Vandee italiane, storie da riscrivere

7 settembre 2013 07:50 23 comments

Di Roberto I. Zanini

27/07/2013

Avvenire

«Come possono gli storici ritenere che sia credibile che centinaia di migliaia di italiani abbiano combattuto per vent’anni col rosario in mano, sotto le insegne di Maria e delle legittime dinastie reali al solo scopo di nascondere odii di clan e faide locali, oppure per camuffare incipienti lotte di classe?». A chiederselo è Massimo Viglione, docente di Storia moderna all’Università Europea di Roma e docente Isem del Cnr. Il riferimento è a quelle che lui stesso definisce «le Vandee italiane». Cioè le molteplici rivolte di popolo contro i giacobini e Napoleone dal 1796 al 1815. Rivolte che vennero represse nel sangue «con l’uccisione di oltre 100 mila persone in massacri di massa, con stupri collettivi, anche nei monasteri, profanazioni di chiese, violenze blasfeme, distruzioni di interi paesi». Argomento che Viglione ha affrontato già nel 1999 con un libro edito da Città Nuova, e sul quale è tornato oggi con “Le insorgenze controrivoluzionarie nella storiografia italiana. Dibattito scientifico e scontro ideologico (1799-2012)”. Un testo edito da Olschki (pagine 130, euro 16) nel quale si tratta di come gli storici nostrani abbiano ripetutamente insabbiato questa vicenda fino a farla sparire completamente.

Come si fanno a tenere nascosti più di 100 mila morti?

«Per quel che riguarda la Vandea ne hanno tenuti nascosti molti di più. In ogni caso 100 mila è una cifra al ribasso. Pensi che nella primavera del 1799 il generale francese Tiebourth in una comunicazione ufficiale al Direttorio scrive che nel territorio del regno di Napoli in tre mesi sono stati passati per le armi 60 mila uomini, senza considerare le donne, i vecchi e i bambini. Nella sola Napoli, fra il 13 e il 22 gennaio vengono uccise oltre 10 mila persone. Le case dei Quartieri Spagnoli sono incendiate una a una con i soldati che si divertono a sparare sulle donne e i bambini in fuga».

Le stesse violenze che in Vandea?

«Non è stata la stessa cosa. Quello vandeano fu un genocidio con 300 mila morti su 500 mila abitanti. Lì i soldati francesi sono giunti a fare il sapone con la pelle dei bambini, a confezionarci indumenti. In Italia, anche se molti massacri sono stati ordinati da reduci vandeani (come nel caso di un ufficiale di nome Flavigni in Piemonte), non si è arrivati a tanta atrocità. Sebbene la similitudine con la Vandea emerga anche dagli scritti di ufficiali francesi che, per esempio, parlano della Romagna (dove le insorgenze furono numerose e continue) come della “Vandea italiana”».

Però si racconta di molti episodi truci.

«Ci furono tante profanazioni di chiese e conventi. Lo stesso Bacchelli nel Mulino del Po fa nascere le fortune-sfortune di Lazzaro Scacerni (il protagonista) dalla profanazione di una chiesa durante le campagne napoleoniche. L’abbazia di Casamari, nel frusinate fu occupata nel 1799. I monaci aprirono le porte offrendo quello che avevano. I soldati presero tutto, poi per sfregio profanarono in maniera ignobile le ostie nel tabernacolo. I monaci tentarono di difenderle buttandosi su di esse per mangiarle. I militi tagliarono loro le dita e poi li passarono a fil di spada risparmiando solo un francese che, paradossalmente, era stato a servizio nella reggia di Versailles».

Furono distrutti anche interi paesi.

«A Guardiagrele in provincia di Chieti vennero uccisi 1500 uomini. La prima strage avviene a Binasco, vicino Pavia, raso al suolo casa per casa. In parte analoga la sorte di Lugo di Romagna. Verona si salva, ma la repressione è durissima con la fucilazione di preti e di nobili. Ma rivolte e repressioni accadono in tutta Italia, dal Piemonte alla Puglia, alla Calabria, alla Liguria, alla Toscana».

Quale è stata la logica degli storici che hanno nascosto questi eventi?

«Certamente ideologica. Prima della seconda guerra mondiale non se ne parlava nelle scuole, ma il tema era oggetto di libri e dibattiti. Dopo la Resistenza la contemporanea affermazione nella storiografia di una visione crociana liberale e del gramscismo ha messo il tappo. Se ne è ricominciato a parlare col bicentenario della Rivoluzione francese. Anche in Francia è successa la stessa cosa. Il velo sulla Vandea è stato tolto dagli studi di Reinold Secher, che per questo è stato ostracizzato a livello accademico».

Perché tanto accanimento ideologico?

«Perché secondo quel tipo di storiografia in quei giorni gli italiani hanno preso le armi dalla parte sbagliata: per difendere la fede, la Chiesa e il potere costituito. Ma nel ’99 la rivolta coinvolse tutto il territorio. A gennaio i francesi occupavano tutta la Penisola tranne il Triveneto. Ad agosto non era rimasto un francese. Al cardinale Ruffo, sbarcato in Calabria con sette uomini, in poco tempo se ne aggregano 50 mila che riconquistano il Regno di Napoli. In Toscana il Granducato è riconquistato al grido di Viva Maria».

Una rivolta di popolo, mentre il Risorgimento, come disse Gramsci, venne imposto dall’alto.

«Questo è il motivo dell’ostracismo. Non si vuole riconoscere che l’Italia dell’epoca era cattolica e controriformista. Del resto, come si può esaltare Garibaldi e mille uomini senza seguito e poi raccontare che solo alcuni anni prima centinaia di migliaia di italiani si erano ribellati al giacobinismo?».

E ora?

«Oggi il fenomeno non si può più nascondere, allora si sostiene che gli slogan “Viva Maria”, “Viva il Papa”, “Viva il Re” dei ribelli erano solo coperture per nascondere interessi di parte. Ma è lampante che quegli italiani combatterono per la loro identità».

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