L’occidente paralizzato in Egitto. Troppo debole la sua concezione della democrazia

1 settembre 2013 20:34 5 comments

Di Stefano Fontana

26 agosto 2013

vanthuanobservatory.org

Uno dei dati più evidenti della crisi egiziana è lo smarrimento dell’Occidente. Gli Stati Uniti avevano scommesso sulle primavere arabe e, quindi, anche sul corso del Presidente Morsi, che però aveva preso una piega poco democratica. Ora devono misurarsi con la giunta militare, che però non è democratica. L’Unione europea è in evidente affanno e finora si è limitata a condannare le violenze, il che non è un gran che come giudizio politico.

Questa paralisi è comprensibile se si pensa alla concezione che l’Occidente ha della democrazia e a come le vicende egiziane presentino aspetti difficilmente inquadrabili da questo punto di vista. L’incertezza occidentale ha dei motivi “teorici” e non solo pratici. Le categorie mentali occidentali sulla democrazia sono messe in scacco matto dalle vicende di piazza Tahrir.

In Egitto si erano tenute delle elezioni politiche piuttosto regolari. Ora, sappiamo come l’Occidente consideri le elezioni politiche: la massima espressione della sovranità popolare, la quintessenza della democrazia, la fonte della verità e della bontà. Le elezioni politiche legittimano ultimamente il potere politico.

L’Occidente la pensa così al punto tale che se poi il potere politico cambia la natura umana, come è successo in Francia con la legge sul matrimonio per tutti, oppure decreta che migliaia di bambini concepiti non debbono nascere come avviene quasi dappertutto, oppure stabilisce che la prostituzione è legale a certe condizioni, oppure che è possibile partorire per conto terzi e così via, se cioè quel potere politico produce una politica ingiusta e disumana è nel pieno diritto di farlo, perché ha vinto le elezioni. Dalla vittoria elettorale, per la democrazia occidentale, non può derivare mai nulla di male. Il corpo sovrano degli elettori è come il Dio in terra e l’esito elettorale è come l’oracolo del Dio.

Ma in Egitto è successo che dopo aver vinto le elezioni – e quindi dopo essere stato unto dal Dio in terra – il partito dei Fratelli Mussulmani, tramite il legittimo presidente Morsi, ha iniziato a limitare la democrazia implementando progressivamente nel Paese la legge islamica. È la non nuova questione della democrazia che si converte democraticamente in totalitarismo. L’Occidente non tiene conto che il Dio in terra può emettere oracoli sbagliati, che non è la fonte della verità e del bene e che il risultato elettorale deve rendere conto a qualcosa di altro e di precedente.

Davanti a Morsi l’Occidente era senza parole. Cosa rimproverare ad un presidente eletto democraticamente? In base a cosa criticarlo se dalle urne esce sempre la verità?

Questo errore di prospettiva, a pensarci bene, l’Occidente l’ha fatto nei confronti di quasi tutte le “primavere arabe”, peccando di ottimismo senza prepararsi adeguatamente all’evento di una democrazia che uccida se stessa. Se l’Occidente avesse ben chiara questa possibilità, non farebbe del risultato elettorale un assoluto e sarebbe molto più critico nei confronti dei fallimenti della democrazia anche al suo interno. Ma non ce l’ha e, quindi, come qui la maggioranza vuole la legge sul matrimonio per tutti perché là la maggioranza non può volere la legge islamica?

Lo stesso si deve dire per l’atteggiamento verso i militari che con la violenza hanno fatto il colpo di Stato, hanno destituito Morsi, congelato la democrazia, liberato l’ex presidente Mubarak. Dal punto di vista degli interessi della democrazia, gli Occidentali dovrebbero essere contenti. Magari non dirlo, ma essere contenti. I militari hanno infatti evitato una degenerazione antidemocratica del governo dei Fratelli Mussulmani. Ma lo hanno fatto non democraticamente, in quanto non sono stati unti da nessuna sanzione elettorale. Là abbiamo avuto una democrazia che democraticamente si trasformava in antidemocratica e qui abbiamo una situazione di ritorno in cui con mezzi non democratici si può ripristinare la democrazia.

Dal punto di vista teorico, si tratta di situazioni che sfuggono alle categorie politiche occidentali. Segno dell’impoverimento del concetto di democrazia in Occidente il quale al massimo è il paladino della democrazia formale, ma proprio per questo entra nelle contraddizioni egiziane. Se l’Occidente non recupera gli elementi sostanziali della democrazia, vale a dire che non tutto quanto viene fatto democraticamente è per ciò stesso buono e giusto, che esiste qualcosa a cui la democrazia deve rendere conto, non avrà più nulla da dire non solo ai Morsi, ma a nessun altro.

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