Il ’68 dei pedofili

9 settembre 2013 19:15 71 comments

Di Giulio Meotti

7 Settembre 2013

Il Foglio Quotidiano

Legittimati in nome della liberazione sessuale: la Germania riscopre le colpe della sinistra e degli intellettuali, da Cohn-Bendit a Foucault.

Un’ombra imbarazzante è calata sulla sinistra tedesca, come racconta un dossier uscito nei giorni scorsi sul settimanale Der Spiegel. Negli anni Ottanta numerose associazioni di sinistra, e di intellettuali, che lottavano per i diritti degli omosessuali formarono una sorta di alleanza con i militanti della pedofilia.

Nel luglio 1981 la rivista gay Rosa Flieder intervistò Olaf Stüben, ai tempi molto noto per il suo sostegno dichiarato alla pedofilia. Nell’intervista Stüben rivendicava apertamente il diritto a riconoscere la pedofilia come “qualcosa di sano e moralmente accettabile”. Politicamente schierato a sinistra, affermava che l’innocenza adolescenziale che dovrebbe difendere i ragazzini dal sesso è solo “una invenzione dei borghesi del primo capitalismo”.

L’articolo dello Spiegel spiega come questa intervista non fosse un caso isolato, anzi. Negli anni Settanta e ancora negli anni Ottanta, molte riviste di sinistra sostenevano e promuovevano il sesso con i bambini. Il magazine Don pubblicò cinque report simpatetici con il sesso con i bambini, sotto la dicitura “Non siamo stupratori di bambini”. I Verdi nel marzo 1985 approvarono un documento che chiedeva la legalizzazione del “sesso non violento” fra adulti e minori. E addirittura inserirono nel programma la liberalizzazione dei rapporti sessuali con i bambini, clausola che sparì dal programma soltanto nel 1993.

Il giornale progressista Pflasterstrand, allora edito dal leader sessantottino Daniel Cohn-Bendit, “Dani il rosso”, giustificava il sesso con i bambini. Volker Beck, che oggi rappresenta la città di Colonia al Parlamento, negli anni Ottanta contribuì con un saggio al libro “Il complesso pedosessuale”, in cui sosteneva la depenalizzazione del sesso con i bambini. Ci sarebbe voluta la “madre di tutte le femministe tedesche”, Alice Schwarzer, a ricordargli dalle colonne della Frankfurter Allgemeine Zeitung che fu proprio lui, ancora nel 1988, a promuovere “in un testo la decriminalizzazione della pedo-sessualità”. Come ha rivelato Franz Walter sulla Faz, anche Dagmar Döring, fino al 10 agosto scorso candidata a Wiesbaden per i liberali, nel 1980 scrisse un saggio intitolato “Pedofilia oggi”, per sostenere la richiesta di legalizzazione dei rapporti tra adulti e minori.

Uno scandalo che investe anche gli istituti educativi di sinistra. Come il “Rote Freiheit”, il cui scopo era plasmare “personalità socialiste”. Il programma prevedeva, oltre alle sessioni critiche sull’imperialismo, anche “sessioni sessuali”, con lo “svestimento di gruppo” e la lettura di riviste porno. Molti furono gli abusi sui minori. È venuto fuori, da una indagine parlamentare, che lo Psychology Institute alla Free University di Berlino aveva sostenuto il centro Libertà Rossa. E perfino l’attuale ministro della Giustizia tedesco, la liberale Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, tra i più accesi critici della chiesa cattolica in tema di abusi, faceva parte del direttivo della Humanistische Union quando questa organizzazione progressista si batteva per liberalizzare tutti gli atti sessuali “consensuali”, inclusi i minorenni. Una giornalista del quotidiano di sinistra Tageszeitung ha documentato tutto nel libro “Attivisti pedofili negli ambienti di sinistra”.

Era il 13 dicembre del 1979 quando il magazine Zitty illustrava un articolo con le immagini di due corpi abbracciati, un adulto e un bambino. Sotto il titolo: “Amore con i bambini. Si può?”. Uno dei best-seller di quella stagione, “La rivoluzione dell’educazione” del 1971, difendeva la seguente teoria: “La diserotizzazione della vita di famiglia, dalla proibizione della vita sessuale tra bambini al tabù dell’incesto è funzionale all’atteggiamento ostile del piacere sessuale nelle scuole e alla successiva sottomissione e disumanizzazione della vita lavorativa”. Furono aperti asili in cui si sosteneva che i bambini avessero diritto a vivere una sessualità. Il numero 17 della rivista Kursbuch, pubblicato nel 1969 sotto la direzione dell’enfant terrible della cultura tedesca, Hans Magnus Enzensberger, conteneva un articolo dal titolo “Educare i bambini nella comune”. Il riferimento è alla comune socialista di Giesebrechtstrasse, a Berlino, in cui erano andati a vivere tre donne, quattro uomini e due bambini. Oltre ai conti in banca comuni e alla mancanza di porte nei bagni, per favorire la “comunione”, la casa prevedeva esperienze sessuali con i bambini. Una foto della rivista diretta da Enzensberger, dal titolo “Amore nella stanza dei bambini”, mostra Nessim e Grischa, la bambina, nudi sul letto. Andreas Baader, il capo storico del terrorismo rosso tedesco, lasciò la figlia in una di queste comuni. Nel romanzo “Das bleiche Herz der Revolution”, Sophie Dannenberg, che da bambina fu mandata in uno di questi istituti anti autoritari, racconta le esperienze pedofile in questi centri simbolo della sinistra. Anche in una prestigiosa scuola legata all’Unesco ci furono abusi sessuali tra gli anni Settanta e Ottanta. Si tratta della Odenwald di Heppenheim, nota per il suo metodo pedagogico basato sul “libero sviluppo di ogni allievo”. L’istituto annoverava tra i suoi allievi proprio Cohn-Bendit, che lo frequentò tra il 1958 e il 1965, uno dei figli dell’ex presidente della Repubblica federale tedesca Richard von Weizsäcker, Andreas, il figlio di Thomas Mann, Klaus, e Wolfgang Porsche, oggi al vertice della casa automobilistica di famiglia. Cohn Bendit pubblicherà “Gran Bazar”, saggio dedicato alla sua esperienza nella scuola materna. In linea con alcune idee promosse nell’ambito dei movimenti di contestazione degli anni Sessanta e Settanta, alcuni passaggi del libro teorizzano “il risveglio della sessualità dei bambini” da uno a sei anni e assumono la possibilità di rapporti fisici ambigui. Cohn-Bendit si è sempre difeso dicendo che le sue affermazioni erano una “provocazione intollerabile”, ma che vanno considerate nel contesto degli anni Settanta ed erano mirate a “scioccare i borghesi”. Si trattava del liceo delle élite sessantottine, quello in cui si teorizzava che insegnare è sbagliato” e che “non c’è differenza tra adulti e bambini”. Un istituto nel quale si sono verificati “almeno dal 1971” abusi “che superano la nostra capacità di immaginazione” (parola dell’attuale direttore, Margarita Kaufmann). Il fondatore, Paul Geheeb, decise di abolire il concetto stesso di educazione: “Preferisco non usare le parole ‘educazione’ e ‘educare’ – diceva – preferisco parlare di sviluppo umano”. Gli insegnanti non devono essere educatori ma “amici” dei bambini.
Così il convitto di Odenwald divenne la culla delle idee radicali di inizio Novecento, facendo scalpore per la promiscuità tra alunni maschi e femmine (si trattava di una rivoluzione, per l’epoca). E per l’educazione fisica praticata insieme, nudi, da bimbi e bimbe.

Il caso tedesco non è isolato nella storia della sinistra europea. Era il 26 gennaio 1977 quando, in nome della “liberazione sessuale dei bambini”, il quotidiano francese Monde, faro della gauche, pubblicò una petizione per abbassare la maggiore età sessuale ai dodicenni, una sorta di legittimazione ideologica alla pedofilia adolescenziale. Fra i firmatari il poeta Louis Aragon, l’illustre semiologo Roland Barthes, il filosofo marxista più in voga allora Louis Althusser, gli psicoanalisti profeti degli autonomi Gilles Deleuze e Félix Guattari, la pioniera della psicologia infantile Françoise Dolto (“la Montessori d’oltralpe”), il fondatore di Medici senza frontiere Bernard Kouchner, il futuro ministro della Cultura e icona socialista Jack Lang, il vate dell’esistenzialismo Jean-Paul Sartre e la sua compagna femminista Simone de Beauvoir, nonché l’enfant terrible della letteratura francese, Philippe Sollers. In pratica l’intero pantheon della cultura parigina della seconda metà del Novecento. Come ha scritto Jean-Claude Guillebaud, giornalista del Nouvel Observateur, sugli anni Settanta e la pedofilia: “Questi idioti esaltavano il permissivismo e l’‘avventura pedofila’”. Due anni dopo un altro quotidiano simbolo della sinistra, Libération, definiva la pedofilia “una cultura volta a spezzare la tirannia borghese che fa dell’amante dei bambini un mostro da leggenda”. Sempre sulle pagine di Libération, sempre nel 1979, si tessono lodi sperticate a Jacques Dugué, pedofilo condannato, “per la sua franchezza in merito alla sodomia”. Cioè? Ce lo spiega, sempre dalle colonne di Libération Dugué stesso: “Un bambino che ama un adulto sa benissimo che non può ancora dare, e capisce e accetta di ricevere. È un atto d’amore. È uno dei suoi modi d’amare e di provarlo”.

Ancora il 20 giugno 1981 Libération pubblica un articolo intitolato “Câlins enfantins” (Coccole infantili), in cui si presenta in una maniera compiacente la testimonianza d’un pedofilo sui rapporti sessuali con un bimbo di cinque anni.

Poi c’è il caso del maître à penser dell’antiumanesimo, Michel Foucault, il quale sosteneva che il bambino è “un seduttore” che cerca il rapporto sessuale con l’adulto. In un’intervista, apparsa su Change nel 1977 e ripresa in “Dits et écrits” (Gallimard), J. P. Faye e altri pongono alcuni quesiti al celebre filosofo: “Una ragazzina di otto anni – dice Faye – stuprata da un giovane bracciante agricolo in un fienile. Poi lei ritorna a casa, suo padre fa il medico, è cardiologo, che si interessa anche a Wilhelm Reich: da cui la contraddizione. Vede rincasare la figlia, che non apre più bocca. Resta completamente muta per diversi giorni, ha la febbre… Nel giro di qualche giorno, tuttavia, fa vedere che è ferita fisicamente. Il padre cura la lacerazione, sutura la ferita. Medico e reichiano, sporge denuncia? No, si limita a parlare con il bracciante agricolo, prima che lui se ne vada. Non scatta alcuna azione giudiziaria. Ma il racconto continua con la descrizione di un’enorme difficoltà psichica a livello della sessualità, più avanti nel tempo. Che è verificabile soltanto quasi dieci anni dopo. È molto difficile pensare qualcosa a livello giuridico in questo caso. Non è facile a livello della psiche, mentre sembra più semplice a livello del corpo”. La replica di Foucault: “Tutto il problema che si pone, nel caso delle ragazze ma anche dei ragazzi – perché, legalmente, lo stupro nei confronti dei ragazzi non esiste – è il problema del bambino che viene sedotto. O che comincia a sedurre voi. Si può fare al legislatore la seguente proposta? Con un bambino consenziente, con un bambino che non si rifiuta, si può avere qualunque tipo di rapporto, senza che la cosa rientri nell’ambito legale?… Il problema riguarda i bambini. Ci sono bambini che a dieci anni si gettano su un adulto – e allora? Ci sono bambini che acconsentono, rapiti”.

Replica Faye: “Anche i bambini tra di loro, ma su questo si chiudono gli occhi. Quando un adulto entra in gioco, però, non c’è più uguaglianza ed equilibrio tra le scoperte e le responsabilità. C’è una disuguaglianza… difficile da definire”. Chiude Foucault: “Sarei tentato di dire che, se il bambino non si rifiuta, non c’è alcuna ragione di sanzionare il fatto, qualunque esso sia… Inoltre, esiste anche il caso dell’adulto che è in un rapporto di autorità rispetto al bambino. Sia come genitore, sia come tutore, oppure come professore, come medico. Anche qui si sarebbe tentati di dire: non è vero che da un bambino si può ottenere ciò che non vuole veramente, attraverso l’effetto dell’autorità”.

Come ha spiegato la storica Anne-Claude Ambroise-Rendu, il discorso secondo il quale “i bambini hanno diritto alla sessualità” trovò una nicchia “all’ombra dei movimenti alternativi, dell’antipsichiatria e della militanza omosessuale”. Ci fu il caso di Tony Duvert, lo scrittore francese autore del “Buon sesso illustrato”, una sorta di “manifesto pedofilo” che reclamava il diritto dei bambini a una loro liberazione sessuale.

Infine, fra i molti, il nome di Alfred Kinsey, il “padre della rivoluzione sessuale occidentale”, le cui ricerche contribuirono a cambiare il costume e l’istituto famigliare della società moderna, il moralista che insegnò agli americani a parlare di sesso e a praticarlo apertamente, spalancando le porte al movimento gay. Pioniere entomologo, il dottor Kinsey non esitò a legittimare la pedofilia. Nel suo secondo “Rapporto” c’è un paragrafo intitolato “Contatti nell’età prepubere con maschi adulti”, nel quale vengono descritti rapporti sessuali tra bambine e uomini adulti: “Se la bambina non fosse condizionata dall’educazione, non è certo che approcci sessuali del genere di quelli determinatisi in questi episodi la turberebbero”, scrive Kinsey.

“È difficile capire per quale ragione una bambina, a meno che non sia condizionata dall’educazione, dovrebbe turbarsi quando le vengono toccati i genitali, oppure turbarsi vedendo i genitali di altre persone, o nell’avere contatti sessuali ancora più specifici. Quando i bambini vengono posti in guardia di continuo dai genitori e dagli insegnanti contro i contatti con gli adulti, e quando non ricevono alcuna spiegazione sulla natura esatta dei contatti proibiti, sono pronti a dare in manifestazioni isteriche non appena una qualsiasi persona adulta li avvicina, o si ferma a parlar loro per strada, o li carezza, o propone di fare qualcosa per loro, anche se quella persona può non avere alcuna intenzione sessuale. Alcuni tra i più esperti studiosi di problemi giovanili, sono addivenuti alla convinzione che le reazioni emotive dei genitori, dei poliziotti e di altri adulti i quali scoprono che il bambino ha avuto contatti, possono turbare il fanciullo più seriamente degli stessi contatti sessuali.

L’isterismo in voga nei riguardi dei trasgressori sessuali può benissimo influire in grave misura sulla capacità dei fanciulli ad adattarsi sessualmente alcuni anni dopo, nel matrimonio”. Poi sarebbe emerso che lo stesso “Rapporto Kinsey”, il più famoso studio sul comportamento sessuale umano, sarebbe basato sulle memorie di un pedofilo. L’ammissione è arrivata da John Bancroft, direttore dell’Istituto Kinsey all’Università dell’Indiana, che ha ammesso che i dati del rapporto erano basati sulle esperienze personali di un maniaco sessuale che aveva molestato oltre trecento bambini, tenendo un diario accurato delle sue attività pedofile. Siamo alle origini dell’ipocrisia di una cultura e della sua classe dirigente che avrebbe posto sotto inquisizione la chiesa cattolica per gli abusi sessuali (veri o presunti), ma che è stata essa stessa all’origine di quella che Roger Scruton avrebbe definito la “pedofilia vicaria” in vigore nelle democrazie occidentali.

Una vicenda simbolizzata dalla rivista Konkret, la più influente tra gli ambienti intellettuali di sinistra in Germania, che in più occasioni ha pubblicato negli anni Settanta e Ottanta immagini di bambine nude con riferimenti espliciti alla possibilità del sesso. Direttore della rivista era Klaus Rainer Röhl, un nome illustre dell’editoria nonché compagno di Ulrike Meinhof, la celebre walkiria della sanguinosa sfida terrorista portata contro la Germania del Dopoguerra. Sarebbe stata la stessa figlia della coppia, Anja Röhl, a scrivere in una autobiografia: “Uno dei nomi più illustri che apertamente diffusero la pedofilia fu Klaus Rainer Röhl, mio padre”. Ulrike la spietata terrorista, il marito triste ideologo della pedofilia e la figlia vittima degli abusi orditi dai genitori, è anche qui la cultura di idealismo fanatizzato e crudeltà che avrebbe partorito il Sessantotto.

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