“Omofobia”, primo passo verso i matrimoni omosessuali

12 settembre 2013 13:13 2 comments

Di Alfredo Mantovano

11-09-2013

lanuovabq.it

L’onorevole Scalfarotto non è uno che le manda a dire. Alla vigilia della ripresa dei lavori della legge sull’omofobia – è iscritta all’ordine del giorno dell’aula per questa settimana – ha ricordato, con ammirevole chiarezza, che tale legge è il passo che precede il riconoscimento dei matrimoni gay! Né si può liquidare il suo come l’auspicio di un esponente politico sempre impegnato in tale direzione, ma poco significativo rispetto all’orientamento del suo partito, il Pd: non è uno qualsiasi, è il relatore della legge sull’omofobia alla Camera dei Deputati, insieme con l’onorevole Antonio Leone, esponente del Pdl. Intervistato il 26 agosto da L’Espresso, un cui redattore lo aveva contestato per presunte “mediazioni al ribasso” sulle nuove norme, alla domanda «questo dibattito non allontana quello sui matrimoni gay?» egli risponde «Lo precede. Perché sono due cose diverse. E l’una viene logicamente prima dell’altra».

Ammesso che ci fossero dubbi, oggi chi sta per votare a favore della legge sull’omofobia è informato con certezza, per la parola di chi, col consenso della Commissione di merito e dell’Aula, ha l’incarico di condurre in porto le nuove norme, che esse preparano l’introduzione del matrimonio fra persone dello stesso sesso. Se infatti potrà essere reato, in quanto discriminatorio, considerare – come fa, per es., il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2358) – l’inclinazione omosessuale “oggettivamente disordinata”, la prima concreta discriminazione che dovrà cadere sarà il divieto di sposarsi fra omosessuali. La medesima logica – questo non lo dice l’onorevole Scalfarotto, ma l’esperienza della vicina Francia – condurrà all’adozione da parte di omosessuali. L’onorevole Scalfarotto, nell’intervista a L’Espresso, non si è limitato a descrivere la strategia; ha pure delineato la tattica: rispetto al testo originario, che a suo dire «era il massimo della vita», l’attuale «era l’unico (…) per arrivare alla discussione in Aula», altrimenti «non avremmo mai superato l’ostruzionismo (di esponenti, ndr) del Pdl e della Lega»; e ancora, «delle volte è necessario puntare altissimo per avere un maggiore potere negoziale e poter portare a casa il risultato vero: in questo caso la piena estensione della Legge Mancino».

Le norme oggi all’esame della Camera sono gravemente lesive di beni costituzionalmente rilevanti. L’onorevole Alessandro Pagano lo ha esposto in modo analitico, nella pregiudiziale di costituzionalità, da tempo depositata, e sulla quale sarà espresso il primo voto, o in questa o nelle prossime settimane: dalla violazione del principio di tassatività, che è il fondamento del sistema penale, al principio di libera manifestazione del pensiero, dal rispetto per la libertà religiosa alla tutela delle associazioni, dalla libertà di ricerca scientifica alla violazione del sistema di garanzie personali. Alla pregiudiziale dell’esponente del Pdl, che reca la firma di altri suoi undici colleghi di partito, si affiancano le pregiudiziali proposte dalla Lega (primo firmatario l’onorevole Molteni) e da Fratelli d’Italia (la prima sottoscrizione è dell’onorevole Meloni), che vanno nella medesima direzione. Si può discutere sulla fondatezza o meno di ciascuna singola questione di legittimità posta all’esame dell’Aula: quello che ci si augura che non accada è che non si discuta per nulla, come di fatto è accaduto nel dibattito in Commissione Giustizia, con l’avallo di deputati “cattolici”.

La recente esperienza della legge Severino sulla corruzione, che pure riguarda altra materia, ma a cui si fa riferimento per analogia, insegna che quando norme particolarmente controverse si approvano comunque, nonostante il forte sospetto di conflitto con la Carta fondamentale della Repubblica, esse tornano indietro con gli interessi e pongono problemi molto più consistenti di quelli che immaginavano di risolvere. Che le pregiudiziali non siano capziose lo conferma, unitamente al contenuto di esse, il parere espresso un mese or sono dalla Commissione affari costituzionali, cioè dall’organismo della Camera abilitato in via prioritaria a compiere tale valutazione: la Commissione raccomanda all’Aula, come i lettori della Nuova Bussola hanno già avuto modo di constatare, “ponderazione e attenzione” per la quantità di beni tutelati dalla Costituzione che le norme che si vorrebbero introdurre rischiano di ledere, e chiede se non si possa far ricorso alla legislazione già in vigore, senza necessità di introdurre una nuova normativa.

In vista del voto, vi è un profilo che merita un cenno finale: riguarda il ruolo dei deputati riconoscibili come cattolici. Una delle ragioni che, respingendo le critiche “da sinistra”, l’onorevole Scalfarotto porta a sostegno del proprio comportamento come relatore, non minimalista ma realista, è che la nuova stesura della legge «potrebbe essere approvata dal 70 per cento del Parlamento, che per la prima volta si riconosce e condivide una richiesta del movimento Lgbt. Anche i cattolici si apprestano a votarla». Da dove trae egli tale convinzione? Non sono necessarie illazioni, avviene tutto alla luce del sole: in una lettera pubblicata da Avvenire il 9 agosto 26 deputati che si qualificano in modo chiaro come cattolici, dall’onorevole Buttiglione all’onorevole Binetti, dall’ onorevole Fioroni all’onorevole Bindi, dall’onorevole Gigli all’onorevole Sberna, dall’onorevole Patriarca all’onorevole Marazziti, rivendicano in positivo, quale frutto del loro lavoro, le modifiche che il testo della legge ha avuto in Commissione, e annunciano un voto a favore del provvedimento, soprattutto se sarà introdotta una “clausola di salvaguardia”, a tutela della libera espressione di opinioni. Non entro nel merito dell’emendamento proposto dall’onorevole Gitti e altri, che precisa i contorni della clausola e che, per come è scritto, rischia – nel contesto della legge Mancino, riformulata dalla Scalfarotto – di non essere a “salvaguardia” di nulla. E non aggiungo niente sulla rinuncia di questa fascia di parlamentari ad affrontare la battaglia in via principale, come invece continuano a fare Pagano, Roccella, la Lega e qualche altro; a differenza di ciò che i 26 scrivono nella lettera, i resoconti della Commissione Giustizia documentano che vi avevano già rinunciato in quella sede, peraltro avallando il blocco del dibattito e la falcidia degli emendamenti lì proposti.

Mi soffermo su un passaggio della lettera, che la rende totalmente non condivisibile; i 26 ritengono che, col compromesso che propongono, ci siano «tutte le premesse affinché la legge che scaturirà dalle votazioni (…) riesca a dare una adeguata risposta alle giuste esigenze di tutela rafforzata dei soggetti discriminati». Non ci siamo neanche un po’. Dando infatti per scontata e condivisa da parte di ogni persona civile e di buon senso la condanna di qualsiasi atto – violenza, minaccia, lesione fisica o morale – che offenda le persone omosessuali, peraltro già sanzionati dalle leggi in vigore, sarebbe interessante capire perché questo tipo di condotte lesive debba trovare per le persone omosessuali, e solo per loro, una «tutela rafforzata»; per loro, e non – per esesempio – per i minori vittime di bullismo dentro o fuori le scuole, o per le donne, o per chiunque subisca un torto in virtù dell’età, del sesso o del lavoro che svolge. Spieghino i 26 – lo chiedo sinceramente, senza polemica – perché non la “tutela”, che già c’è e va solo applicata sempre e ovunque, ma una “tutela rafforzata” sarebbe “giusta”.

L’ordinamento penale rafforza la tutela quando è necessario: per esempio, per i poliziotti che rischiano la vita o l’integrità personale a difesa della sicurezza di tutti; essi meritano, in virtù del loro bene personale e del bene comune, una “tutela rafforzata”, e chi li aggredisce è punito un po’ di più, in base al codice. Quale è il maggior bene rispetto all’ordinario, che merita “tutela rafforzata”, riguardo alle persone che manifestano la loro omosessualità? (se non fosse manifestata, non emergerebbe alcuna specifica ragione discriminatoria). L’ideologia del gender si è così sottilmente imposta come egemone sul piano culturale da condizionare perfino le scelte politiche di parlamentari, il cui profilo è pure culturalmente e professionalmente così elevato?

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