“Nella Chiesa di Francesco la defezione dei cattolici in politica”

7 maggio 2013 13:13 1 comment

Di Giacomo Galeazzi

4 maggio 2013

Intervista a Vatican Insider del sociologo Luca Diotallevi, vicepresidente del comitato organizzatore delle Settimane Sociali

Città del Vaticano

Una nuova pagina del cattolicesimo politico. A raccontarla è il sociologo Luca Diotallevi, vicepresidente del comitato organizzatore delle Settimane Sociali e autore per Rubbettino del saggio “La pretesa: quale rapporto tra Vangelo e ordine sociale”. Professor Diotallevi, il culto cristiano non è un atto privato, ma possiede un carattere pubblico che impegna le relazioni sociali.

Qual è il rapporto tra Vangelo e ordine sociale?

“Il Vangelo ha la pretesa di essere opera ed annuncio di una vittoria definitiva, anche se non completata, su di ogni potere mondano e sulla sua tendenza ad essere assoluto. Noi abbiamo alle spalle un secolo, il Novecento, in cui il conflitto contro queste potenze ha toccato momenti altissimi. Come ad Auschwitz, dove la pretesa del potere politico, dello stato, di essere assoluto è sembrata invece prevalere. Ma al termine di questo trammatico secolo possiamo trovare conforto alla speranza cristiana. Gli uomini e le donne, credenti e non credenti, continuano a trovare la forza e prima ancora la speranza per lottare”.

La Chiesa di Francesco si “eclissa” dalla presenza pubblica in Italia?

“Forse è presto per parlare di “Chiesa di Francesco”. Però è sotto gli occhi di tutti noi la defezione dei cattolici italiani dalle dimaniche politiche, economiche, culturali ed in generale dalla scena pubblica. Questa defezione ha almeno tre aspetti. Un presenza a volte cospicua ma titolo individuale e dunque inefficace, quando non opportunista. In secondo luogo questa eclisse è eclisse di discernimento e di originalità culturale: i cattolici “si bevono” le idee in circolazione sempre più acriticamente. Infine, questa eclisse è assecondata da una clericalizzazione della vita di Chiesa”.

Il pensiero comune vorrebbe che la fede fosse confinata nella sfera privata, è un’idea sbagliata di laicità?

“E’ sbagliato dire che questo è il pensiero comune. La maggior parte delle persone trae dalla propria fede le ragioni e le parole con cui vive la vita pubblica. Ed è anche sbagliato dire che questa è “una idea sbagliata” di laicità. Piaccia o no, questa è la laicità. Laicità è negazione della libertà religiosa, del diritto che le opere che nascono dalla fede animino la vita pubblica. La laicità è impero dello stato e cancellazione di ogni altro principio, la libertà religiosa è presidio di una repubblica e ridimensionamento non della politica ma di ogni sua eventuale pretesa di supremazia sociale”.

Il laicismo propone una visione passiva dei rapporti tra credenti e società civile?

“La laicità, il suo stato oppresivo e la sua ragione chiusa e oppressiva, rendono passivo tutto il resto: persone, associazioni, comunità, istituzioni. Il padri della Costituzione Americana chiesero alle comunità cristiane di continuare ad essere presenti nello spazio pubblico proprio a garanzia della varietà e della apertura di quest’ultima. Non dimentichiamo che la libertà religiosa fu fissata a presidio di una vittoria degli ideali repubblicani (contro quelli statalisti), poliarchici, federalisti e democratici”.

E’ finita l’epoca dei “family day” e dell’interventismo ruiniano?

“Il “family day” fu una delle cose “meno ruiniane” di quegli anni. Non va demonizzato, ma non si può pensare di costruire molto su basi come quelle. Quello che Lei chiama “interventismo ruiniano” per un verso fu la riabilitazione della centralità politica delle istanze extra politiche. E c’è da augurarsi che duri. Per altro verso fu una supplenza dello stallo di iniziativa del laicato cattolico. Questa supplenza, però, non ha raggiunto lo scopo che si prefiggeva. Diceva Paolo VI che oggi i cristiani dovrebbero essere non vili e molli, ma forti nella coscienza e fedeli al vangelo. Quella supplenza e ancor più le sue riproduzioni non hanno ottenuto questo oiettivo”.

Come si coniugano principi non negoziabili e dialogo con la modernità?

“Correttamente lei ha parlato di “principi” e non di “valori”. In questo caso la risposta è semplice. Quei principi sono l’anima stessa, la struttura portante della modernità. Richiamarli equivale a richiamare la modernità a fare i conti con se stessa, a riconoscere le proprie cadute. Se i paladini della modernità fuggono dal confronto sul significato della libertà e della dignità della persona umana evidentemente hanno usurpato il titolo di cui si fregiano”.

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