Il Papa scrive. «La Repubblica» manipola

11 settembre 2013 16:02 1 comment

Di Massimo Introvigne

11-09-2013

lanuovabq.it

Un gesto di frontiera. Papa Francesco lo aveva già spiegato all’inizio del suo pontificato, scrivendo il 25 marzo 2013 ai vescovi argentini, e lo ha ripetuto altre volte: «uscendo» per incontrare chi è lontano dalla Chiesa si corre il rischio d’incidenti. «Ma preferisco una Chiesa incidentata», aveva scritto allora Francesco, a una Chiesa che, con chi è lontano, o anche ostile, semplicemente non parla. Certo, il rischio d’incidenti è massimo quando si parla con chi dell’ostilità alla Chiesa ha fatto la sua ragione sociale, come il quotidiano italiano La Repubblica. Che non è un quotidiano qualunque, è la casa madre dei nemici della Chiesa. E infatti ha risposto con la consueta manipolazione all’offerta di dialogo di Francesco, che con una lettera pubblicata l’11 settembre ha risposto alle domande che gli aveva posto Eugenio Scalfari. Le lettere non hanno titolo, ma il quotidiano ne ha sparato uno in prima pagina: «La verità non è mai assoluta», seguita dalla firma Francesco, come ad arruolare anche il Papa nel partito della dittatura del relativismo, quello per cui va esposto – e se del caso imposto – che la verità è sempre variabile e soggettiva.

Il danno è fatto, perché la lettera è lunga e complessa e molti lettori leggono purtroppo solo i titoli dei giornali, così che l’episodio dovrebbe indurre a qualche riflessione sugli immensi problemi di comunicazione che pone, in piena dittatura del relativismo, la dialettica fra Chiesa chiusa e Chiesa «incidentata». Tuttavia, chi non si ferma al titolo scopre che il Papa a Scalfari ha scritto più o meno il contrario di quello che il titolo di Repubblica suggerisce. Parto dal brano sulla verità, anche se non viene all’inizio della lettera, perché ha un rilievo centrale. Scalfari, forse con qualche malizia, aveva chiesto al Pontefice «se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato». Francesco risponde che «per cominciare, io non parlerei, nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”, nel senso che assoluto è ciò che è slegato, ciò che è privo di ogni relazione». Per il cristiano invece «la verità è una relazione»: «non ha detto forse Gesù stesso: “Io sono la via, la verità e la vita”?». Attenzione, però, precisa subito Papa Francesco: «Ciò non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Ma significa che essa si dà a noi sempre è solo come un cammino e una vita».

La distinzione è proprio quella che, con un gioco di prestigio manipolatore, viene fatta sparire nel titolo di Repubblica. Ma nel testo del Pontefice è chiara. In sé, la verità è non variabile e non soggettiva, dunque – in effetti – assoluta. Senonché la parola «assoluta» ha diversi sensi. Dal nostro punto di vista umano la verità – che in sé è assoluta, nel senso che non è affatto «variabile e soggettiva» – non è «assoluta» in un altro significato della parola, quello etimologico latino di «ab-soluta, soluta ab, “sciolta da”». Non è sciolta dalla relazione con Cristo, e non è sciolta dalla fatica di un cammino che dura tutta la vita e ci porta ad afferrare e comprendere gradualmente e faticosamente quel vero che di per sé è assolutamente oggettivo e non-variabile.

Ma – si chiederà a questo punto il lettore cattolico – perché mai il Papa si esprime in questo modo, che per essere compreso richiede una pausa, una lettura attenta, una spiegazione? Non era più semplice ribadire semplicemente a Scalfari – Papa Francesco poteva citare se stesso, nel discorso al Corpo diplomatico del 22 marzo 2013 – che «la dittatura del relativismo mette in pericolo la convivenza tra gli uomini» e crea una «povertà spirituale» non meno grave della povertà materiale? Da un certo punto di vista, era più semplice e meno rischioso non scrivere a Scalfari. Ma, una volta presa la decisione e assunto il rischio, Francesco non può che impiegare il metodo che ha tante volte proposto per «uscire» verso le «periferie esistenziali» – da non confondere con le periferie materiali e fisiche delle città – dove vivono i poveri più poveri, quelli che hanno magari tutte le ricchezze tranne la ricchezza essenziale, la fede. E tra questi «poveri spirituali» c’è senz’altro anche Scalfari. Il modo di accostare questi «lontani» che il Papa propone non è partire dalla polemica – che sarebbe comprensibile e del tutto giustificata, ma certo non li avvicinerebbe alla fede – ma dalla persona di Gesù Cristo, additata come via, verità, vita ma anche come perdono e misericordia. Questo «dialogo aperto», sulla scia del Concilio Ecumenico Vaticano II e di Benedetto XVI – che per primo aveva parlato di un «cortile dei Gentili» da proporre alla cultura di derivazione illuminista e atea – è quello che il Pontefice regnante offre a Scalfari, e ai tanti come lui, a partire dall’enciclica «Lumen fidei», che Francesco ribadisce di avere ricevuto dal suo «amato Predecessore» già «in larga misura redatta» ma di avere «con gratitudine» fatta sua.

Che cosa offre ai non credenti il Papa? Anzitutto l’essenziale: la testimonianza che l’incontro con Gesù «ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza», e che questo incontro Gesù lo offre a tutti coloro che non chiudono il loro cuore, anche dopo una vita lontana dalla fede, Scalfari compreso. Ma attenzione, aggiunge il Pontefice: questo incontro non è mai offerto fuori della Chiesa: «Senza la Chiesa – mi creda – non avrei mai potuto incontrare Gesù». È un tema che il Papa ha illustrato anche all’udienza generale dell’11 settembre dove, riprendendo le catechesi sulla Chiesa, ha proposto una meditazione sulla Chiesa come madre. «A volte io sento – ha detto il Pontefice – io credo in Dio ma non nella Chiesa». Ma «la Chiesa siamo tutti e se tu dici che credi in Dio e non credi nella Chiesa, stai dicendo che non credi in te stesso, questa è una contraddizione!». Quello che è difficile spiegare ai non credenti è che «il nostro far parte della Chiesa non è un fatto formale, non è riempire una carta, è un atto interiore. Non si appartiene alla Chiesa come si appartiene a una società, a un partito o a una qualsiasi altra organizzazione. È un legame vitale come quello che si ha con la propria mamma», che ha anche dei difetti ma che va seguita quotidianamente con rispetto e con affetto.

A Scalfari, che rimprovera all’enciclica una scarsa attenzione alla critica storica dei Vangeli, Francesco risponde che il tema della «Lumen fidei» è riproporre non i dettagli, ma in tutta la sua «concretezza e ruvidezza» l’essenziale della missione di Gesù: la sua predicazione con «exousia», con un’autorità che scaturisce da quello che il Signore effettivamente è e non da una semplice abilità nella predicazione. Alla fine, l’annuncio decisivo riguarda «l’identità di Gesù», che fa cose che già «nell’Antico Testamento sono di Dio e soltanto di Dio». Gesù è Dio, ed è risorto: questo è «il cardine della fede cristiana»: «questa è la fede, con tutte le espressioni che sono descritte puntualmente nell’Enciclica». E – come Scalfari sa, ma non vuole accettate – è proprio dalla fede trinitaria, dal fatto che tra Dio e la storia ci sia un mediatore insieme divino e umano, Gesù Cristo, che nasce la possibilità di una «distinzione fra la sfera religiosa e la sfera politica», che è così difficile da fondare in altre religioni e su cui invece «faticosamente si è costruita la storia dell’Occidente». Una distinzione che non è separazione, perché la fede è distinta dalla politica ma è chiamata a «incarnarsi» anche nella vita sociale, «nel diritto», «nella giustizia».

Il problema di Scalfari è di fondo: non solo non crede, ma non vuole credere. Di qui allora alcune sue domande, che sono piuttosto confessioni di questa difficoltà a comprendere le questioni ultime se ci si pone da un punto di vista semplicemente umano. Come può Dio essere veridico – aveva chiesto il giornalista – se aveva promesso la sua amicizia al popolo ebraico e lo ha poi abbandonato all’inferno dell’Olocausto? La questione è immensa e misteriosa, risponde il Papa, ma da un certo punto di vista «mai è venuta meno la fedeltà di Dio all’alleanza stretta con Israele». Anche nelle prove più terribili la Provvidenza ha fatto sì che gli ebrei abbiano almeno «conservato la loro fede in Dio» e non siamo scomparsi come popolo, come volevano i loro persecutori.

La scienza – chiede poi Scalfari – ipotizza una Terra futura dove non ci saranno più esseri umani: come potrà allora esistere Dio se non esisteranno più gli uomini che lo pensano? «Dio non dipende dal nostro pensiero», è la risposta ovvia del Papa. Francesco però aggiunge che la domanda è mal posta: gli uomini, se anche fossero spazzati via dalla Terra, non cesseranno davvero di esistere. L’anima umana è immortale, e tutti esisteremo ancora, in un’altra dimensione, anche quando la Terra non esisterà più.

Ma la domanda di Scalfari che più sta a cuore al Papa è un’altra, che riporta alla questione della verità: Dio perdonerà anche chi non crede? «La misericordia di Dio non ha limiti», risponde Francesco, che però aggiunge: «se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito». Come si salva chi, sinceramente, non arriva alla fede? La risposta del Papa è chiara: la chiave «sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza». La coscienza, beninteso, non va intesa come sinonimo delle nostre opinioni soggettive o peggio dei nostri desideri. Nel fondo della coscienza tutti percepiamo le azioni «come bene o come male», e sappiamo che sulla scelta tra bene e male «si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire». Parlare di legge naturale farebbe venire l’itterizia a Scalfari, ma si tratta proprio di questo: se non la soffochiamo con l’ideologia e il vizio, nella nostra coscienza c’è un senso naturale del bene e del male, e c’è perché ce l’ha messo Dio. Seguire questa verità naturale iscritta nella coscienza è quanto è chiesto anche ai non credenti sinceri. Ma il relativismo rende tutto più difficile.

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