frati agostiniani, i frati domenicani, i frati delle famiglie francescane e i carmelitani. All’interno dei monasteri e dei conventi sparsi nelle varie campagne italiane erano quasi sempre organizzate scuole per i figli dei contadini poveri del circondario, centri di assistenza per famiglie impoverite e affamate da stagioni di scarso raccolto.

Quando il governo liberale soppresse con le “leggi eversive” questi istituti considerati parassitari assegnandone i terreni ad “amici degli amici” che presero subito a speculare a più non posso, i figli di quei contadini rimasero per diversi decenni senza alcuna possibilità di istruzione, ed i loro genitori finirono presto in pasto a spregiudicati latifondisti che li affamarono a più non posso, mentre nei monasteri e nei conventi non c’erano più i “parassiti” che sino a poco prima si erano dati da fare per assicurare a queste famiglie una pagnotta di pane e ai loro figli un minimo di istruzione.

Fu a causa dei latifondisti liberali senza troppi scrupoli – non per causa dei religiosi che abitavano gli antichi stabili confiscati e che usavano i propri terreni anche per sfamare i contadini – che cominciò a prendere vita sul finire dell’Ottocento una massiccia immigrazione d’italiani ridotti alla fame verso le varie terre del Nuovo Mondo.

Il buon liberalismo risorgimentale lasciò il vuoto sociale e istituzionale in tutti i sensi. Nel Meridione d’Italia, dopo la caduta del Regno Borbonico, fu smantellato l’esercito e quelle terre lasciate per anni senza controllo da parte delle forze di pubblica sicurezza. Di fronte a questo c’è però chi seguita sempre a domandarsi come mai siano nate la Camorra, la ‘Ndrangheta e Cosa Nostra. Ma forse c’è di peggio: se lo chiedono senza riuscire a trovare neppure una risposta.

Solo sul finire degli anni Trenta del Novecento il governo fascista provvide a dotare molti paesi periferici di scuole elementari statali, presenti sino a prima solo nelle città e nei grandi paesi. Solo agli inizi degli anni Cinquanta del Novecento il Parlamento della Repubblica Italiana varò una legge sulla riforma agraria.

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Gli istituti ospedalieri e le casse rurali

Molti istituti ospedalieri statali portano il nome di santi e sante, soprattutto di fondatori e fondatrici di centri di assistenza sociale e sanitaria. Qualcuno si è mai domandato perché il grande ospedale di Bologna si chiama Sant’Orsola, quello di Ferrara Arcispedale di Sant’Anna, per seguire con gli ospedali di Santa Maria Nuova a Firenze, Santa Chiara a Pisa, Santa Corona a Pietra Ligure. Tra la Toscana, la Romagna e l’Umbria esiste una catena di ospedali che si chiamano “Ospedale della Misericordia”, la corretta dicitura per esteso sarebbe: Santa Maria della Misericordia.

Nessuno si è mai domandato come mai alcune casse rurali e artigianali portavano il nome di santi e di sante? Ma perché nacquero a loro tempo per aiutare i numerosi contadini presi per il collo dai latifondisti liberali che avevano fatto risorge la patria italica dall’oscurantismo clericale e papalino!

Il “buon” governo liberale del “buon” Regno d’Italia nato dalle glorie di un Risorgimento narrato tutt’oggi come graziosa leggenda e con una storia tutta quanta ancora da scrivere, a partire da quel prezzolato di Giuseppe Garibaldi, il “padre” della “libertà”, il cosiddetto “eroe dei due mondi”, che in effetti trasportava in nave gli schiavi da un mondo all’altro, ossia dal Brasile all’Europa, aveva disperato bisogno che Gesuiti, Salesiani, Fratelli delle Scuole Cristiane, Scolopi e via dicendo, supplissero ciò cui lo Stato non riusciva e non poteva supplire: la scuola e l’istruzione scolare, la cura dell’infanzia, degli orfani e dei bimbi abbandonati dalle famiglie, degli anziani ammalati e degli anziani senza famiglia, dei disabili giovani e anziani, delle persone affette da pazzia o da gravi turbe psichiche che per la sicurezza di tutti dovevano essere tenuti sotto controllo in appositi istituti, dei giovani delinquenti e disadattati internati nelle carceri minorili o messi nei riformatori che andavano gli uni recuperati e gli altri educati.

Se tutto questo non fosse sufficiente si aggiungano anche le suore di Gesù che si occupavano del recupero delle prostitute, oltre che dei figli e delle figlie delle prostitute, mentre lo Stato liberale, tramite il genio politico di Camillo Benso di Cavour, pensò di risolvere il problema della prostituzione legalizzando i bordelli attraverso le cosiddette Case di Tolleranza, tollerate dallo Stato previa licenza e soprattutto previo pagamento delle dovute tasse al pubblico erario…

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Le scuole cattoliche sono scuole pubbliche

Queste le esigenze storiche e sociali dalle quali nacquero molte istituzioni e scuole cattoliche, che seguitano a esiste tutt’oggi e a svolgere ancora il loro prezioso servizio tutto quanto pubblico, altro che privato! Questa è la realtà storica trascurata per ignoranza o peggio forse negata per malafede dal pericoloso giullare telematico Beppe Grillo e dai suoi adoranti demiurghi che hanno ripetutamente affermato, seguendo le frottole del loro autocrate, che «Alle scuole private è stato assegnato un miliardo e mezzo di euro» e che pertanto – verbum Grilli, veritas est! – «Lo Stato deve finanziare la scuola pubblica, non quella privata». Ciò detto ecco subito seguire, tra cori di grillini surreali e di fans onirici vari, ovazioni a non finire, il tutto secondo il principio di fondo prima enunciato del muro della villa imbrattato con vernice spray.

Purtroppo, la ciurma più o meno incattivita, in Beppe Grillo applaude null’altro che un clamoroso bugiardo, perché quelle cattoliche non sono scuole private ma scuole pubbliche. Il finanziamento non ammonta a un miliardo e mezzo ma a meno della metà. Per ogni ragazzo che frequenta una scuola pubblica non statale, di quelle che impropriamente l’autocrate giullare del Movimento Cinque Stelle chiama “scuole private”, lo Stato versa meno di 500 euro all’anno per ogni studente, mentre ne versa circa 6.000 per ogni studente che frequenta una scuola pubblica statale. Per non parlare del fatto che la libertà della scelta educativa da parte della famiglia trova le proprie garanzie nella Carta Costituzionale della Repubblica Italiana, della quale grillini e pannelliani sono avvezzi a estrapolare barbaramente solo quel che ritengono faccia a loro comodo. Va poi tenuto conto che quelle scuole raccolgono al proprio interno oltre un milione di studenti e casomai fossero chiuse lo Stato si ritroverebbe col mondo della scuola nel caos totale a livello nazionale, per non parlare del caos ingenerato se fossero chiusi certi centri di assistenza clinica, sociale e caritativa.

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I fomentatori di odio

Vorrei seguitare a invitare certi giullari tutti ingazzurriti dal loro autocratico e pericoloso capo giullare a un altro bagno di sano realismo anch’esso tutto quanto rigorosamente storico, perché il pianeta di utopia destinato a breve vita lo lasciamo al mondo virtuale della democrazia internetica del Movimento Cinque Stelle. La realtà del nostro Paese è anche costituita da un ingente e sconfinato patrimonio storico, artistico e architettonico che il governo del Regno d’Italia non era in grado di tutelare e di conservare. Negli anni Trenta Benito Mussolini definì con intuito e intelligenza il nostro Paese come “un museo a cielo aperto che parte dalle Alpi per giungere sino alla punta estrema della Sicilia”.

Quando nel 1866 lo Stato provvide alla confisca dei beni perlopiù storici e artistici appartenenti a enti ecclesiastici, si trovò presto nell’impossibilità di sopperire alla sua conservazione e custodia, non essendo all’epoca in grado di avvalersi né dell’estro politico dei Radicali di Pannella, né del genio fantascientifico e del volontariato gratuito dei giovani in protesta del Movimento Cinque Stelle al traino del loro autocrate telematico.

Basiamoci dunque sul pratico, anzi sul laico che più laico non si può. Come infatti avrete notato, questo è il mio primo articolo dove non nomino neppure di striscio Nostro Signore Gesù Cristo. Non intendo farlo perché non voglio offendere l’integralismo religioso laicista e perché desidero buttarla tutta sul pratico, sull’amministrativo e sull’organizzativo, non certo sull’ecclesiale, meno che mai sul teologico. In modo molto pratico partirò prima di tutto dal patrimonio artistico di quel Paese definito da Benito Mussolini come “un museo a cielo aperto che parte dalle Alpi per giungere sino alla punta estrema della Sicilia”. Domanda: a quanto ammontano quei beni architettonici che fanno parte del patrimonio storico e artistico dell’umanità appartenenti oggi allo Stato ma custoditi, protetti e non ultimo sorvegliati da istituzioni ecclesiastiche e religiose?

Come prete – e vi prego ancora di notare che non nomino Nostro Signore Gesù Cristo e il suo Vangelo per non urtare il laicismo e il pluralismo religioso e multiculturale – mi piacerebbe avere a capo della Conferenza Episcopale Italiana uomini più battaglieri, non timidi politicanti che da una parte prestano il fianco, dall’altra s’offrono come bersaglio per sberle a raffica e, infine, finiscono sempre per svendere timidi e silenziosi la nostra dignità cattolica per un piatto di lenticchie, perché come tra poco vedremo, checché si parli di milioni e milioni di euro, di lenticchie si tratta. Pertanto mi piacerebbe veder rinascere ancora quei vescovi di una volta, che dinanzi a certi attacchi reagivano urlando dentro le loro chiese cattedrali, sbattendo a terra il bastone pastorale e facendone rimbombare il rumore lungo le navate. Insomma, basterebbe una lezione storica memorabile, anziché una cena a base di lenticchie dopo un interminabile antipasto di sberle.

Dinanzi a questi ripetuti e incessanti attacchi di un mondo laico sempre più malato di un anticlericalismo che cela di fondo un odioso anticattolicesimo, si reagisca una volta per tutte con una bella serrata. Sia dato ordine di sospendere dalla sera alla mattina a tempo indeterminato le lezione e tutte le attività didattiche nelle scuole cattoliche, a partire dagli asili infantili.

Si ordini a tutti i parroci, rettori, religiosi e religiose che custodiscono gran parte del patrimonio storico, artistico e architettonico di questo Paese, di togliere l’Eucaristia dai tabernacoli e di spogliare gli altari, lasciando le porte spalancate con tutti gli interni incustoditi, dando così modo a razziatori di opere d’arte ed a vandali della peggiore risma di commettere furti e atti vandalici d’ogni genere nel corso delle successive quarantotto ore. In fondo è tutta roba dello Stato laico e pluralista, multiculturale e multirazziale, ci pensi dunque lo Stato che ne è legittimo proprietario dal 1866.

Potrebbero dare in affidamento e custodia questi preziosi beni monumentali alle potenti e agguerrite lobby gay per farne centri culturali di promozione della cultura gender. A noi che cosa c’importa, li trasformino pure in lupanare se vogliono, perché per celebrare i nostri sacri misteri noi non abbiamo bisogno di edifici monumentali di alto interesse storico e artistico, ci basta un tavolo di appoggio con sopra del pane e del vino, reperibile ovunque e dovunque collocabile.

A quel punto, dinanzi allo scempio immane che conseguirebbe a questa serrata e a questo pacifico abbandono, la piazza caricata sino a ieri dai Grillo e dai Pannella, tutto ad un tratto capirà che sino a due giorni prima, per custodire una basilica monumentale di proprietà dello Stato ricca di straordinarie opere d’arte, bastava solo un prete coadiuvato dai fedeli, alcuni dei quali prestatori di attività volontaria gratis et amor Dei.

Se invece a custodirla dovesse provvedere lo Stato, occorrerebbero svariati impiegati stipendiati, altrettanti impiegati stipendiati addetti alle pulizie e alla manutenzione, altrettanti impiegati stipendiati incaricati come custodi. E siccome pochi di loro vivrebbero e sentirebbero quello straordinario monumento come proprio tempio sacro e come espressione umana della fede, rimarrà infine da vedere come questa squadra di numerosi dipendenti sul libro paga dello Stato curerà la custodia e la conservazione, alla quale sino a poco prima aveva provveduto un prete coadiuvato da gruppi di devoti fedeli. Prete che, per inciso, dall’Otto per Mille percepisce il favoloso “stipendio” di 800 euro al mese, proprio come il sottoscritto, che se alle spalle non avesse una famiglia che ogni mese gli dà altrettanto, col sostegno percepito dall’Ente per il Sostentamento del Clero non potrebbe vivere né andare avanti.

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L’otto per mille alla Chiesa Cattolica

Nessuno Stato regala niente per niente, soprattutto in tempi di grave crisi economica. Piaccia o meno a Radicali e Grillini, l’Otto per Mille non è un affare per la Chiesa Cattolica Italiana ma un grande affare per lo Stato, che ricompensa la Chiesa solo con un modesto piatto di lenticchie. Perché quel miliardo di euro, dinanzi al quale gli integralisti laici seguitano a gridare allo scandalo, a stracciarsi i vestiti firmati e soprattutto a fomentare odio sociale verso tutto ciò che è cattolico, a fronte di tutto questo è solo un misero piatto di lenticchie.

Non lo dico io, lo dice la storia, lo dice la realtà che gli integralisti laici non vogliono vedere e che in modo colpevole e del tutto irresponsabile istigano a non vedere: con 800 euro di stipendio che a lui pervengono dall’Otto per Mille, con le libere offerte dei fedeli e l’attività volontaria da parte di diversi di essi, un solo prete garantisce la conservazione e la tutela di un monumento inserito nel patrimonio storico e artistico dell’umanità.

Chi l’umanità veramente ce l’ha e, con essa, anche il corretto senso dello Stato, dovrebbe capire questo e molto altro ancora, senza stupidi grilli per la testa che ballano irresponsabili e pericolosi dalla rete telematica alle piazze, non dicendo il vero e neanche il verosimile, solo il palese e odioso falso.

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La grande industria del turismo culturale

Vogliamo concludere con qualche parola sulla industria del turismo italiano mossa principalmente da motivi religiosi? Anche in questo caso partiamo da una premessa: a Roma, che da sempre amo, dove da anni vivo e dove giro sempre vestito da prete, a meno che non vada a correre in un parco, mai una volta sola mi è accaduto che qualcuno mi mancasse di rispetto o mi trattasse male all’interno di qualsiasi negozio o locale pubblico. Anche le persone che non sanno neppure le prime sei parole del Padre Nostro, anche lavoratori non cattolici si sono sempre rivolti a me chiamandomi con deferenza “padre” o “reverendo”, inclusi lavoratori musulmani provenienti dal Nord Africa, da Paesi arabi e asiatici. Che i romani siano un grande popolo e di fondo buone persone mi è chiaro, come mi è chiaro l’interesse lecito e comprensivo. Ai loro occhi io, siano essi devoti o non devoti, praticanti o non praticanti e persino cristiani o non cristiani, come prete rappresento ciò per cui circa quaranta milioni di turisti all’anno visitano questa Città stupenda, mossi principalmente da interessi più o meno religiosi.

Più volte mi è accaduto che dei negozianti mi mettessero in imbarazzo facendomi sconti esorbitanti, altri non mi facevano pagare una consumazione. Quando esposi il mio imbarazzo accadde che un romano purosangue gestore da molti anni di un grazioso bar tavola calda a due passi dal Vaticano, al mio quesito perché mi facesse pagare sempre meno della metà rispose amabile e sornione: «Padre, non sono io che do da mangiare a lei ma lei che da mangiare a me». Siccome non capivo, da buon imprenditore proseguì spiegandosi meglio: «Se non fosse per il Santo Padre che vive a Roma, per le grandi chiese e anche per tutti i suoi preti, buoni o meno buoni che siano, io che vivo del turismo che voi generate e incrementate potrei chiudere tranquillamente bottega nel giro di una settimana».

Può essere comunque che Grillo e Pannella auspichino la chiusura del Vaticano e l’esilio del Romano Pontefice in un’isola del Pacifico, affinché l’Italia possa essere un Paese veramente laico. In breve dovrebbero però fare i conti con un problema non piccolo: circa quaranta milioni di turisti pellegrini non avrebbero più motivo di visitare ogni anno la sola Roma e finirebbero dirottati verso un’isola del Pacifico, perché nessuno va a visitare un trono vuoto sul quale non è più seduto il suo Re, nemmeno se quel trono è un’opera d’arte straordinaria.

A parte Roma, nel resto dell’Italia il giro di turismo legato a motivi religiosi è pari a circa il 30% del flusso complessivo che si muove nel nostro Paese. Eliminare questa fetta di turismo vorrebbe dire mettere non in crisi, ma letteralmente in ginocchio l’impresa del turismo italiano. Detto questo: vogliamo parlare di vera economia anziché di onirici sistemi economici grillini? Perché volendo esistono sempre risorse racchiuse in una parola magica: “Risorse alternative”. E l’alternativa potrebbe essere quella di mandare imprenditori, negozianti, artigiani, operatori turistici e l’intero esercito dei loro dipendenti e dei lavoratori autonomi ad abitare nella villa ecologica di Beppe Grillo, che provvederà a sostenerli con lo spirito delle sue barzellette biologiche e a sfamarli con le sue dispense viveri ricolme di energia alternativa, tirandoli all’occorrenza su di morale con un paio di spinelli di marijuana prodotti dalle piantagioni di Marco Pannella che non mancherà di correre in suo soccorso dalla casa di riposo «Nei secoli irrequieti» che lo ospita.

Così è, nel mondo del reale. In quello di Grillo e di Pannella la realtà è invece soggettivista, anzi relativista, preoccupante e non poco schizofrenica, specie quando in nome della suprema religione laica e di una non meglio precisata democrazia, si istiga all’odio verso tutto ciò che è cattolico. Poi semmai si inscena anche l’occupazione pacifica del Parlamento, per dare provocatoria lettura della Carta Costituzionale, senza prima avere imparato a leggere con occhi liberi e aperti ciò che di grande e profondo i Padri della Patria vi hanno impresso sulle righe e oltre le righe, ma soprattutto senza essere stati educati a essere veri cittadini della Repubblica Italiana, valore al quale i grillini protestatari sperano forse di essere educati da un saltimbanco che impazza nel politico virtuale della rete telematica.

Auguri a tutti loro!

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    Di Benedetta Frigerio 15 gennaio 2017 lanuovabq.it CLICCA QUI PER LEGGERE L’ARTICOLO   I diritti degli scritti presenti in questo sito sono di esclusiva proprietà dei rispettivi autori e/o editori. Tutti i loghi e marchi presenti in questo sito sono proprietà dei rispettivi proprietari. Tutto il materiale presente su civitas.it è pubblicato a scopo non lucrativo informativo e/o documentale in totale buona fede d’uso. Chiunque avesse eccezioni o vantasse diritti di copyright e volesse farli valere è pregato vivamente di [...]

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