Massacri d’Egitto. Se avessero (e avessimo) ascoltato Benedetto…

3 settembre 2013 12:13 8 comments

Di Antonio Socci

18 agosto 2013

antoniosocci.com

Quanti sono anche da noi quelli che osannarono le cosiddette “primavere arabe” (la quasi totalità dei giornali) e pure quelli che hanno alimentato illusioni sui “Fratelli musulmani”. Ma nessuno farà autocritica.

E come al solito, anche in Egitto, in questi giorni, sono i cristiani che fanno le spese dello scontro. Pure se non c’entrano nulla, perché questa guerra sanguinosa è fra islamici: da una parte i Fratelli musulmani e dall’altra l’esercito di Al-Sisi, anch’egli musulmano convinto.

Decine e decine di chiese profanate, conventi e ospedali cristiani bruciati… Troppo spesso i cristiani sono capri espiatori di violenti scontri di potere altrui.

Del resto pure nell’Occidente che si vuole liberale spesso il discorso pubblico ama criminalizzare a vanvera la Chiesa e i cristiani facendoli bersaglio di disprezzo pregiudiziale e di una certa intolleranza.
“Capri espiatori”, si diceva, nel senso spiegato dal grande filosofo René Girard: cioè come l’“agnello sacrificale” per eccellenza, Gesù Cristo. La Vittima che mette d’accordo i diversi poteri mondani.

Un altro Girard, quasi omonimo del filosofo (si chiama di nome Renaud), ieri è stato intervistato dal “Corriere della sera” sulla tragedia egiziana.
Renaud Girard per anni è stato inviato di guerra del “Figaro”, poi saggista, autore di libri importanti sulle guerre mediorentali, ha spiegato: “non esiste alcun problema di incompatibilità della democrazia con il mondo arabo. Ma esiste invece, eccome, con l’Islam”.

E ha fatto l’esempio di paesi non arabi, però islamici come il Pakistan o l’Iran dove infatti la democrazia e il rispetto dei diritti umani sono chimere. Oppure c’è il caso della Turchia di Erdogan che “è rimasto profondamente intollerante con chi non la pensa come lui” e, con le recenti repressioni di piazza Taksim, ha mostrato quanto è stato “ridicolo” averlo paragonato, in Occidente, “a statisti e cristiano-democratici del calibro di Adenauer e De Gasperi”.

Al contrario – spiega Girard – il Libano, l’unico paese mediorentale a fortissima presenza cristiana, mostra come si può “coabitare, ascoltarsi e dibattere”.

Il motivo è semplice: “Perché non esiste nella civilizzazione musulmana una separazione fra la sfera religiosa e la sfera politica. Non c’è mai stata, dal VII secolo in poi, quella separazione fra potere religioso e potere politico che invece è alla base della civiltà occidentale. E fin dal principio del Cristianesimo”.

Girard richiama qui le fondamentali parole di Gesù nel Vangelo: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.

In effetti qui si tocca un tema che è stato uno degli insegnamenti più formidabili di Joseph Ratzinger: la demolizione della cosiddetta teologia politica.

Il mondo non si è reso conto della voce provvidenziale che quest’uomo ha rappresentato per il nostro tempo. E non lo ha ascoltato. Perdendo una grande opportunità.

In una sua famosa pagina Ratzinger scriveva: “Il cristianesimo, in contrasto con le sue deformazioni, non ha fissato il messianismo nel politico. Si è sempre invece impegnato, fin dall’inizio, a lasciare il politico nella sfera della razionalità e dell’etica. Ha insegnato l’accettazione dell’imperfetto e l’ha resa possibile. In altri termini il Nuovo Testamento conosce un ethos politico, ma nessuna teologia politica”.

È appunto “Critica della teologia politica”, il recente libro di Massimo Borghesi (il maggiore intellettuale cattolico del nostro Paese), che spiega, con dovizia di ragioni e sorprendenti intuizioni, questa caratteristica originaria del cristianesimo, tanto ricca di conseguenze per l’Occidente e così genialmente illustrata, nei tempi moderni, da Ratzinger.

“Nel teologo Ratzinger la lettura ‘liberale’ di sant’Agostino, mediata da Peterson” – scrive Borghesi – “consente il dialogo con la modernità, un dialogo il cui frutto più maturo, secondo il Papa, è il Concilio Vaticano II, vera sintesi tra cattolicesimo e libertà moderne”.

Borghesi mostra che Ratzinger spesso è stato radicalmente frainteso. Il caso più clamoroso è quello del celebre discorso di Ratisbona che i media rilanciarono come un esplosivo invito allo scontro di civiltà e di religioni.
Invece era esattamente il contrario: voleva stabilire per tutti (anche per i cristiani e per i laici occidentali) i confini fra momento teologico e cose della politica, riconoscendo alla ragione – anziché alla forza e al potere – il metodo di comunicazione fra i due campi e fra le diverse religioni.

Ma quel Benedetto XVI che, perfetto interprete del Concilio, fonda una vera laicità, come spiega Borghesi, è una voce che mette in crisi non solo i cristiani (chiamandoli a una revisione autocritica di certe deformazioni del passato), non solo i musulmani (esortandoli a riconoscere la ragione cioè il “logos”, come degno di Dio, e non la violenza), ma anche i laici occidentali.

Infatti con Ratzinger il pensiero cristiano che incontra il pensiero liberale promuove il “relativismo” in politica, quindi l’accettazione della politica come regno dell’imperfetto, esaltando la moralità del compromesso.

E Ratzinger – con Popper – indica il rischio dei messianismi religiosi, ma anche dei messianismi laici come sono state le ideologie totalitarie del Novecento. E come sono anche tutte le nuove ideologie che portano l’”assoluto” nella politica, con nefasti utopismi, con pretese perfettiste che esigono di “raddrizzare il legno storto dell’umanità” tramite lo Stato o di cambiare la Natura tramite la legge.

Ad aver bisogno di questa lezione di laicità che viene dalle origini cristiane e che, in questi anni, è stata diffusa nel mondo dal grande magistero di papa Benedetto, non sono solo i musulmani. Sono anche i cristiani (si pensi a diverse forme di clericalismo o a certi fondamentalismi, magari di oltreoceano e fomentati da presidenti Usa).

Ma pure a tanti laici d’occidente sarebbe necessario un ratzingeriano bagno di vera laicità e di razionalità.

Si pensi a certi giacobinismi (anche d’oltralpe); al manicheismo di chi vive la politica come teatro dello scontro fra Bene e Male assoluti; alle mitologie che si creano attorno a questo o quel Capo; al dogmatismo e al fanatismo di chi alimenta la fobia del Nemico apocalittico, ai dottrinari che soffiano sul fuoco dell’odio o illudono la gente con speranze di palingenesi totale (una laica redenzione messianica) e di felicità tramite la politica.

Ancora una volta potremmo dire con Ratzinger che “il primo servizio che la fede fa alla politica è la liberazione dell’uomo dall’irrazionalità dei miti politici che sono il vero rischio del nostro tempo”.

Questa è uno dei grandi compiti dei cristiani. Non solo in Egitto.

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