Il ritorno attuale in America Latina del “marxismo ecclesiastico”

17 settembre 2013 18:56 14 comments

Di Giuseppe Brienza

Il Corriere del Sud

01 – 28 febbraio 2013

Non nominata esplicitamente, la “teologia della liberazione” è stata condannata dal Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) nella costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, del 7 dicembre 1965. Al paragrafo 20, infatti, come richiamato dal Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 2124), tale modalità secolaristica del pensiero teologico è stata considerata, tout court, «Un’altra forma dell’ateismo contemporaneo [che] che si aspetta la liberazione dell’uomo da una liberazione economica e sociale, alla quale [come afferma la Gaudium et spes] “si pretende che la religione, per sua natura, sia di ostacolo… in quanto, elevando la speranza dell’uomo verso una vita futura…, la distoglierebbe dall’edificazione della città terrena”».

L’Istruzione su alcuni aspetti della “teologia della liberazione” (6 agosto 1984) Nonostante queste (ed altre) chiare parole di condanna dell’assise, dal 7 all’11 ottobre dello scorso anno, in Brasile, i principali “teologi della liberazione” latino-americani si sono riuniti per ricordare il 50° anniversario del Concilio Vaticano II rivendicandone quella che, a loro avviso, ne sarebbe la vera eredità da rilanciare.

Questo “Congresso Continentale di Teologia”, ospitato dall’Istituto Humanitas Unisinos della Compagnia di Gesù nella località brasiliana di San Leopoldo, ha preteso contemporaneamente di celebrare i 40 anni del libro del padre Gustavo Gutiérrez Teologia della liberazione. Prospettive (tr. It. Queriniana, Brescia 1972), condannato nel 1983 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. L’organismo allora presieduto da Joseph Ratzinger, l’anno dopo, dovette promulgare una apposita Istruzione su alcuni aspetti della “teologia della liberazione”, la Libertatis nuntius (Edizioni Dehoniane, Bologna 1984), nella quale dovette ribadire quella verità fondamentale per cui la vera redenzione dell’uomo sulla terra parte innanzi tutto dalla liberazione dalla schiavitù del peccato.

«Essa comporta – aggiungeva il documento della Congregazione della Dottrina della Fede -, di logica conseguenza, la liberazione dalle molteplici schiavitù di ordine culturale, economico, sociale e politico, che in definitiva derivano tutte dal peccato, e costituiscono altrettanti ostacoli che impediscono agli uomini di vivere in conformità alla loro dignità» (dall’Introduzione, p. 3).

Traendo rigorose argomentazioni dalla Bibbia, Ratzinger spiegava poi come ogni struttura della società, buona o cattiva che possa essere, non può che costituire una conseguenza prima che la causa del male. Infatti, non assolutamente possibile «localizzare il male principalmente e unicamente nelle cattive “strutture” economiche, sociali o politiche, come se tutti gli altri mali trovassero in esse la loro causa, sicché la creazione di un “uomo nuovo” dipenderebbe dall’instaurazione di diverse strutture economiche e socio-politiche» (IV. Fondamenti biblici, p. 12). La “teologia della liberazione”, pertanto, decretava la Libertatis nuntius, si caratterizza per un’interpretazione innovatrice dell’esistenza cristiana che si discosta gravemente dalla fede della Chiesa: «Alla base della nuova interpretazione, che finisce per corrompere ciò che aveva di autentico l’iniziale impegno per i poveri, sta l’assunzione non critica di elementi dell’ideologia marxista e il ricorso alle tesi di un’ermeneutica biblica viziata di razionalismo» (p. 16). Un esito, quest’ultimo, inevitabile alla luce del fatto che «L’ateismo e la negazione della persona umana sono centrali nella concezione marxista» (ibidem).

Protagonisti, di ieri e di oggi, della “teologia della liberazione”: Câmara, Gutiérrez, Boff.

Il già citato sacerdote peruviano Gustavo Gutiérrez, che è da considerarsi il fondatore della“teologia della liberazione”, è sicuramente il più importante protagonista di oggi della “teologia della liberazione”. Per lui il Vangelo si riduce ad un messaggio di liberazione puramente terrestre, come emerso dai documenti approvati dalla Conferenza episcopale latino-americana (CELAM) nei congressi di Medellin (1968) e di Puebla (1979), dove principalmente è stata elaborata la teologia dell’opzione preferenziale per i poveri (cfr. Libertatis nuntius, pp. 15-16).

Il nome di Gutiérrez è stato fatto molto risuonare in questi ultimi due anni da parte dei circoli progressisti latino-americani, in preparazione e lancio dei contenuti del “Congresso Continentale di Teologia” di San Leopoldo. Citato da importanti organi della stampa cattolica e presentato come “amico personale” di personaggi vaticani, è stato il protagonista di un tentativo orchestrato dal progressismo cattolico volto a dare l’impressione che la condanna del 1984 sia ormai superata. Forse per questo il 5 dicembre 2009, Papa Benedetto XVI ha voluto ricordare il 25° anniversario dell’istruzione Libertatis nuntius, da lui stesso firmata nel 1984 come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, pronunciando un discorso nel quale ha ribadito, puramente e semplicemente, che il comunismo trova un corrispondente all’interno della Chiesa nella “teologia della liberazione” che, nuovamente, ha definito la «assunzione acritica fatta da alcuni teologi di tesi e metodologie provenienti dal marxismo».

Quello invece più noto dei protagonisti di oggi, è l’ex sacerdote brasiliano Leonardo Boff la cui teologia, negatrice della dottrina del peccato originale, parte dall’assunto per cui la povertà non è da considerarsi uno stato naturale e, quindi, la presa di coscienza di ciò deve portare alla lotta contro l’attuale “stato di cose”. La missione della Chiesa dovrebbe essere quindi quella di aiutare i poveri a prendere il loro destino in mano, promuovendo l’istituzione di Comunità Ecclesiali di Base (CEB), che tentino di coniugare il messaggio evangelico con un’attività rivoluzionaria di “liberazione sociale”.
La relazione fra povertà e capitalismo, ed in seguito fra povertà e globalizzazione economica hanno via via acquisito una posizione centrale nel pensiero di Boff che, per questa via, ha fatto quindi proprie esplicite categorie interpretative marxiste.

Non volendo però ridurci all’oggi, sarà utile menzionare anche il principale protagonista, di ieri, della “teologia della liberazione”, ritornato oggi all’attenzione a supporto del tentato ritorno del “marxismo ecclesiastico”. Mi riferisco al vescovo brasiliano mons. Hélder Câmara (1909-1999), figura fondamentale per la storia del Brasile, della Chiesa iberoamericana e del Concilio Ecumenico Vaticano II del quale, nel 2004, è stata pubblicata, nel suo Paese natale, come primo volume delleObras completas, una raccolta delle circolari inviate dal Concilio agli amici della sua diocesi di Olinda e Recife. Questo al fine di rinforzare il ruolo che, come scriverà poi il cardinale belga Léon-Joseph Suenens (1904-1996), suo grande amico, Câmara avrebbe svolto «[...] dietro le quinte, anche se non prese mai la parola durante le sessioni conciliari» (Ricordi e speranze, trad. it., Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, Milano 1993, p. 220).

In Italia la raccolta delle circolari è stata pubblicata nel volume Roma, due del mattino. Lettere dal Concilio Vaticano II (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, Milano 2008), dal quale emerge in tutta chiarezza come mons. Câmara sia riuscito a trasformare quasi del tutto la sua Recife in un centro di elaborazione intellettuale e in un laboratorio mondiale di quella “teologia della liberazione” che, nella Chiesa, ha contribuito non poco alla genesi ed all’esplosione della Rivoluzione del Sessantotto.

«Il dissenso sulla Humanae vitae, la controversia sul Nuovo catechismo olandese e la nascita della “teologia della liberazione” d’impronta marxista – ha scritto infatti il Cardinal Carlo Caffarra – sono l’esito, che non casualmente si manifesta proprio nel 1968, di processi più che secolari, di dinamiche che già esistevano prima del Concilio cui la stessa teologia preconciliare non aveva posto una argine sufficiente» (Il sesso è libero, cioè relativo, in Il Foglio, 7 ottobre 2008). La più efficace espressione della “teologia della liberazione”, in effetti, si ebbe proprio con le Comunità Ecclesiali di Base apparse in Brasile a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta.

Le CEB si diffusero soprattutto nell’immediato post-concilio, quando furono inserite nei piani pastorali di alcune conferenze episcopali. Come le ha efficacemente descritte il prof. Roberto de Mattei, «In nome della centralità data alla Parola di Dio, di cui, sostituendosi alla Chiesa, si consideravano portavoci, le Comunità di Base propugnavano la lotta di classe di stampo marxista al fine di realizzare il “Regno di Dio” in terra» (Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau, Siena 2010, p. 553).

Solo vent’anni dopo il Concilio, l’Istruzione Libertatis nuntius riusciva finalmente a formularne una esplicita condanna, non riuscendo comunque tale documento, perché non accompagnato da una severa disciplina applicativa nelle varie diocesi, a sradicare la profonda influenza della “teologia della liberazione” in America Latina.

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