L’altra omofobia dimenticata

25 giugno 2013 20:27 14 comments

Di Laura Bauco

16 giugno 2013

pepeonline.it

C’è un’omofobia che è stata cancellata dalla scena. Perché è un fatto che pone in dubbio un’idea intoccabile.

Gay pride, leggi contro le discriminazioni di genere, diritti alle coppie omosessuali: non si può certo dire che l’argomento “omosessualità” sia bistrattato dai media. Eppure un silenzio assordante sul tema c’è.

Insieme all’unanime condanna dell’omofobia, c’è un’altra “fobia” sull’omosessualità, che quasi nessuno ricorda: quella verso coloro che dicono di “essere stati” gay. Una fobia talmente grande da provocare un silenzio totale, con eccezioni ai minimi termini: alzi la mano chi ha ascoltato negli ultimi tempi in tv o sui giornali un’intervista fatta a un “ex gay”. Andando a memoria, l’ultimo caso è stato quello del cantante Povia, per altro in una canzone, e il putiferio scatenato fu tale da far passare la voglia a chiunque di riprovarci.

Sbaglia qui chi creda che si tratti di riportare un’”opinione mancante”. No, qui si tratta di registrare un “fatto”. Un fatto vissuto sulla pelle viva da persone che, per di più, affermano di aver fatto battaglie feroci, intrise di dolore e indifferenza. Oggi, la museruola imposta dal potere vuole che questi casi non esistano, perché vanno contro un’idea intoccabile.

E invece, accidenti a loro, queste persone esistono: basta andare in rete, all’indirizzo www.gruppolot.it (fondato da Luca Di Tolve) per conoscere centinaia di testimonianze di persone che, scegliendo una strada più tortuosa rispetto a quella che altri a gran voce indicano, affermano di aver rinunciato alla finzione di una normalità inesistente, provando a cercare la radice di ciò che vivevano.

Ad esempio, c’è la storia di Gordon Opp. Gordon racconta come sin da giovanissimo cominciò a sentire le prime pulsioni nei confronti di altri ragazzi, ma si dice felice di non aver trovato all’epoca qualcuno che lo convincesse che era tutto nella norma. A 21 anni la prima esperienza omosessuale e da li per quattro anni ecco affermarsi una vita sessuale molto disordinata, fatta da “incontri di una notte”. Tutto questo liberarsi dai vincoli della morale era costantemente accompagnato da una crescente depressione. In quelle relazioni non si sentiva realizzato ma piuttosto drogato, anestetizzato. Quell’anestesia doveva infatti lenire un dolore che aveva radici molto più profonde di un istinto sessuale, uno stato di non accettazione, bisognoso di approvazione da parte degli uomini che incontrava. L’attrazione che provava, non era altro che quel bisogno di confrontarsi con persone del proprio sesso che comunemente è l’amicizia, ma che in casi più fragili, sfocia in una sessualizzazione di questi sentimenti. Ma come tutte le droghe, anche la pratica omosessuale porterebbe ad una dipendenza, modificando di fatto i percorsi del piacere che sono nel cervello. Ecco che allora, non è detto che si nasca gay, ma soprattutto non è detto che si debba rimanere tale. Attraverso un percorso di stima e comprensione e possibile, secondo alcuni studi, ritrovare l’eterosessuale che è stato nascosto dietro una nuova facciata. Nel caso di Gordon, l’incontro della svolta fu con un pastore che, venuto a conoscenza della situazione, lo accolse dando vita ad un rapporto di guida e di stima reciproca. Fu attraverso questo incontro che Gordon incontrò sua moglie.

La necessità di ammettere la natura psicologica dell’omosessualità viene espressa da un altro ex-omosessuale il quale, scrivendo alla trasmissione radiofonica “Love Line” condotta dal Dr. Pinsky Drew, raccontava la sua storia e proponeva una riflessione. La sua storia è espressione di una tristezza che emergeva ogni volta che si ritrovava a cercare nel corpo di un uomo “qualcosa” necessario a riempire il vuoto enorme che la figura maschile aveva lasciato impresso nella sua infanzia, ma è anche felicità per un nuovo equilibrio ritrovato, il riemergere di un’eterosessualità che era stata sepolta per difesa.

Non appare affatto casuale, lo stretto rapporto con Dio che traspare in molte di queste testimonianze. L’aiuto e la comprensione ricevute stridono con l’ormai crescente concezione di una Chiesa matrigna più che madre, dedita più a condannare che a difendere. Ovvio, si può anche pensare che invece sia l’esatto opposto, che la Chiesa abbia ingannato queste persone convincendole di essere nel peccato e condannandole all’eterno dolore di non essere se stessi. Giustissimo: lo si pensi pure. Purché poi si abbia il coraggio di andarle a vedere, queste persone, occhi negli occhi, e non le si lasci marcire in quell’indifferenza che assomiglia molto alla paura di scoprire una fastidiosa verità.

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